17 settembre 2020

Daniel Buren. Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati

Prima assoluta in Italia per i tessuti in fibra ottica di Daniel Buren, ultima tappa della fitta ricerca dell’artista e scultore francese, classe 1938, Leone d’Oro della Biennale di Venezia 1986 per il migliore padiglione internazionale e Praemiun Imperiale 2007 per la pittura. Un artista poliedrico che ha sempre concepito i suoi lavori in funzione del luogo di destinazione, realizzandoli sul posto. La mostra “Illuminare lo spazio, lavori in situ e situati” conferma questo suo distintivo modus operandi, a cui - per questa speciale occasione di rilancio post lockdown - ha aggiunto una serie di lavori “situati”, ma idealmente trasferibili in altri contesti. Lavori, dunque, fatti per o che si adattano ai grandiosi spazi della Sala delle Capriate, custode di dipinti e affreschi antichi, nel medievale Palazzo della Ragione di Bergamo – nei secoli palazzo di giustizia, tribunale, teatro e anche biblioteca.

La scelta della città italiana maggiormente colpita dalla recente pandemia e di un luogo storico, simbolo della vita cittadina – per il terzo anno consecutivo sede estiva della GAMeC-Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo – per un progetto espositivo di respiro internazionale come questo assume un’importante valenza, un segno di desiderio di rinascita, un nuovo respiro di luce, che affianca il connaturato valore artistico e di ricerca dell’intero progetto. Si tratta, infatti, della prima mostra con cui la città si riapre al pubblico e alla “nuova normalità”.

A cura di Lorenzo Giusti, la mostra presenta l’ultimo atto della continua ricerca artistica di Buren: grandi tele in fibra ottica, portatrici di sostanze luminose e, contemporaneamente, getto di luce per gli ambienti. Verde, giallo, arancio, viola, blu, azzurro: sono i colori predominanti che emergono sgargianti dal buio della grandiosa sala. Quadrilateri di tela astratti, contraddistinti da un pattern di strisce verticali bianche alternate al colore del fondale stesso dell’opera. Buren, esponente di rilievo dell’Institutional Critique – movimento sulla critica delle istituzioni artistiche come pratica artistica, emersa a fine anni Sessanta – utilizza per la prima volta il motivo a bande bianche verticali, di 8,7 cm, nel 1965 apponendole su una tenda da sole e riducendo, ufficialmente, la sua pittura al grado 0. E da quel momento, il rigato diventa la sua personalissima cifra, dai lavori per mostre alle commissioni pubbliche. Si pensi alla potente e controversa “Les Deux Pateaux”, conosciuta anche come “Les Colonnes de Buren”, con cui nel 1985, su commissione dell’allora Ministro della cultura Jack Lang, invase la Corte d’Onore del Palais Royal di Parigi con oltre 250 colonne di marmo di varie dimensioni, a strisce bianche e nere.

Questi ultimi lavori di Buren sono essenzialmente un lavoro “per” e “nello” spazio: opere bidimensionali con una forte connotazione plastica e anti-decorativa, ma con un’intenzione interpretativa e di valorizzazione degli elementi architettonici e artistici preesistenti, come gli affreschi staccati dalle facciate delle case e dalle chiese dell’antico borgo urbano, collocati nel Palazzo negli anni Ottanta del secolo scorso, e i frammenti dei Sette saggi dell’antichità di Donato Bramante. Lavori dall’effetto psichico e visivo molto forte e positivo: trasmettitori di dinamicità, movimento, gioia e vitalità. Ed è proprio quello di cui Bergamo, in particolare, l’Italia e il mondo intero hanno ora bisogno. Grazie, ancora una volta, Daniel Buren!

Palazzo della Ragione
Piazza Vecchia
Bergamo / Città Alta
fino al 1 novembre 2020

Per iniziativa della GAMeC
gamec.it

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