03 luglio 2019

Broken Nature. Intervista a Paola Antonelli

La nostra unica possibilità di sopravvivenza è progettare una bellissima fine. Così, si conclude il catalogo di Broken Nature: Design Takes on Human Survival, la XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano che, curata da Paola Antonelli, raccoglie oltre 100 progetti di architettura e design per affrontare, in modo trasversale e disincantato, il travagliato rapporto dell'umanità con la natura. Tirando le fila di un dibattito lungo trent’anni, Broken Nature risulta essere un’indagine approfondita sulla relazione tra uomo e natura, un legame oggi profondamente compromesso, se non quasi completamente distrutto. Sebbene la sua curatrice sia convinta dell’ineluttabilità dell’estinzione del genere umano (esattamente come successe ai dinosauri), l’esposizione esplora il concetto di design ricostituente mettendo in luce oggetti e strategie che reinterpretano il rapporto tra gli esseri umani e il contesto in cui vivono, includendo ecosistemi sociali e naturali. Il messaggio, tuttavia, non è la salvezza dell’umanità, ma l’eredità che lasceremo sulla terra e la possibilità di vivere (e convivere) meglio, per il tempo che ci rimane, con Madre Terra.

Abbiamo chiesto a Paola Antonelli di raccontarci la sua Broken Nature.

Per rompere il ghiaccio, ci può metaforicamente prendere per mano e accompagnarci attraverso l’esposizione? Qual è l’arco narrativo o, come si direbbe oggi, lo story telling che sviluppa?
Quando si propongono temi così ampi, è necessario pensare a un filo conduttore. Pensando al pubblico che la Triennale avrebbe attratto – non solo designer e addetti ai lavori – ci siamo posti tre obiettivi principali. In primo luogo, che chiunque visiti l’esposizione si porti a casa una riflessione a lungo termine. Vorremmo che non si pensasse solo in termini di una, due o tre generazioni ma che si comprenda come il passato fatto di secoli e il futuro fatto di altrettante ere facciano parte del nostro continuum e che, per questo, noi siamo responsabili di quello che succederà anche fra qualche centinaio di anni. Il secondo obiettivo è dare ai nostri visitatori il senso di quanto complesso sia il sistema in cui viviamo; a un’azione non corrisponde solo una reazione: dobbiamo sempre pensare agli aspetti collaterali e riverberanti che le nostre azioni avranno sui vari sistemi del mondo – sistemi naturali, economici, sociologici. Il terzo obiettivo che ci siamo posti è che ognuno esca dalla Triennale avendo in mente cosa può fare nella vita di ogni giorno per avere un atteggiamento più ricostituente nei confronti della natura e del modo in cui viviamo. Per questo, la mostra comincia in maniera molto ampia, guardando al lungo termine con il tentativo di comprendere le grandi trasformazioni del mondo e dell’umanità. E poi, a poco a poco, diventa sempre più quotidiana con, per esempio, il test di gravidanza biodegradabile o i suggerimenti su come utilizzare i filtri solari senza che finiscano per svolgere la loro azione anche sugli oceani. Dal quotidiano, poi, si ripassa ai grandi sistemi: dalla produzione circolare a sistemi globali e cosmici fino anche all’intelligenza artificiale, per arrivare a suggerire quale possa essere un atteggiamento ricostituente, che è fatto di empatia e d’amore.

I progetti commissionati a Formafantasma, a Neri Oxman, a Sigil Collective e ad Accurat, hanno un fil rouge o un fine comune? Da dove vengono i concetti che approfondiscono?
Neri Oxman, Accurat, Sigil Collective e Formafantasma sono le quattro grandi commissioni di Broken Nature. Quello che hanno in comune è quest’idea di atteggiamento ricostituente e la volontà di riconnettere alcune parti del nostro modo di essere con la natura. E per natura non mi riferisco solo a fiori, piante, animali ma anche agli altri esseri umani e ai sistemi che noi esseri umani abbiamo creato. Quindi, Neri Oxman cerca non solo di ideare un nuovo metodo per realizzare edifici più efficienti grazie all’introduzione di tirosinasi, un enzima che porta alla formazione del colore, scurendosi quando il sole raggiunge lo zenit e comportandosi da filtro naturale, ma sta anche cercando di creare un monumento che faccia riflettere sul razzismo, sull’arbitrarietà di alcuni criteri che adottiamo al solo scopo di considerare altri individui diversi da noi. Quindi in questo progetto c’è, al tempo stesso, sia una funzione molto pratica e sempre ricostituente sia una componente profondamente morale e intellettuale. Lo stesso accade con Sigil Collective che cerca di rivelare al mondo delle realtà “lontane” e “sfocate”. Abbiamo sentito parlare dell’Altura del Golan della Siria ma non abbiamo idea di come, là, la gente viva ogni giorno. Ciò che Sigil Collective cerca di creare è un ponte diretto tra un punto nella Siria – che in questo caso sono le Alture del Golan – e un’altra sede, quella della commissione – che sia la Triennale o la Biennale. Per quanto riguarda Formafantasma, Simone Farresin e Andrea Trimarchi cercano di impartire un insegnamento molto importante, ossia che la spazzatura non è solo spazzatura ma un luogo materiale. Ci sono molti modi per avere un atteggiamento ricostituente: c’è ovviamente il riciclo, il riuso, l’usare meno, l’acquistare oggetti creati in maniera più etica e responsabile, tenerli più a lungo, e molti altri. Ciò che Formafantasma ci racconta attraverso questi oggetti bellissimi, questi mobili così eleganti è che la spazzatura può essere considerata un nuovo materiale e, contemporaneamente, svela i retroscena molto oscuri e, a tratti, criminali del traffico dei rifiuti elettronici. Per quanto riguarda Accurat, la loro commissione ci aiuta ad avere una visione di insieme di quello che è successo alla specie umana attraverso diversi millenni e collegarla a fenomeni planetari, cosmici e specifici del nostro pianeta.

