12 maggio 2020

Maggio in agenda

Nonostante la situazione attuale che ha costretto a chiudere musei e istituzioni, desideriamo comunque proseguire nel segnalare gli eventi e le mostre di nostro interesse nel nome della cultura.

In gita a Varese: apre la Fondazione Marcello Morandini. Marcello Morandini rappresenta uno di quei talenti multidisciplinari che, soprattutto un tempo, caratterizzavano la creatività italiana: artista e designer, ma anche architetto, graphic designer e curatore di mostre, Morandini, nato a Mantova nel 1940, vive da sempre a Varese. Ed è a Varese, in una villa degli anni ’30, che ha deciso di organizzare la sua collezione e il suo archivio per aprirli al pubblico. Esponente di punta dell’arte concreta, Morandini ha conosciuto, soprattutto in Germania e soprattutto negli anni ’80, un clamoroso successo. La Fondazione, come anche il catalogo ragionato delle opere da poco pubblicato da Skira a cura di Marco Meneguzzo, dimostra l’assoluta coerenza del suo approccio artistico (indimenticabili i lavori in bianco e nero). La Fondazione, centrale per la città di Varese e immersa in un grande parco, è dotata di spazi per mostre temporanee e per attività didattiche.
www.morandinimarcello.com

Ma che ci fa Mr. Gehry ad Arles? Arles: la quieta cittadina della Provenza ove van Gogh trascorse i suoi ultimi anni, la campagna che arriva fino al mare della Camargue. E i colori e gli odori, l’anfiteatro romano e i bistrot. La brandade (crema di stoccafisso con olio di oliva) e la gardiane de taureau (carne di toro stufata con riso alle noci): che c’entra Franck Gehry con tutto questo? Che c’entra la torre Luma, appena ultimata, con tutto questo? Alta 56 metri, contorta come il Castello del Male in un film Disney, coperta, al pari di un mostro marino, con 11.000 scaglie di lucido alluminio. Destinata a ospitare la Fondazione Luma, con spazi per mostre e atelier d’artista, secondo Gehry cita le alte e scabre falesie alle spalle delle città. A noi pare un tipico land-mark “alla Gehry”, ripetuto ormai da anni, con modeste variazioni, nei luoghi più diversi del mondo. Aveva bisogno Arles di giocare “la carta Bilbao”?
www.luma-arles.org

Ciò che avrebbe potuto essere e non è stato! Il 27 febbraio 1960 moriva Adriano Olivetti. Aveva 59 anni e migliaia di sogni ancora da realizzare. L’uomo che aveva saputo trasformare una cittadina provinciale, Ivrea, nell’esempio urbanistico più luminoso di “città ideale” che la contemporaneità ci abbia dato, l’uomo che aveva trasformato la fabbrica in un’impresa sì redditizia, ma culturale, l’uomo che assumeva, per raggiungere tali scopi, non solo i migliori architetti dell’epoca, ma anche letterati, scrittori e poeti, l’uomo amato dalla sua gente come un padre, più di un padre. Adriano Olivetti era un visionario tecnologico: sua l’intuizione delle prime macchine elettroniche, dei primi computer. Ma era anche un visionario politico, guidato da una parola magica “Comunità” (così si chiamò la sua rivista e la sua casa editrice): gli uomini per lui non erano solo entità individuali, ma una comunità nel pensiero e nell’azione. Adriano morì troppo presto e la pianificazione urbanistica così come l’organizzazione industriale presero strade diametralmente opposte a quelle da lui suggerite. La società italiana fu travolta prima dalla spinta consumistica e poi da opposte ideologie in feroce conflitto. Rimane acuto per noi il rimpianto di ciò che la pax olivettiana avrebbe potuto produrre.

