02 dicembre 2020

Dicembre in agenda

Design! Oggetti, processi, esperienze È aperta a Parma (Abbazia di Valserena, fino al 14 febbraio 2021) la mostra Design! Oggetti, processi, esperienze, centrata sulle ormai imprescindibili collezioni dello CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione). Con la curatela di Francesca Zanella, e attraverso i fondi di designer italiani quali Archizoom, Bellini, Cini Boeri, i Castiglioni, Mari, Mendini, Menghi, Munari, Rosselli, Sambonet e Sottsass, si propone un’indagine (come d’altronde esplica il titolo) sulla dimensione parallelamente funzionale e simbolica degli oggetti, sui processi di produzione e infine sui rapporti tra ambiente abitato e design (“esperienze”). A prescindere dalla qualità dei pezzi esposti, la mostra è utile a ricordare a tutti i visitatori di “Parma capitale italiana della cultura 2020+21” la mole assolutamente eccezionale di opere e testimonianze custodite dallo CSAC. Attualmente più di dodici milioni di reperti suddivisi in cinque diverse sezioni (Arte, Fotografia, Media, Progetto, Spettacolo) che permettono tra l’altro impressionanti interrelazioni multidisciplinari: una realtà che il mondo intero ci invidia.
www.csacparma.it

Juan Navarro Baldeweg: un maestro fuori dagli schemi Tocca alla città di Brescia celebrare in modo fortemente impattante l’opera del grande architetto spagnolo, nato nel 1939. Personaggio di assoluto rilevo sulla scena internazionale del progetto, Navarro Baldeweg evita tuttavia da sempre lo status di archi-star (ed è quindi sovente dimenticato dalle masse!) per rifugiarsi in una dimensione in cui l’architettura sfocia nella scultura e nella pittura, e viceversa.
La mostra Juan Navarro Baldeweg. Architettura, pittura e scultura. In un campo di energia e processo, ospitata al Museo di Santa Giulia fino al 5 aprile 2021, a cura di Pierre-Alain Croset, è articolata in tre grandi spazi/sezione: nel Coro delle Monache (un unico polittico densamente dipinto), nella suggestiva basilica di San Salvatore (i lavori scultorei, in particolare sul tema dell’equilibrio) e infine, nella cripta, “Una casa dentro un’altra casa”, dedicata ai celebri progetti di architettura (tra cui il Palazzo dei Congressi di Salamanca, il Museo delle Grotte di Altamira, il Teatro Canal a Madrid e la Biblioteca Hertziana a Roma), presentati in una sorta di antro-studio, fitto di dettagli e di modelli (che paiono fagocitare lo spazio stesso).
Una mostra tutt’altro che facile (finalmente!), non da consumare al volo (finalmente!): piuttosto da vivere come una conquista intellettuale ottenuta passo passo nel percorso stesso della visita. Per chiudere bisogna segnalare che, in modo assolutamente coerente, allo stesso Baldeweg è stato affidato il nuovo allestimento dello spazio del Capitolium destinato a ospitare, dopo un delicato restauro durato anni, la splendida scultura bronzea dedicata alla Vittoria Alata, risalente al I secolo d.C..
www.bresciamusei.com

Giulio Paolini: l’enigmatico Ha compiuto 80 anni, il 5 Novembre, uno dei più grandi e di certo il più enigmatico degli artisti italiani. È il castello di Rivoli ad assumersi l’onere e l’onore della celebrazione di un così significativo traguardo con Giulio Paolini. Le Chef-d’oeuvre Inconnu, a cura di Marcella Beccaria, fino al 31 gennaio 2021: una mostra di grande importanza, realizzata con il supporto diretto della Fondazione Giulio e Anna Paolini. Il percorso si articola in più momenti: all’ingresso, al secondo piano del Castello, l’installazione che dà il nome alla mostra stessa (da una frase di Balzac) e che Paolini ha voluto donare al Museo. Si tratta della rilettura ambientale di uno dei primi capolavori di Paolini, l’opera del 1960 “Disegno geometrico”, che già metteva in gioco alcuni dei topoi paoliniani - dal tema della cornice a quello del vuoto, dall’elegia del silenzio alla coscienza dell’impossibilità di ogni modificazione. Spiega il maestro: “L'intera superficie della sala accoglie, al suolo, il tracciato virtuale e amplificato del mio primo (e ultimo) quadro, Disegno geometrico, alcune varianti dell'opera e nove cavalletti di cui uno al centro… è come in attesa”.
Segue, nella sala successiva, “Vertigo”, la vera e propria antologica di opere dagli anni Novanta a oggi e si conclude, con un titolo paradigmatico, con la sezione “Fine senza fine”. Celebrazione di un artista che non ha mai voluto essere celebrato, anzi che ha teorizzato la sua stessa sparizione.
www.castellodirivoli.org

