02 aprile 2020

Aprile in agenda

Nonostante la situazione attuale che ha costretto a chiudere musei e istituzioni, desideriamo comunque proseguire nel segnalare gli eventi e le mostre di nostro interesse nel nome della cultura.

I 35 anni rivoluzionari dei fratelli Campana. Fino al 12 maggio, il Museo di Arte Moderna (MAM) di Rio de Janeiro dedica a Fernando e Humberto Campana un’importantissima antologica, curata da Francesca Alfano Miglietti e intitolata “Campana Brothers - 35 Revolutions”. 1.800 metri quadrati per presentare pezzi unici e produzioni di serie, ricerche artigianali e sculture: uno spazio immenso, un approccio impattante, ma niente potrà mai restituirci lo shock estetico che provocò, alla fine degli anni ’80, la comparsa dei due fratelli brasiliani sulla scena mondiale del design. Allora, tra gli ultimi cascami del borghese post-modernismo e il raffinato inizio del minimalismo, si insinuarono le parole inedite, popolari, locali, politiche di Humberto e Fernando. I fratelli erano profondamente diversi da ogni altro designer, ignari di mode e tendenze, recuperavano dalla strada (anni prima che si accennasse al recupero) molti dei materiali necessari al loro lavoro. All’inizio da soli, poi impiegando squadre di disagiati che venivano così aiutati e educati, i Campana assemblavano legname di scarto proveniente dalle favelas (la poltrona omonima, 1991), imballaggi di cartone (“Papel sofa”, 1993), canne per innaffiare (“Anemona chair”, 2000) piuttosto che pelouche da pochi soldi (“Banquete chair”, 2002) e così via, in un crescendo inarrestabile e fantastico. E, quando il linguaggio dei Campana era ormai diventato la lingua corrente, almeno in Brasile, Fernando e Humberto ci hanno sorpreso ancora una volta, spostandosi verso l’alto artigianato (della porcellana, del vetro soffiato, del bronzo) anche qui precedendo e condizionando il cosiddetto “art design”. Insomma, i Campana sono stati, sempre, realmente rivoluzionari!
https://www.mam.rio/

I FormaFantasma affrontano Caravaggio e Bernini. Al Rijksmuseum di Amsterdam, fino al 7 giugno va in scena l’inedita abbinata di Caravaggio+Bernini. Alla particolarità della scelta curatoriale, fatta da Fritz Scholten, Gudrun Swoboda e Stefan Weppelmann, si aggiunge la decisione di affidare l’incarico dell’allestimento a Simone Farresin e Andrea Trimarchi, ovvero i FormaFantasma. Il progetto privilegia, in contrapposizione alla densità barocca e alla unicità delle opere, il vuoto e la ripetizione: solo 70 opere impegnano ben 1.000 metri quadrati! Le luci sono programmaticamente piatte e uniformi. Piccoli oggetti vengono isolati su grandi piedistalli, o, al contrario, sequenze fitte di basi propongono famiglie di pezzi. Grandi sfondi in tessuto dal cromatismo attentamente studiato (rosa antico, azzurro polvere, rosso terracotta, giallo paglierino, pervinca) campiscono ogni singolo dipinto. L’allestimento suggerisce dunque al visitatore di “prendersi il suo tempo”, di indagare a fondo dettagli e particolari, evitando da un lato il prevedibile abbinamento tra barocco, tonalità cupe e luci drammatiche e dall’altro la “sindrome della visita in corsa”, virus attualmente molto diffuso nei musei. Per concludere: da non perdere il catalogo con grafica di Irma Boom.
https://www.rijksmuseum.nl/en

La bellezza della provincia. Fino all’8 maggio, all’Istituto Italiano di cultura di Madrid, sarà protagonista Guido Guidi con la mostra “Delle cose”. Fotografo italiano tanto grande quanto schivo, ormai quasi ottantenne, Guidi ha incessantemente fotografato la pianura nei dintorni di Cesena: i suoi luoghi natali, il delta del Po, le costruzioni anonime. Così facendo, ci ha costretto a vedere paesaggi e “cose” esteticamente invisibili. E anche quando si è rivolto alla grande architettura, in particolare all’amato Scarpa (dice Guidi: “Mi son messo nelle scarpe di Carlo Scarpa”) piuttosto che l’iconicità del monumento ha scelto di fissare il trasecolare della luce sui muri. Fino al sorgere della luna: perché la luna splende anche in provincia e, a Rubiera (Reggio Emilia) presso Linea di Confine, dal 18 aprile al 24 maggio, si potranno vedere le foto incantate che Guidi ha dedicato proprio alla luna e che l’editore Mack di Londra ha raccolto nel prezioso volume “Lunario 1968-1999”.
https://iicmadrid.esteri.it/iic_madrid/it/gli_eventi

E se Roma non ce l’avesse fatta? Per quasi mille anni (tra il IX e il I secolo avanti Cristo) in Italia, dal Po alla Campania, è esistita un’alternativa: gli Etruschi. Fino al 24 maggio il Museo Archeologico di Bologna presenta “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” (questo in realtà il nome con cui si riconoscevano!). 1.440 reperti provenienti da 60 musei, nella più grande mostra mai organizzata, non bastano però a sciogliere il celebre mistero etrusco. Da dove venivano? O forse erano autoctoni? Quali furono i rapporti con la Grecia? Perché, se gli ultimi re di Roma erano Etruschi, essi finirono per sparire, assorbiti nella civiltà romana? Credevano nei fulmini e indagavano le viscere degli animali, videro così i segni della fine del loro mondo? Enigmi irrisolti che porteranno il visitatore della mostra bolognese a desiderare di partire, seduta stante, per le remote, e incantate, aree di confine tra la Toscana e il Lazio: non se ne pentirebbe!
http://www.comune.bologna.it/museoarcheologico/