Intelligenza artificiale e robot: cominciamo dalla letteratura. Come ben sappiamo la fantasia ha creato mondi distopici ben prima che la scienza iniziasse anche solo a immaginarli. Ora che i robot cominciano realmente a circolare tra noi può risultare assai interessante leggere il romanzo (Einaudi, 2019) di Ian McEwan “Macchine come me (e persone come voi)”. Adam è un robot, bellissimo, intelligente, costosissimo, un “articolo da compagnia” con cui Charlie vuol fare colpo su Miranda. Peccato che lasci a lei il compito di “programmarlo”, ovvero di insufflargli vita e desideri. Da amico fidato, capace di discutere del rapporto tra Montaigne e Shakespeare o di risolvere un’equazione complessa, Adam si trasforma per Charlie in un imbattibile rivale. Impossibile rivelare qui il finale cui si giunge in un crescendo inarrestabile, ma ricordiamo una delle vecchie leggi della robotica: “Un robot non può recar danno a un essere umano!” Ma varrà anche per un robot più umano degli umani e dotato di desideri e di coscienza? Varrà per un robot “innamorato”. Assolutamente da leggere prima di comprare un robot domestico!

Più Rodari che Munari. Per molti, le filastrocche di Rodari, i suoi libri illustrati, i suoi personaggi poeticamente senza senso erano parte della quotidianità. “Favole al telefono” del 1962 o “Il libro degli errori” del 1964 accompagnavano a dormire i bambini della fine degli anni ’50. Rodari morì, prematuramente, nel 1980, era nato nel 1920: in questo 2020 si ricordano dunque i 100 anni dalla nascita e i 40 dalla morte e si recuperano le sue opere. Forse le recuperano i grandi (che erano bambini allora, al momento giusto), mentre per i bimbi di oggi tutto è troppo delicato (ma l’errore non è certo di Rodari). La figura del maestro di Omegna si chiarisce oggi definitivamente nel suo valore letterario e teorico (si veda il manuale “Grammatica della fantasia: introduzione all’arte di inventare storie”, del 1973) distinguendosi anche da quella del più anziano, ma ben più longevo, amico Bruno Munari che, nel tempo, senza volerlo (di Bruno erano illustrazioni delle prime edizioni dei libri di Gianni), ne aveva parzialmente fagocitato la fama.
https://100giannirodari.com/

Conservare o rifare? “Sengu. La ricostruzione del Santuario di Ise”: l’importante volume, recentemente edito da Electa, racconta una storia a dir poco incomprensibile per gli Occidentali. Il santuario in questione, shintoista, risalente al 690 d.C., viene in realtà distrutto e ricostruito (identico a se stesso) ogni 20 anni. Per riedificarlo di anni ce ne vogliono 8, con uno spaventoso esborso di denaro. Siamo giunti alla sessantaduesima ricostruzione e, per la prima volta fuori dal Giappone, la storia del santuario di Ise viene raccontata fotograficamente. Immagini intrise di una profonda ritualità che lasciano tuttavia intatta la domanda di base: perché? Perché, secondo l’antica credenza nipponica, ricostruire vuol dire credere nel futuro e rigenerarsi per poter entrare in esso. Sfogliare queste pagine è in realtà l’unico modo, per un turista, di avvicinarsi al tempio ove viene conservato lo specchio sacro raffigurate la dea Amaterasu e ove ancora vive la grande sacerdotessa, per tradizione legata alla famiglia imperiale.

“Ma lei sa fare solo delle bestie?” Galline, conigli, tacchini, cavalli, ma anche tigri, che certo non abbondavano sulle sponde del Po nei pressi di Gualtieri, il borgo in cui visse Antonio Ligabue. “Ma lei sa fare solo delle bestie?” è la domanda che viene posta a Elio Germano (Tony Ligabue) in un intenso momento del film “Volevo nascondermi”, regia di Giorgio Diritti. Opera con cui Germano ha vinto l’Orso d’Argento quale migliore attore alla Berlinale 2020. La sofferenza fisica (affetto da rachitismo) e il disturbo mentale (dal 1937 entra ed esce dal manicomio di Reggio Emilia) nonché l’estrema povertà e la derisione dei suoi compaesani fanno di Ligabue un personaggio tragico che nemmeno il tardivo successo riuscirà a salvare. Un’arte, la sua, che viene prima delle parole, che rinuncia alle parole e si mette appunto in relazione fisica con le bestie, con i loro versi. Unica alternativa, l’autoritratto: strumento ancor più crudele e impietoso. Quell’autoritratto in cui Elio Germano riesce a immedesimarsi totalmente, facendoci dimenticare la distanza tra realtà e finzione.