Collezionare capolavori Ci fu un tempo, non così lontano, in cui le campagne intorno a Roma restituivano non soltanto ortaggi, ma meravigliose statue dell’antichità e, guarda caso, quei terreni erano sovente proprietà dei Torlonia, per altro già tra i principali collezionisti dell’Urbe. Nasce così, sostanzialmente a opera di due generazioni di principi, Giovanni (1754-1829) e il figlio Alessandro (1800-1886), la maggiore collezione privata di antichità classica del mondo. Invisibile da più di 100 anni, una parte di tale collezione (92 pezzi su 620), a cura di Salvatore Settis e Carlo Gasparri, viene oggi presentata a Villa Caffarelli sul Campidoglio, fino al 29 giugno 2021. L’impegnativo progetto di allestimento è firmato dallo studio milanese di sir David Chipperfield, con un significativo intervento di lighting design di Emilio Nanni. La scelta è radicale: gli antichi capolavori, a volte isolati, a volte volutamente ripetuti per tipologia (vedi i busti), sono appoggiati su superfici fittamente rivestite con un ammattonato artigianale grigio scuro e illuminati con una luce che rinuncia alla drammaticità delle ombre. A parete, ciascuna delle cinque sezioni in cui la mostra è suddivisa, propone un diverso, importante colore di intonaco crudo. Da un lato si visualizza la volontà di creare un grande museo (il Museo Torlonia), ma dall’altro si cita il fascino dei “magazzini” in cui tale opere sono state fino a oggi conservate.
www.museicapitolini.org

Oltre il possibile: Olafur Eliasson sul ghiacciaio Hochjochferner La massima parte di noi dovrà accontentarsi di guardare in fotografia l’ultima installazione del celebre artista islandese Olafur Eliasson. Ubicata in val Senales, provincia di Bolzano, a oltre 3.000 metri di quota, l’opera, permanente, ragiona sul cambiamento climatico e lo scioglimento dei ghiacciai (fino a pochi anni fa nel sito si sciava tutto l’anno, mentre oggi bisogna aspettare le prime nevi autunnali. È questo, tra l’altro, il luogo ove fu trovata la mummia dell’uomo di Similaun).
L’opera consiste in un percorso in quota, segnato dalla presenza di nove archi a simboleggiare le ere glaciali, che giunge a una sfera in vetro blu e acciaio, di 7 metri di diametro, composta da anelli rotanti a seguire il movimento del sole e dei pianeti. L’immagine suggerita, sebbene solo simbolica, è quella dei grandi strumenti astronomici. Gli arditi visitatori potranno entrare all’interno della sfera e vivere un’esperienza multisensoriale rispetto al percorso del sole nel cielo. Eliasson conferma con questo progetto monumentale la sua costante attenzione all’ambiente (ricordiamo a questo proposito i grandi blocchi di ghiaccio posizionati a Londra, nel 2018, in diverse location, a visualizzare l’aumento della temperatura del pianeta).