Grafton Street, Dublino. Grafton Street, una strada in fondo qualsiasi, è oggi, improvvisamente, per l’architettura, uno dei luoghi più celebri al mondo: quando nel 1978 Yvonne Farrel e Shelley McNamara si posero infatti la questione di come chiamare il loro neonato studio, esclusi nomi e cognomi, la scelta cadde proprio sull’indirizzo: da quel momento sono, semplicemente, le Grafton! E ora proprio le Grafton hanno vinto il Pritzker Prize 2020, ossia il Nobel dell’architettura. La motivazione della giuria cita tra l’altro: “Pioniere in un campo che è stato tradizionalmente, ed è tuttora, una professione dominata dagli uomini, sono anche fari per le altre donne con il loro percorso professionale esemplare». Importante ricordare, infatti che, in 41 anni di vita del premio, tra i 46 architetti laureati, fino a oggi comparivano solo tre donne: Zaha Hadid, Kazuyo Sejima e Carme Pigem ed eccone due in un colpo solo: Yvonne e Shelley! Progettiste rigorose, legate all’uso di materiali pesanti e presenti, come la pietra e il cemento, portatrici di un’estetica certamente contestuale, ma sempre in senso anti-grazioso e anti-localistico, come d’altronde ben sanno, dal 2008, i Milanesi che, quotidianamente, passano a fianco all’ampliamento dell’università Bocconi: una riuscita prova di forza architettonica che, per sorridere (ma soprattutto per riflettere), si potrebbe senz’altro definire “maschile al 100%”!
https://www.graftonarchitects.ie/

Rem Koolhaas: dalle città in delirio ai paesaggi agricoli. “Countryside, The Future Exhibition”: fino al 20 di Agosto 2020 il Guggenheim Museum di New York (in questo momento chiuso per l’emergenza Corona virus) presenta l’ultima fatica di Rem Koolhaas con AMO. L’archi-star olandese, che ci aveva insegnato, in anni non sospetti, come leggere una “Delirious New York”, pare ora battere in ritirata e cavalcare anche lui quello che è diventato l’unico e imprescindibile argomento della contemporaneità architettonica ossia la natura, declinata volta per volta sotto gli aspetti del “bosco verticale”, dei cambiamenti climatici o del paesaggio rurale. L’indimenticabile spirale wrightiana viene, così, coperta nella sua interezza di domande, schemi, prospetti, dati, tracciati, grafici. Una massa di informazioni, che sarebbe difficilmente decifrabile persino se stampata in volume, diviene realmente ostica nella sua ostentazione spaziale. Una grafica anni ’70 (i più anziani tra noi ricorderanno certe tesi di urbanistica dell’epoca) si alterna alla più recente infografica e, se mai si riuscisse a trovare un bandolo per la matassa, questo potrebbe essere una autobiografica nostalgia di Koolhaas per certi incontaminati paesaggi svizzeri del passato! La tesi pare essere quella per cui, in un futuro in fondo prossimo (2050), non esisterà più la campagna trasformata nel back-office o nel deposito delle megalopoli.
https://www.guggenheim.org/

Ciao, Vittorio! Vittorio Gregotti è mancato a Milano il 15 marzo 2020. Era nato a Novara il 10 agosto 1927 e, dall’immediato dopoguerra, si era affermato come una delle voci imprescindibili del dibattito architettonico. Fortemente legato alla scuola di Ernesto Nathan Rogers, aveva a sua volta costruito, dal 1974, uno studio che era più un cenacolo che un’enclave professionale. Intellettuale lucido, ma estremamente complesso, ha diretto Casabella per 14 anni, dal 1982 al 1996. La teoria si affianca in Gregotti a un’intensa attività progettuale: nonostante le sue teorizzazioni sul contesto, egli ha elaborato nel tempo una forma architettonica essenziale e ripetibile, geometrica e volumetrica. L’immagine che ne risulta è sovente quella della “fortezza”: immagine in alcuni casi vincente (Centro Culturale di Belém, Lisbona, 1988) altre volte alquanto punitiva (Università degli studi Milano-Bicocca, dal 1997). Acerrimo oppositore, ai tempi, di Gio Ponti, ancora recentemente non perdeva occasione per affermare l’inutilità di un recupero storico critico del grande architetto milanese. La sua scomparsa lascia gli intellettuali italiani orfani di un contradditorio puntuale e feroce: e, come ben si sa, è molto più facile costruire teorie in presenza di un antagonista forte. Ciao Vittorio!

“Scrivere Disegnando”. Al CAC, Centre d’Art Contemporain di Ginevra, in collaborazione con la Collection de l’Art Brut di Losanna, a cura di Andrea Bellini e Sarah Lombardi, fino al 3 maggio 2020, possiamo visitare una mostra che indaga le qualità della scrittura al di là del vero e proprio significato semantico del testo. Emerge il segno, a volte balbettato a volte inciso, comune a tutte le epoche e le religioni e, nella contemporaneità, necessario “a prescindere”. Alighiero Boetti, Bruno Munari, Maria Lai per citare alcuni dei grandi italiani presenti in mostra esemplificano il concetto molto meglio di quanto non facciano le parole scritte. E allora “Alfabeti immaginari di popoli sconosciuti”, “Libri cuciti”, “Segno e disegno” ci raccontano un uso diverso della parola, più ironico, più iconico e, a differenza del linguaggio comune, aperto alla differente interpretazione di ciascuno di noi.
https://centre.ch/en/

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