03 giugno 2020

Giugno in agenda

Nonostante la situazione attuale che ha costretto a chiudere musei e istituzioni, desideriamo comunque proseguire nel segnalare gli eventi e le mostre di nostro interesse nel nome della cultura.

Paolo Portoghesi racconta Francesco Borromini Nel lontano 1967, Paolo Portoghesi pubblicò “Borromini, architettura come linguaggio” (volume fondamentale e introvabile che, oggi, finalmente torna a noi pubblicato da Skira) arricchito di nuovi materiali documentari e aggiornato dallo stesso autore nei testi. Borromini, ricordato anche per l’eterna querelle contro Bernini, l’altro grande architetto del periodo, rappresenta l’anima oscura, il dubbio, la ricerca (tanto quanto Bernini rappresentò la certezza del potere). Opere sofferte come il Baldacchino di San Pietro, San Carlino alle Quattro Fontane e soprattutto Sant’Ivo alla Sapienza vengono magistralmente lette da Paolo Portoghesi nell’amplissimo volume. Emerge chiaramente la passione per il progetto, il furore della fede, ma anche quell’incoercibile male interiore che porterà il Borromini, autore di tanta bellezza, al suicidio.

Corretta risposta contestuale delle Grafton (Pritzker Prize 2020) Una semplice griglia di travi e solai è la risposta, al contempo contestuale e classica, che le Grafton hanno fornito con l’appena inaugurata “Town House” della Kingston University, nei pressi di Londra. Allontanandosi dal loro conosciuto linguaggio massivo e volumetrico (vedi l’ampliamento dell’università Bocconi di Milano), Yvonne Farrell e Shelley McNamara propongono un edificio leggero, quasi “un non finito” nell’impressione che la struttura vada ancora tramezzata. Secondo le progettiste il nuovo edificio fungerà da “ingresso principale all’università e portale urbano per Kingston upon Thames”*, il sobborgo di Londra ove è ubicato, e restituirà, nella sua configurazione architettonica, l’idea di “libero accesso”, sia reale sia metaforico, agli studi universitari e alle attività di intrattenimento previste (biblioteca, archivio, un teatro, studi di danza, due caffè).

I sogni possono invecchiare? Brasilia compie 60 anni Il 21 aprile 1960, su un altipiano desertico a 1171 metri di altitudine, viene inaugurato un sogno. Disegnata da Lúcio Costa a forma di colomba, Brasilia è la nuova capitale del Brasile: 1051 chilometri da San Paolo, 1148 chilometri da Rio de Janeiro (equidistanza politica). Sarà Oscar Niemeyer a concretizzare l’utopia progettando, tra gli altri, gli edifici monumentali della Piazza dei Tre Poteri: in precedenza nessun architetto, a parte forse il costruttore delle piramidi d’Egitto, aveva avuto così tanto “potere”. La città è la puntuale trascrizione del piano di Costa, divisa in quartieri mono-tipologici (gli alberghi, le residenze) nel bianco accecante dell’architettura sotto un cielo blu “che pesa”. In realtà, però, molto presto, l’utopia comincerà a sgretolarsi, non solo perché la democrazia cederà il passo alla dittatura, ma anche perché lo schema eccessivamente teorico verrà lentamente corroso dalla vita quotidiana. A 60 anni dall’inaugurazione la superba scenografia di Brasilia continua, quindi, a porci il dubbio sulla possibilità di creare una città dal nulla.

Renzo Piano e il ponte di Genova Il 28 aprile è stata posata l’ultima campata del ponte sul torrente Polcevera, progettato da Renzo Piano in sostituzione di quello ideato da Riccardo Morandi, inaugurato nel 1967 e funestamente crollato il 14 agosto 2018. Il nuovo ponte, che sarà agibile nell’estate 2020, è stato definito da Piano “semplice e parsimonioso, ma non banale”. In realtà l’opera ha scatenato notevoli polemiche a livello architettonico: rispetto al volo pindarico di Morandi, Piano avrebbe tenuto un basso profilo formale? Al contrario crediamo che la semplicità adottata sia uno straordinario antidoto al dolore: un’opera non solo di architettura quindi, ma di psicologia ambientale. Forse effettivamente il nuovo ponte è troppo “attaccato alla terra”, ma sicuramente Morandi si era eccessivamente lanciato nel cielo, dimenticandosi, tra l’altro, dell’esistenza di un territorio sottostante, trasformato ben presto in una “terra di nessuno” all’ombra della grande struttura. Ora il più semplice ponte di Piano sarà non solo percorso ogni giorno da migliaia di automobilisti, ma vissuto anche nella sua parte inferiore, trasformata nel “Parco del Polcevera”.