Riscoprire Sean Scully Irlandese di nascita, transitato per Londra inizialmente, ma poi a New York, il settantacinquenne Scully viene contemporaneamente presentato al Waldfrieden Sculpture Park di Wuppertal in Germania, con la monografica Insideoutside (fino al 3 gennaio 2021) e al Museum of Fine Arts – Hungarian National Gallery con Sean Scully: Passenger – A Retrospective (fino al 31 gennaio 2021). Dalle “Supergrids” del 1970 agli enormi pannelli, di altezze irregolari, che compongono, agli inizi degli anni ’80, le opere denominate “Backs and Fronts”: alternanza di righe più o meno fitte, orizzontali e verticali, a creare inconsce immagini urbane. Griglie che fungono da trappole visive per la luce e per lo sguardo dei visitatori. Non mancano poi le sculture, in realtà ancora linee che si trasformano in blocchi o torri di acciaio verniciato, acrilico, rame e vetro. Fino all’ultima serie, in mostra a Budapest, denominata “Dark Windows” ove il quadrato nero di Malevich “buca” il consueto paesaggio colorato, aprendosi forse alla speranza?
skulpturenpark-waldfrieden.de - https://en.mng.hu/

Le Corbusier prima di Le Corbusier Tutta la vita questo gigante dell’architettura ha dipinto, ma è sugli inizi che si concentra la mostra I disegni giovanili di Le Corbusier. 1902-1916, a Mendrisio, curata da Danièle Pauly, presso il Teatro dell’Architettura, fino al 24 gennaio 2021. Charles-Edouard Jeanneret (solo in seguito Le Corbusier) frequenta, tra il 1902 e il 1907, la Scuola di Arti applicate di La Chaux de Fonds: i suoi disegni dell’epoca non si discostano dalla maniera, presentando garbati soggetti naturalistici e piccoli acquerelli di paesaggi. Nel 1907 il nostro parte però per un primo tour europeo che si concluderà nel 1911: in Italia (con lo studio del Medioevo e dei pittori primitivi senesi), in Francia (a Parigi produce una serie fitta di disegni dedicata a Notre Dame), in Grecia e in Turchia, schizza a matita, sui celebri taccuini, le grandi architetture del passato, nonché scene e personaggi quotidiani (fortissima la fascinazione dell’Oriente). Rientrato a La Chaux de Fonds produce le prime opere architettoniche (tra cui la casa per i genitori) e, infine, nel 1917 si reca a Parigi. Jeanneret è ormai pronto a diventare Le Corbusier: la farfalla è uscita dalla crisalide. Dei periodi successivi della sua intensa vita si sa molto, ma qui si ferma la mostra di Mendrisio che ci ha dato modo di analizzare ben 80 disegni, alcuni inediti, e di sfogliare il primo di quattro volumi di un’opera monumentale quale il Catalogue raisonné des dessins de Le Corbusier, co-editato dalla Fondation Le Corbusier e dalle éditions AAM di Bruxelles. L’insieme della pubblicazione andrà a contenere più di 7.000 disegni eseguiti tra il 1902, appunto, e il 1965, anno della morte del maestro. La mostra di Mendrisio ci fa intanto comprendere come, fin dagli inizi, per Le Corbusier il disegno sia una necessità inevitabile e in qualche modo intima, una forma inarrestabile di auto-analisi.
http://www.arc.usi.ch/it/tam

Kajia ed Heikki Siren: una delle coppie dell’architetura finlandese Aino e Alvar Aalto, Tapio Wirkkala e Rut Bryk, Raili e Reima Pietila: la storia del progetto finlandese è ricca di coppie, nella vita e nel lavoro. A quelle citate, forse più conosciute al di fuori dei confini nazionali, si aggiungono ora Kaija e Heikki Siren. Everything and Nothing – Architects Kaija + Heikki Siren è il titolo della prima completa retrospettiva dell’opera architettonica dei Siren, all’Espoo City Museum KAMU, curata da Elina Standertskjöld (fino al 9 gennaio 2022). La curiosa denominazione cita in realtà una frase del nostro Luigi Nono che, esaminando il “Piccolo palcoscenico” del Teatro Nazionale, pare avesse esclamato “Tutto e niente!”.
Numerosissime sono le realizzazioni architettoniche dei Siren, in patria e all’estero (ricordiamo, il Palazzo dei congressi di Baghdad, 1982, e la sala da concerti a Linz, 1972). Ma l’opera più conosciuta e più rappresentativa del loro stile minimalista rimane probabilmente la cappella di Otaniemi del 1957: aperta verso il bosco con una grande vetrata e una croce! Di essa Gio Ponti disse: “Mai la mia coscienza religiosa fu tanto commossa da una architettura, ed indimenticabilmente”.

