15 ottobre 2020

Enzo Mari e Hans Ulrich Obrist alla Triennale

Io non ho mai disegnato perché mi piaceva farlo ma perché riflettevo su quello che non andava in ciò che mi circondava e — con gli strumenti limitati che avevo — cercavo di approfondire e rispondere alle parole prive di significato che circolano nel mondo del design. Per questo io credo di aver fatto, e l’ho fatto per tutta la vita, cose che non erano merci, cose che non erano da vendere”. Queste le parole con cui Enzo Mari riflette sul “perché” della sua “arte” in una conversazione di qualche anno fa con Stefano Boeri e Hans Ulrich Obrist. Chissà, se è nata allora l’idea della tanto attesa mostra Enzo Mari e Hans Ulrich Obrist che, programmata per il 20 aprile scorso e rinviata a causa di forza maggiore (la pandemia di Covid-19), apre finalmente il 17 ottobre, in Triennale: un’autografia curata dal direttore artistico di Serpentine Galleries di Londra, con Francesca Giacomelli per la sezione storica, la direzione artistica di Lorenza Baroncelli e il progetto di allestimento firmato da Paolo Ulian.

Dal costante dialogo, nel corso degli anni, tra uno dei più amati e discussi maestri del design italiano e il curatore d'arte, critico e storico dell'arte svizzero, nasce un progetto espositivo in cui va in scena non solo il lavoro ma anche il pensiero di Mari: un excursus tra oggetti, progetti, modelli, disegni e materiali di archivio che documentano oltre 60 anni di attività che hanno influenzato la contemporanea progettualità italiana (e non solo). Aggiungono curiosità e ulteriore interesse alla rassegna gli interventi di personalità di fama internazionale del mondo artistico e del progetto come Virgil Abloh, Adelita Husni-Bei, Tacita Dean, Dominique Gonzalez-Foerster, Mimmo Jodice, Dozie Kanu, Adrian Paci, Barbara Stauffacher Solomon, Rirkrit Tiravanija, Danh Vo e Nanda Vigo, chiamati a rendere omaggio a Mari attraverso opere site-specific o nuovi lavori. Da segnalare con affetto, il contribuito di Nanda Vigo, realizzato poco prima della sua scomparsa, che reinterpreta in modo poetico, attraverso la luce, una delle opere più famose del designer, i 16 animali.

La sezione storica della rassegna si sviluppa a partire dal riallestimento dell’ultimo progetto espositivo curato dallo stesso autore al GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino nel 2009 e raccoglie circa 250 progetti, considerati tra i più rilevanti e rappresentativi tra gli oltre 2.000 ideati nel corso della sua carriera. L’esposizione segue un fil rouge cronologico, senza distinzione tra discipline, tecniche e tipologie di ricerca. Parallelamente, diciannove Piattaforme di Ricerca presentano approfondimenti su altrettanti progetti dai quali emergono tematiche centrali nella pratica e nella poetica di Mari come, ad esempio, le prime indagini sulle ambiguità percettive, le ricerche sulla produzione sperimentale e di serie, il tema dello standard. In questa sezione, è incluso uno degli ultimi progetti realizzati dal designer prima del suo ritiro dalle scene, lo scenografico allestimento dell’esposizione Vodun, African Voodoo disegnato per la Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi del 2010, di cui in Triennale è riproposto un ambiente dai potenti rimandi formali alle strutture dei modelli che costituiscono la Proposta per un’autoprogettazione del 1974.

Completa il percorso, una serie di video-interviste realizzate da Obrist, che testimoniano la costante tensione etica di Mari, la sua profondità teorica e la straordinaria capacità progettuale di dare forma all’essenziale. Tutti i suoi progetti, infatti, cercano di dare risposte a un’urgenza sociale e a una necessità morale che lo accompagnano per tutta la vita. Afferma il designer: “Il mio primo maestro si chiama Platone. Da bambino intravidi il suo nome mentre andavo a studiare nella Biblioteca di Brera. Platone mi colpiva perché parlava di etica, di un progetto fatto non per l’interesse di una persona, ma per tutti. Ecco: questo per me è sempre stato fondamentale”.

Una mostra molto importante, quella organizzata dalla Triennale, se consideriamo che Mari ha donato l’intera collezione delle sue opere alla città di Milano, dove ha vissuto e lavorato, ma ha chiesto che il suo archivio non venga reso accessibile per i prossimi 40 anni. “Perché ipotizzo, con la convinzione di un bambino un po’ ottimista, che solo tra quarant’anni una nuova generazione, non degradata come quella odierna, potrà farne un uso consapevole. Ho grande speranza che ci sia, nel futuro prossimo, una generazione di giovani che reagiscano e che riprendano in mano il significato profondo delle cose”.

Ci si aspetta, allora, un grande spettacolo che metta in luce la ricerca teorica anticonformista, dissacrante ma pur sempre ironica del maestro. Ne renderemo conto in questo Magazine dopo averla visitata!

www.triennale.org

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