Riaperto il Vitra Museum: è l’occasione per visitare “Home Stories: 100 Years, 20 Visionary Interiors” Dopo il lungo periodo di chiusura, l’11 maggio ha riaperto il Vitra Design Museum. Fino al 28 febbraio 2021 ci sarà quindi modo di visitare la mostra “Home Stories: 100 Years, 20 Visionary Interiors” dedicata agli interni nella storia dell’architettura contemporanea. Ammettendo che gli interni siano la componente architettonica forse più difficile in assoluto da raccontare, cosa ci rimane di un interno d’epoca, quasi certamente distrutto: qualche foto sbiadita, qualche pianta annotata? Ecco allora che, a Basilea, il curatore Jochen Eisenbrand e il progettista dell’allestimento Joseph Grima, scelgono una soluzione intermedia tra le cosiddette period rooms (ricostruzioni integrali di ambienti) e un’esposizione di pezzi singoli. Venti interni, considerati assoluti (da Adolf Loos a Finn Juhl a Lina Bo Bardi), vengono “suggeriti” accostando, su pedane curvilinee, mobili originali e alcuni materiali progettuali. Non sempre risulta facile, tuttavia, cogliere l’atmosfera dell’interno che si vorrebbe raccontare. Un secondo punto di discussione riguarda i criteri di selezione: per quanto appaia difficile raccontare 100 anni di storia degli interni attraverso 20 situazioni soltanto, di sicuro, tra queste, 5 o 6 almeno dovrebbero parlare italiano, con la lingua di Ponti, Mollino, Scarpa, Gardella, Albini, Riva, Cordero. E invece, a Basilea, l’Italia è del tutto assente! Compensa, in catalogo, l’ottimo saggio di Matteo Pirola.
https://www.design-museum.de/en/information.html

Non tutti sanno che … Non tutti sanno che (e in questo periodo può risultare assai utile!) chiunque può accedere, gratuitamente, a un patrimonio inestimabile quale quello conservato negli archivi del MoMa di New York e inerente alle mostre ivi organizzate dal 1929. Cataloghi introvabili, immagini, documenti, inviti, locandine: definitivamente disponibili online (www.moma.org) per gli studiosi (o anche semplicemente per i curiosi). L’operazione di digitalizzazione, durata alcuni anni e affiancata dalla condivisione delle immagini di ben 70.000 tra le opere facenti parte della collezione, si pone come paradigmatica per i musei di tutto il mondo (in specie italiani). A partire dalla mostra inaugurale “Cézanne, Gauguin, Seurat, van Gogh”, per ricordare la problematica “African Negro Art” del 1935 e, nel 1939, ormai in guerra, l’importantissima antologica “Picasso: Forty Years of His Art”, fino ai nostri giorni (per un totale di circa 3500 esposizioni), si potranno scaricare, in pdf, i preziosissimi cataloghi, semplicemente entrando nel sito del museo. Analogamente per il Guggenheim Museum all’indirizzo https://archive.org/details/guggenheimmuseum.

Autoprogettazione: istruzioni d’artista per realizzare un’opera d’arte a casa propria Questo il titolo dell'iniziativa, a cura di Toni Merola, Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan, organizzata dalla storica galleria Milano per rispondere ai tempi lunghi e alle inerzie provocate dalla pandemia. Prendendo spunto dall’antesignana mostra “Autoprogettazione” messa in scena da Enzo Mari, nel 1974, proprio alla Galleria Milano, è stato chiesto a 70 artisti di proporre on line (sul sito autoprogettazione.com e sulla pagina Instagram @autoprogettazione) le istruzioni affinché chiunque di noi possa costruire “un’opera d’arte”. Assai interessante il fatto che sia proprio una galleria d’arte a volersi porre “fuori” dal mercato dell’arte. A questa costatazione, che sposa la motivazione originale di Mari, si aggiunge oggi la volontà di aiutare le persone, necessariamente limitate negli spostamenti esterni alle mura domestiche, a riscoprire il valore del tempo, le loro capacità e il piacere del fare.