Napoli e Mendini Non è Milano la prima città italiana a dedicare un omaggio al grande Alessandro Mendini, dopo la sua scomparsa nel febbraio 2019. Ma Napoli! Vero è che un legame speciale si era creato negli anni tra Alessandro (e Francesco) Mendini e la città partenopea, in particolare grazie alla progettazione di due stazioni della metropolitana (Salvator Rosa e Materdei) e ai lavori alla Villa comunale. Ecco, quindi, che il museo MADRE presenta, fino al 1 febbraio 2021, Alessandro Mendini: piccole fantasie quotidiane, a cura di Arianna Rosica e Gianluca Riccio, con la consulenza (e l’allestimento) dello Studio Mendini di Milano. “Piccole” e “quotidiane” recita il titolo della mostra, ma, come ben sappiamo, non per questo meno rivoluzionarie: uno dei segreti dell’opera di Mendini, era proprio il procedere in maniera “indiretta” rispetto ai grandi problemi del design contemporaneo, lanciando sassolini colorati via via contro l’applicazione ripetitiva delle regole del funzionalismo (alla fine degli anni ’70), ma anche, alla fine degli anni ‘90 contro la volgarizzazione del post-moderno (di cui lo stesso Mendini era stato uno dei padri). Scrivendo (Mendini era un vero scrittore, non un progettista prestato alla scrittura), dipingendo, con quei suoi colori piatti, organizzando e coalizzando (il suo studio era un vero cenacolo), in un flusso continuo che miscelava arte e progetto. Ecco, la mostra di Napoli comincia a sviscerare tutto ciò, ma ci vorrà ancora molto tempo e molto studio per arrivare infine a posizionare Alessandro Mendini nell’esatta casella che la storia del design gli ha riservato. Intanto godiamoci, con triste malinconia, una passeggiata napoletana a rivedere le sue opere e una visita, quando sarà possibile, al MADRE, soprattutto per continuare a dialogare con lui.
www.madrenapoli.it

Gabrielle Chanel et rien ne va plus! La petite robe noir, il profumo Chanel n.5 (“What do you wear in bed? Chanel n.5 of course”, rispose Marylin), il tweed dei tailleur, il jersey, le scarpe bicolori, la borsa matelassé 2.55: oggetti di desiderio ineguagliati da decine e decine di anni e, soprattutto, icone assolute che non necessitano di alcuna didascalia.
Gabrielle Chanel: a Fashion Manifesto si intitola la grande mostra, al parigino Palais Galliera, Museo della Moda, fino al 14 marzo 2021, che rende omaggio a MADEMOISELLE (anche qui non serve alcuna altra specificazione). 350 pezzi originali, provenienti dagli archivi Chanel, dalla collezione permanente dello stesso Palais Galliera e dal Victoria&Albert Museum, disposti su ben 1.500 metri quadrati, ci raccontano la storia di Coco (Gabrielle) Chanel (1883-1971). Di umilissima origine, allevata in orfanotrofio (alcuni critici sostengono che l’amore per il bianco e nero e per la semplicità dello stile derivi proprio da quell’esperienza), ma in seguito aiutata dagli uomini della sua vita, Coco apre, nel 1910, il suo primo negozio, a Parigi in rue Cambon. Da allora non si fermò più, attraversando due guerre mondiali e rivoluzionando per sempre lo stile delle donne: nessuna sovrastruttura, ma tessuti e linee che seguissero morbidamente il corpo, pochissimi colori, il beige, il blu, perché sostanzialmente il bianco e il nero erano sufficienti in qualsiasi occasione. La liberazione della donna paga in realtà un pegno più importante di quel che non si pensi alle sofisticate mise di Chanel: per convincersene è sufficiente passeggiare nelle sale del museo parigino, tra modelli che, magari datati 1920, appaiono ancora assolutamente contemporanei.
www.palaisgalliera.paris.fr/en

Immagine in apertura: Photo Studio Olafur Eliasson

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