25 giugno 2019

Camp: Notes on Fashion

L’avevamo notata anche noi e appuntata tra le tendenze dell’ultima edizione del Salone del Mobile.Milano: quell’“estetica del dissonante”, che omaggia un accentuato estetismo, il genio gentile della provocazione formale, quel sano gusto per il kitsch e per l’eccesso felice e colorato. Ma è stata definitivamente consacrata da una delle esposizioni più attese sulla scena newyorkese (se non internazionale), quella del Costume Institute del MET, Metropolitan Museum di New York, che quest’anno si intitola Camp: Notes on Fashion. Si tratta di una retrospettiva che esplora “le origini dell'estetica esuberante del Camp e il modo in cui si è evoluta dalla marginalità fino a influenzare la cultura mainstream”.

La definizione di questa tendenza, stile o gusto che dir si voglia non è “contemporanea” ma è stata delineata nel 1964, in un breve saggio, da Susan Sontag che, partendo dal significato figurativo del termine camp, ossia "stile di espressione personale o creativa assurdamente esagerata che spesso fonde elementi di cultura elitaria e popolare", inferiva che camp è "un tipo di sensibilità che si traduce in amore per l'innaturale, l'artificio, l'eccesso". Da allora, il termine si è giustamente adeguato ai tempi, e si può dire che oggi indichi un uso deliberato, consapevole e sofisticato dell’ostentato, dell’esagerato e del teatrale nell’arte, nel fashion, nel design, nel comportamento e perfino in politica.

Per raccontare questo fenomeno Camp: Notes on Fashion mette in scena 250 pezzi tra capi d’abbigliamento, sculture, dipinti e disegni che spaziano dal XVII secolo a oggi. La mostra ripercorre questi passaggi con una sezione d’apertura che si occupa delle origini del camp: da Versailles, reggia presentata come “Eden del Camp”, al camp come ideale dandy, fino alle contro-culture del XX secolo. La seconda parte è dedicata al camp nella moda e agli aspetti di umorismo, ironia, pastiche e artificio, che la stessa Sontag segnalò come identificativi dello stile.

Andrew Bolton, curatore dell’esposizione, ha sintetizzato: “Stiamo attraversando un momento di camp estremo e perfino la cultura ufficiale si è convinta che quanto aveva sempre liquidato come ‘vuota frivolezza’ in realtà è diventato uno strumento politico molto sofisticato e potente, specialmente per le culture emarginate. Che si tratti di un’accezione pop, queer o politica, credo che Trump sia la più evidente figura camp attuale”.

Lunghissima la lista degli stilisti di cui sono esposti i capi d'abbigliamento: Virgil Abloh, Giorgio Armani, Manis Arora, Ashish, Christopher Bailey, Cristóbal Balenciaga, Christian Dior, Prada, Thom Browne, John Galliano, Nicolas Ghesquière, Jean Paul Gaultier, Marc Jacobs, Christian Lacroix, Alessandro Michele, Erdem Moralioglu, Franco Moschino, Karl Lagerfeld, Gianni Versace, Vivienne Westwood e moltissimi altri.

Chiudendo con una postilla sul design, cosa caratterizza questa sensibilità nell’arredo? Sicuramente la propensione a “riempire” i progetti e i prodotti con decori, colori, texture, figure e una buona dose di humor, ironia, teatralità. La complessità, sotto forma di mix and match all’ennesima potenza. Insomma, con buona pace per la lezione del Bauhaus (di cui ricorre il centenario proprio nel 2019), more is more, less is a bore (cit. Iris Apfel).

Camp: Notes on Fashion

9 Maggio – 8 Settembre 2019

MET, Metropolitan Museum di New York
1000 Fifth Avenue, New York

www.metmuseum.org

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