Savoir-faire C’è tempo fino al 20 luglio per presentare la domanda di partecipazione alla quinta edizione della “Académie des savoire-faire” organizzata dalla Fondation d’entreprise Hermès. Dedicata a “Il vetro e il cristallo”, sotto la direzione del designer francese Noé Duchaufour-Lawrance, l’edizione 2020 è destinata ad accogliere dieci artigiani, cinque designer e cinque ingegneri selezionati tra quanti invieranno la richiesta e il portfolio all’indirizzo http://www.fondationdentreprisehermes.org/fr/candidatures. Attraverso conferenze, master-classes, visite e workshop i selezionati indagheranno nuove vie evolutive per un materiale antico come il vetro. Il progetto rientra nelle attività di sviluppo dell’alto artigianato (tema quanto mai attuale) portate avanti da tempo dalla Maison Hermès.

I grandi magazzini “Galleria” a Gwanggyo (Seul) L’ultimo progetto degli olandesi OMA, capitanati da Rem Koolhaas, il grande magazzino “Galleria” a Gwanggyo nei pressi di Seul, pone non pochi problemi di interpretazione critica. Ma cominciamo dalla descrizione dell’opera: utilizzando, per rivestire la facciata, migliaia di frammenti di granito, interrotti da finestrature come abnormi formazioni cristalline, i progettisti hanno dato vita a un immenso monolite (alto 10 piani) tanto dissonante con il contesto quanto straniante e quindi attrattivo per il pubblico dei consumatori. A cavallo tra l’estetica del rudere e quella della distopia fantascientifica l’edificio ci interroga rispetto alla legittimità di trasformare, a fini commerciali, un grande magazzino in una sorta di cattedrale e il centro urbano in un luna-park.

Ciao Nanda, Ciao Enrico A un giorno di distanza, rispettivamente il 16 e il 17 maggio ci hanno lasciato due giganti della storia del design: Nanda Vigo (1936) ed Enrico Astori (1936). Li ricordiamo qui, insieme, non solo per questa doppia coincidenza temporale, ma perché Nanda ed Enrico hanno percorso una accanto all’altro una parte della loro attività progettuale e soprattutto sono avvicinabili per la loro sostanziale alterità rispetto all’ambiente del design italiano e milanese. Nanda Vigo nel suo essere contemporaneamente una straordinaria artista e una straordinaria designer, Enrico Astori nell’aver saputo trasformare il mestiere di produttore in quello di cantore della bellezza. Nanda (per tutti la Nanda), compagna nella vita di Piero Manzoni e allieva di Gio Ponti e Lucio Fontana, utilizza sostanzialmente due materiali, il vetro/specchio e la luce: con essi costruisce opere totalmente inedite, riuscendo ad affermare un proprio ruolo di primo piano in un ambiente ancora sostanzialmente maschilista. Enrico Astori inventa con Driade il concetto di “fabbrica estetica”, procedendo per innamoramenti e consegnandoci indimenticabili progetti innanzitutto di sua sorella Antonia e quindi di Mari, Starck, Tusquets, Sipek, Arad, Littman, Sejima, Tokujin, di Nanda Vigo, appunto. Ciao Nanda, ciao Enrico: ci mancherete molto, vi dobbiamo veramente molto.

Addio a Germano Celant Determinato, controverso, istrionico, geniale: Germano Celant ci ha lasciato il 29 aprile. Personaggio assai discusso, nato a Genova nel 1940, dalla fine degli anni ’60 è stato il vero “ago della bilancia” dell’arte italiana. Straordinaria la sua capacità di promozione (ha portato alla ribalta internazionale numerosi nostri artisti) e di organizzazione (indimenticabili alcune sue mostre): potremmo attribuire a lui l’invenzione della figura stessa del “curatore” (diversa, si noti bene, sia da quella del critico sia da quella dello storico). Ma andiamo, sebbene in sintesi, con ordine: allievo di Eugenio Battisti, nel 1967 presenta, alla galleria La Bertesca di Genova, un gruppo di artisti (tra cui Boetti, Fabro, Kounellis, Paolini, Pascali, Prini) sotto l’etichetta di Arte Povera, sarà il suo più grande successo. L’ “Arte Povera”, criticata, manipolata da Celant stesso, rilancia comunque un nucleo forte di arte italiana nel mondo. Seguono mostre nei maggiori musei del mondo, finché, nel 1997, non viene nominato direttore della 47a Biennale d'Arte di Venezia e quindi, dal 1998 al 2008, diventa senior curator al Guggenheim Museum di New York. Dal 1995 dirige la Fondazione Prada ove, in grandiosità di mezzi economici (e con qualche caduta evidente quando il tema sconfinava verso le arti decorative, il design e l’architettura), propone mostre significative come POST ZANG TUMB TUUM: “Arte Italiana 1918-1943” (Milano, 2018). Chi sarà il suo erede culturale? Quale la gestione del suo immenso archivio? Chi difenderà ora l’arte italiana nel mondo?

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