Alla scultrice Cristina Iglesias va il Royal Academy Architecture Prize 2020. L’artista spagnola Cristina Iglesias, che segue gli architetti americani Diller+Scofidio (2019) e il giapponese Itsuko Hasegawa (2018), sbaraglia gli altri nominati all’importante Royal Academy Architecture Prize, entrando con forte impatto nella categoria architettura, grazie a un concetto di “arte pubblica” assolutamente inedito. La serie di opere “Rivers and Public Spaces” si inserisce, volta per volta, in spazi urbani particolari, lavorando sui concetti di riflessione e di scorrimento (dell’acqua e del tempo). La Iglesias non produce dunque direttamente architettura, ma opere capaci di farci guardare all’architettura in modo del tutto differente: ad esempio proponendo un improvviso inabissamento in una vasca monumentale (“Deep Fountain” ad Antwerp) o facendo riaffiorare un rivo dimenticato (“Forgotten Streams” a Londra) di fronte all’edificio Bloomberg progettato da Sir Norman Foster. Oltre a rendere instabili i confini dell’architettura, Cristina Iglesias porta avanti un concetto di arte urbana che si allontana dal posizionamento di una statua, più o meno interessante, in un determinato luogo pubblico per creare un vero e proprio dibattito visivo con la realtà.
http://cristinaiglesias.com/

A Zurigo: su una sponda del fiume Limmat. Fabrizio Barozzi e Alberto Veiga, affermato studio di progettazione catalano, hanno recentemente concluso un edificio dedicato alla danza (“Tanzhaus Dance Center”) che fa praticamente da argine al fiume Limmat. La scelta, apparentemente formalista, di creare, su un doppio livello, sequenze di grandi aperture tronco coniche restituisce, metaforicamente, una sorta di movimento all’edificio. Così come lega il progetto alle grandi costruzioni sull’acqua (pensiamo, in particolare, a Plečnik a Lubiana). La durezza del cemento a vista e l’ossessiva ripetizione delle forme crea un ritmo deciso, si potrebbe dire a “tambur battente”, che, negli spartani interni, delimitabili con tende nere, ospita le esercitazioni e le performance del corpo di ballo, mentre sul bordo del fiume passeggia, curioso, il pubblico.
https://barozziveiga.com/

Ilkka Suppanen vince il Kaj Franck Design Prize 2020. Il più prestigioso premio finlandese viene aggiudicato quest’ anno ad Ilkka Suppanen: architetto e designer esordisce al Salone del Mobile di Milano nel 1990 con il suo gruppo Snowcrash. Da allora Ilka diventa una presenza costante nell’ambito del design italiano e si lega di amicizia con molti dei protagonisti della scena internazionale. La motivazione della giuria cita: “…. il linguaggio formale di Ilkka Suppanen è equilibrato, lieve e volto al futuro. Nei suoi progetti Ilkka combatte per la funzionalità, la necessità e una lunga durata nel tempo”. Recentemente ha firmato alcuni notevoli pezzi con Raffaella Mangiarotti, aumentando così il suo gradiente di “milanesità” ed evitando in maniera assoluta quel coefficiente di chiusura rispetto alle ricerche estere che, a volte, caratterizza i prodotti del design finlandese. E allora evviva Ilkka, tra Helsinki e Milano!
https://suppanen.com/

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