10 novembre 2020

La terra soffoca. L’arte di Otobong Nkanga

Otobong Nkanga è una giovane artista nigeriana che ha iniziato gli studi d’arte presso l’Università Obafemi Awolowo a Ile-Ife, in Nigeria, per continuarli poi a Parigi presso l’Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Ha completato il suo percorso accademico con un Master in Performing Arts, presso la Dasarts, Studi di Ricerca Avanzata in Teatro e Danza, ad Amsterdam. Attraverso i suoi disegni, installazioni, fotografie, sculture e performance esamina il rapporto sociale e topografico con il nostro ambiente quotidiano. Riflettendo sulla terra quale luogo di non-appartenenza, Nkanga fornisce un significato alternativo al concetto sociale di identità. Riesce, così, a far riemergere ricordi sopiti e delineare, dal punto di vista storico, l’impatto esercitato dagli uomini e dalla natura sul nostro pianeta. Espone le complessità intrinseche e il potenziale valore di una risorsa come il sottosuolo per generare narrazioni e storie connesse alla terra.

È, dunque, il complesso e mutevole rapporto fra gli uomini, la terra e le relative strutture di riparazione a costituire la premessa della mostra There's No Such Thing as Solid Ground, presso il Gropius Bau di Berlino. Affrontando la questione dei sistemi globali di sfruttamento e dell’estrazione mineraria, il suo lavoro guarda con occhio poetico e critico al movimento di persone, flora e fauna, nonché alle risorse naturali, soprattutto quelle minerali.

Nkanga vede la terra come formazione geologica e discorsiva, al di là del suolo e dei territori geografici. È un terreno su cui le forze sociali, politiche, economiche ed ecologiche sono vincolate da cicli di conflitto e negoziazione. Un luogo in cui noi, in quanto umani, lottiamo per trovare delle soluzioni attraverso azioni di innovazione, ridistribuzione e convivenza. Sulla base di un’intensa ricerca e con l’uso interconnesso di media, installazioni, performance, disegni, poesia e racconti, il lavoro di Nkanga abbraccia la temporalità dei regimi coloniali e delle reti globali che operano sotterraneamente e agiscono sui corpi viventi. There's No Such Thing as Solid Ground presenta, quindi, una serie di installazioni e performance artistiche, insieme a un nuova tela a parete e una colonna sonora multicanale.

La prima sala della mostra ospita l’installazione in continua evoluzione Taste of a Stone (2010-2020) , un giardino interno allestito appositamente. Il paesaggio, fatto di ghiaia e massi di pietra, pur comunicando una certa serenità, fa emergere collegamenti fra le pietre e le ossa e il retaggio dei lavori forzati, i ritrovamenti geologici e il relativo materiale di sfruttamento.

Per tutta la durata della mostra sarà attiva una performance-installazione, Diaspore (2014/2020), che vede protagoniste donne di origine africana che trasportano vasi di gelsomino notturno, ripercorrendo memorie orali ancestrali che mettono in relazione i concetti di radicamento e abbandono, pur con la potente autoaffermazione che il ‘nero’ è dappertutto.

Per questa mostra, poi, Nkanga ri-compone l’opera sonora multicanale Wetin You Go Do? Oya No (2020), in cui forme scolpite sembrano affrontare le strutture di potere, rappresentando il fragile equilibrio esistente nei momenti di espropriazione e angoscia. Attraverso composizioni polifoniche, echi, canti e suoni pronunciati in inglese e in pidgin nigeriano dalla stessa artista, questa installazione funge da camera acustica che enfatizza i segni di sottomissione, ribellione e resilienza.

I progetti di Nkanga sono trasversali alla cortina di fumo che le ideologie creano quando si parla di cura ristorativa e responsabilità, non permettendo di mettere a fuoco il rapido esaurimento del pianeta quale crescente costo da pagare al capitalismo degli algoritmi. L’artista osserva: “Nella filosofia degli Yoruba o degli Igbo, per esempio, non si può pensare, esistere ed essere nello spazio di questo mondo senza considerare l’aria e il vento, senza considerare gli alberi, senza considerare le stagioni”. Manifest of Strains (2018) racconta il metabolismo della giustizia ambientale, la rabbia collettiva e il desiderio tecnologico attraverso un’installazione che raccoglie tre elementi: fuoco, acqua e aria. Denuncia altresì l’oppressione strutturale e la psicosi collettiva durante rivolte, occupazioni e rivoluzioni.

Un workshop ospiterà il progetto permanente multi-sito Carved to Flow, ispirato all’architettura africana. Questo laboratorio prevede la movimentazione di materiali e, per estensione, di corpi, come parte di un processo che si rifà alla produzione e distribuzione del sapone 08 Black Stone. Sapone che mescola oli nutritivi, tipi di burro africani, del Medio Oriente e del bacino del Mediterraneo − luoghi di rotte migratorie –, con carbone o resti di materia organica carbonizzata in assenza di ossigeno. Cosa che va a scapito della fertilità di intere regioni, soprattutto all’indomani di una crisi, di distruzioni, estrazioni minerarie incontrollate o mala-gestione.

There's No Such Thing as Solid Ground è un’indagine approfondita sui legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale e, nel contempo, mette in luce la poesia e il disegno come esercizi per ricostruire il mondo servendosi di una drammaturgia che dà visibilità all’intelligenza emotiva, al tempo circolare e alle topografie della guarigione.

Gropius Bau
Berlino

Fino al 13 dicembre 2020
Temporaneamente chiusa fino al 30 novembre

https://www.berlinerfestspiele.de/en

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