I termini "estinzione" e "sopravvivenza" sono, a tutti gli effetti, contraddittori: come coesistono non solo nel titolo ma anche nell’esposizione?
Il titolo dell’esposizione in italiano non mantiene l’ambiguità dell’inglese. Takes, infatti, può essere sia un sostantivo sia un verbo. Potrei tradurlo sia con “le visioni del design sulla sopravvivenza dell’umanità”, considerando takes un sostantivo, oppure pensando al verbo takes on avrei due possibilità: tradurlo con “affronta” nel senso di “farsi carico” oppure “affronta” nel senso di “porsi come antagonista alla sopravvivenza umana”. In inglese, ci sono tre sfumature diverse che in italiano non esistono. Invece, la mostra in sé vuole essere la dimostrazione che, sì, c’è la possibilità che l’uomo si estingua come specie ma che la nostra eredità possa proseguire con un’altra specie in un altro modo.

Come Broken Nature riesce a dare un nuovo senso agli ormai inflazionati termini “sostenibilità”, “green design”, “circolarità”, “ri-uso”?
Non credo ci sia la necessità di dare un nuovo significato a questi termini. “Sostenibilità” è un termine troppo vago, quindi, in un certo senso, non si tratta di dargli nuovo valore ma, forse, di non utilizzarlo più perché davvero un po’ troppo liso. “Green Design” è talmente tanto sbagliato che, oggi, non ha alcun senso e non lo userei mai. “Riutilizzo” indica una delle possibili strategie dell’atteggiamento ricostituente. “Circolarità” è un termine che letteralmente abbraccio perché è uno dei modi di pensare più importanti. Vuol dire metabolismo, vuol dire connessione organica con le diverse parti del sistema. Non cerco di dargli nuova vita, cerco di capirlo. Ma il termine che noi vogliamo usare maggiormente è “ricostituente” che implica ricostituire legami, ricostituire gruppi, ricostituire connessioni, ricostituire comprensione. Questa non è un’esposizione sul green design o sul design sostenibile. Broken Nature va oltre e cerca di stimolare i cittadini ad avere un atteggiamento più ricostituente. Il design è solo un esempio di questo atteggiamento che, si spera, vada ben oltre la sfera del progetto.

Può dire di avere imparato qualcosa da Broken Nature? C’è un progetto che l’ha tentata a riconsiderare la sua posizione sull’estinzione della razza umana?
Ho imparato tantissimo, imparo sempre moltissimo dalle esposizioni che curo. In generale, ho imparato molto dai progettisti, dalle reazioni dei visitatori. Anche sbirciando sui social. Con Instagram ti rendi conto di quali siano le “star” della mostra, quali siano gli oggetti che hanno un maggior impatto diretto sul pubblico come per esempio il polipetto che entra nella sua conchiglia, o i Bonobos alla fine del percorso, ma anche la Capsula Mundi, che racconta come dal tuo sepolcro possa nascere un albero. Sono felicissima di avere un progetto come quello della piattaforma di alghe dell’Atelier Luma, che è incredibilmente efficace, e ovviamente sono molto felice della grande Orchestra degli Animali, un luogo splendido dove trascorrere ore. Poi ci sono le partecipazioni nazionali che sono incredibilmente interessanti. Quindi c’è tantissimo da vedere, c’è tantissimo da imparare anche da tutti i progettisti che mi mandano i loro commenti. Le mostre non sono mai delle cose che metti in vetrina e poi, come curatore, prendi e te ne vai: c’è un continuo feedback.

Come mai Broken Nature si conclude con i lavori di Laura Aguilar?
Perché quei lavori mi hanno veramente tolto il fiato quando li ho visti per la prima volta. Vedi questo corpo che tradizionalmente non considereresti bello ma che diventa trascendentale perché è a fianco di una roccia che assomiglia moltissimo a quel corpo. Laura Aguilar diceva di identificarsi nelle rocce. E questo mi ha commosso. Mi ha fatto pensare che questo atteggiamento di amore verso tutto è il modo migliore di continuare a vivere come specie e come individui.

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