30 giugno 2020

Covid-19: ultima chiamata per il design

Da sempre il design è al servizio dell’uomo e delle sue necessità. Oggi, più che mai, progettisti, ingegneri e creativi di tutto il mondo non si sono fermati ma hanno imbracciato, figurativamente, le armi di cui dispongono – pragmatismo, genialità, buon senso, intuizione e visione – per avanzare proposte in grado di aiutarci a fronteggiare questa epidemia. Moltissimi sono stati i progetti nati in più ambiti – moda, arredo, architetture, automotive …. Per cercare di fare ordine, non trascurare e dare un’adeguata visibilità ai più significativi, il Museum of Craft and Design di Los Angeles ha deciso di raccogliere quelle soluzioni che propongono nuove forme per una nuova funzione, la riduzione della trasmissione di malattie virali. Nasce, così, il progetto Design by Distance, a cura di Ginger Gregg Duggan e Judith Hoos Fox di c2-curatorsquared, una mostra digitale, diremmo “in real time”, che riunisce virtualmente oggetti, indumenti, DPI, accessori e proposte di pianificazione dello spazio indoor e outdoor capaci di agevolare una “nuova normalità” in un ambiente minacciato da virus.

In un presente in cui ognuno di noi è diventato, suo malgrado, severo critico di sedute, divani, tavoli, luci e molto altro ancora, nessun nuovo progetto e nessun design “innovativo”, volto a migliorare e facilitare l’esperienza del quotidiano è sfuggito alla nostra attenzione. E, così, online o sulle pagine di riviste e quotidiani, abbiamo avvistato progetti che fanno di ottimismo, estro e sagacia le loro armi vincenti.

Chi non si è soffermato a rimirare i voli, più o meno pindarici, dei progetti per nuovi DPI? Chi non ha sentito alleggerirsi il cuore davanti ai sorrisi di ogni tipo stampati sulle mascherine? Chi non ha mai sperato di ritornare al ristorante, in spiaggia o al parco in moderni box di plexiglass o in deliziose “serre” a uso personale? E chi non vorrebbe tornare a volare ancorché in scafandri super sicuri pur di raggiungere un agognato altrove?

Ginger Gregg Duggan e Judith Hoos Fox hanno per noi scremato dal mare magnum di proposte, che, dopo un attimo di sconcerto e immobilità, ci hanno sommerso, idee e proposte davvero nuove, che non sono solamente una revisione di forme già viste. Questi progetti, alcuni ideati proprio per essere messi in produzione, altri, invece, solo per promuovere una forma di riflessione più profonda su quanto sta avvenendo, offrono uno scorcio sulle tante emozioni che questa nuova necessità di “distanza sociale” ha suscitato. Ne deduciamo che il nostro bisogno di protezione personale trova forma in una serie di protezioni del corpo e interventi nello spazio che vanno a sottolineare quanto sia importante, preziosa e irrinunciabile una profonda e autentica connessione umana tra gli individui.

E, dunque, tolti tutti quei progetti che Kate Wagner ha definito meramente "coronagrifting” o "PR-chitecture" restano, tra gli altri, da scoprire i gioiosi progetti di Nendo che consentono ai bambini di mantenere la corretta distanza pur permettendo loro di interagire e giocare insieme; i divisori d’arredo del collettivo Dutch Invertuals, guidato da Wendy Plomp, che richiamano le sculture realizzate dagli artisti della luce californiani Larry Bell, Robert Irwin, Doug Wheeler, Craig Kauffman; le eleganti “campane” di plexiglass del francese Christophe Gernigon che rispondono alla necessità di cenare ancora tutti insieme senza distanze impensabili e senza soffrire di claustrofobia; la meravigliosa “gonna a cerchio” in rattan che richiama alla memoria lo stesso modello del ‘700 proposta da Livable − piattaforma di ricerca e progettazione guidata da Sep Verboom e nata per rispondere alla Global Call out to Creative delle Nazioni Unite − utile per rispettare i parametri del distanziamento sociale oggi raccomandato; o, in alternativa, le gonne disegnate da collettivo multiply che si ispirano agli abiti da ballo dell'era vittoriana per le donne e al tradizionale kilt delle Highland per gli uomini; o, ancora in alternativa, i “copricapo strutturali” della costumista e stilista Veronica Toppino che guarda ai cappelli a tesa larga del 18° secolo; il kit per la pulizia di sé e delle superfici attorno a noi, che sembra una parure gioiello, ideato da Birgit Severin e Guillaume Neu o le Handy Capsule di Kiran Zhu che comprendono una maschera non riutilizzabile, disinfettante per le mani, etichette adesive e salviette imbevute di alcol.

Ma, ovviamente, non finisce tutto qui: la mostra è, e sarà, un work in progress fino a dicembre. Il Museum of Craft and Design, infatti, alimenterà questa vetrina con tanti altri progetti che creativi, designer, architetti, ingegneri vorranno condividere con l’istituzione e con il pubblico che vorrà informarsi, immaginare una parte di futuro e, a volte, semplicemente fantasticare e sorridere. Cosa di fondamentale importanza oggi.

https://sfmcd.org/design-by-distance/

https://curatorsquaredvirtualviews.com/designbydistance

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