09 aprile 2020

Countryside, The Future

Lo si inferisce immediatamente dal titolo: Countryside, The Future “non è non è una mostra d’arte, né di architettura: piuttosto una mostra sulla socialità, sull’antropologia, sulla politica”. E nasce dal brusco risveglio del suo ideatore e artefice che, riabbracciando il suo bucolico e pastorale buen retiro svizzero, non vi riconosce più quel paesino rurale e agreste frequentato vent’anni prima e si chiede cosa sia successo nel frattempo, mentre lui era alle prese con la “manhattanizzazione del mondo”.

Di sicuro, è la nuova, titanica impresa di Rem Koolhaas, l’architetto e urbanista di soggetti urbano-centrici per eccellenza, che, qui, si cimenta con la narrazione di una storia non ancora, a detta sua, raccontata: quella della “campagna”, termine palesemente inadeguato per tutto quel territorio che non è urbano. Countryside, The Future è un progetto che ha richiesto più di quattro anni per venire completato ed è stato realizzato in collaborazione con AMO, il dipartimento di ricerca dello studio di Koolhaas guidato da Samir Bantal, con Troy Conrad Therrien, curatore dell’architettura del Guggenheim, e con gli studenti dell’Harvard Graduate School of Design di Cambridge, Stati Uniti, della Central Academy of Fine Arts di Pechino, dell’Università di Wageningen, Paesi Bassi, e dell'Università di Nairobi.

I territori rurali, remoti e selvaggi che chiamiamo “campagna”, costituiscono il 98% della superficie terrestre non occupata dalle città, nonché il fronte su cui si scontrano le forze più potenti del presente, come la devastazione climatica ed ecologica, le migrazioni, la tecnologia, le oscillazioni demografiche. Sempre più sottomessi a un regime “cartesiano” − reticolati, meccanizzati e ottimizzati per massimizzare la produzione −, questi luoghi stanno cambiando, divenendo irriconoscibili. Questa mostra è una sorta di Odissea nei territori segnati da forze globali ed esperimenti ai margini della nostra coscienza e conoscenza pubblica: un sito di prova vicino a Fukushima, dove vengono testati i robot incaricati della manutenzione delle infrastrutture e dell’agricoltura in Giappone; una città-serra nei Paesi Bassi che potrebbe essere all’origine della moderna cosmologia di campagna; il permafrost in rapido scioglimento della Siberia centrale, una regione che combatte con l’eventualità dello sfollamento; i rifugiati che hanno ripopolato alcuni paesini morenti della campagna tedesca, incontrandosi con gli attivisti contro il cambiamento climatico; gorilla di montagna adattati che affrontano gli uomini nel “loro” territorio in Uganda; il Midwest americano, dove le operazioni agricole su scala industriale sono alle prese con l’agricoltura rigenerativa; i villaggi cinesi trasformati in officine, negozi di e-commerce e centri di distribuzione tutto in uno.

Dunque, una “campagna” che odora poco, anzi pochissimo, di concime e animali, ma sembra quasi l’ultima frontiera della tecnologia e della digitalizzazione: protagonisti in questo spazio sono le bio-tecnologie e l’ingegneria genetica, i robot e le serre di ultima generazione, l’Internet of things e l’intelligenza artificiale. Ci sono data center, droni e satelliti, fattorie robotizzate dove le piante per crescere non hanno bisogno della luce naturale ma di sofisticati led, macchine che controllano la fotosintesi e fattorie per la pesca che fanno sorgere la domanda: possono gli oceani essere considerati essi stessi campagna?

La mostra è organizzata come un'installazione ciclopica che inizia all’esterno e prosegue lungo la rampa del Guggenheim Museum. Ogni piano racconta, attraverso immagini, film, testi e oggetti, i siti scelti come casi di studio perché emblema dei temi che i curatori si prefiggevano di indagare: dall’industria del wellness e delle beauty farm che sovvertono il concetto di “campagna” all’azione di privati che acquistano ampie zone “non urbanizzate” ai fini di una “preservazione ecologica”; dal “cartesianesimo” di un territorio agricolo sempre più immaginato come sequenze di griglie geometriche alle conseguenze del riscaldamento globale.

Un’esposizione enciclopedica in cui si rischia di “annegare” nelle informazioni e nei dati, che a tratti sembra rispolverare luoghi comuni, ma che non cade mai nella nostalgia o nel rammarico e che mette in scena la potenza della ricerca. Indoviniamo un pizzico di ironia nel presentarla proprio a New York e nel silenzio assordante che provoca l’assenza − eclatante − del termine “metropoli”. Ma siamo davvero sicuri che tutto ciò non abbia a che fare con la città e che la “nuova campagna”, dipinta magistralmente da Rem Koolhaas, non sia già la prossima frontiera dell’urbanizzazione?

Countryside, The Future

Fino al 14 agosto 2020

Solomon R. Guggenheim Museum
1071 Fifth Avenue, New York

https://www.guggenheim.org/

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