03 marzo 2020

Marzo in agenda

Horror vacui The Porcelain Room, curata da Jorge Welsh e Luísa Vinhais, non è certo una mostra che si posiziona dalla parte del vuoto e del silenzio, ma nemmeno in quel cosiddetto “giusto mezzo” così amato dalla borghesia. È viceversa un’esposizione che lavora sull’eccesso: 1700 pezzi di porcellana cinese, realizzati tra il XVI e il XIX, si stipano letteralmente in poche stanze. L’effetto, diciamolo subito affascinante, è quello del “troppo-pieno”, accentuato dall’allestimento progettato da Tom Postma Design: oro, velluto e un accrochage fittissimo che, nella stanza che cita le cosiddette “sale di porcellana” dei palazzi europei tra il 1600 e il 1700, coinvolge anche i soffitti oppure propone lunghe file di oggetti con figurazioni zoomorfe o fitomorfe, creati, attorno al 1760, per stupire gli ospiti in cene interminabili. Da vedere: fino al 28 settembre 2020.
http://www.fondazioneprada.org/

Nostra signora Gae Fino al 28 giugno 2020 il Vitra Schaudepot di Weil am Rhein rende omaggio a una grande signora dell’architettura e del design italiano, Gae Aulenti. Come sovente avviene la riflessione critica proveniente dall’estero precede quella nostrana. Anzi. Possiamo dire che dopo la sua scomparsa (2012) sia cominciata in Italia, e soprattutto a Milano, una polemica tanto feroce quanto sterile. Polemica che mi pare dimenticare alcune straordinarie qualità dell’Aulenti: dalla capacità di gestire cantieri estremamente complessi con un rigore raro, alla capacità di definizione non solo delle piante e dei volumi, ma di ogni più minuto dettaglio costruttivo (la famosa “discesa di scala” su cui pochissimi oggi sono preparati) fino alla volontà di utilizzare l’architettura come strumento di dibattito civile. Inoltre viene regolarmente misconosciuto il notevole apporto della Aulenti alla cosiddetta “architettura degli interni”. In interni Gae è riuscita, pur lavorando per l’alta borghesia, a rompere gli stereotipi proponendo uno stile il cui minimo comun denominatore era la cultura. Infine (e su questa parte si concentra principalmente la mostra − purtroppo un po’ limitata − al Vitra) dobbiamo ricordare il contributo assolutamente speciale che Gae ha dato al design, in particolare al lighting design. Al di là della celebrata “Pipistrello”, le sue lampade, “Giova”, “Ruspa”, “Patroclo” rimangono oggetti ove l’Aulenti controlla la forma con una forza incredibile e propone soluzioni “anti-graziose” di cui questi nostri giorni timidi e “perbene” hanno completamente perso la memoria.
https://www.design-museum.de/en/information.html

Gabriele Basilico. Metropoli Tutti noi che abbiamo lavorato con lui, e lo abbiamo molto amato, sappiamo che le città erano le ossessioni visive di Gabriele Basilico. Garbatamente autoironico, ma risoluto, Gabriele sapeva attendere per ore, a volte per giorni, che si palesasse quel momento di luce magica che lui, lui solo, era certo sarebbe arrivato. Evidente già in “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, uno dei primi progetti, la sua capacità di lettura urbana diviene sconvolgente nel lavoro su Beirut distrutta dalla guerra nel 1991. Seguiranno altri viaggi e altre città: Palermo, Napoli, Genova, Istanbul, Mosca, Shangai, Rio de Janeiro. Oggi tutti raccolti in una mostra, a cura di Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia, di straordinaria ampiezza e documentazione visitabile fino al 13 aprile 2020 al Palazzo delle Esposizioni di Roma (un’occasione mancata per Milano?).
https://www.palazzoesposizioni.it/

L’ingegnere amato dalla gente Arriva, imprevedibilmente a Napoli, un’importante e articolata mostra monografica sull’opera dell’architetto-ingegnere Santiago Calatrava. Spagnolo trapiantato in Svizzera, Calatrava, classe 1951, è uno tra i pochissimi strutturisti contemporanei che sia uscito da un ruolo prevalentemente tecnico per entrare di diritto nell’immaginario collettivo. Autore di architetture eccezionali dal puto di vista dimensionale e costruttivo, Calatrava ha dato origine a uno stile altamente espressivo ove la figurazione delle forze statiche in azione è sempre evidente e risolta in chiave, volta per volta, fitomorfica o zoomorfica, comunque futuribile: dalla stazione dell’aeroporto di Lione, al World Trade Center Trasportation Hub di New York, dagli Sharq Crossing Bridges, ponti interconnessi per la città di Doha in Qatar, al Milwaukee Art Museum (MAM) di Wisconsin, dall’auditorium di Tenerife a Santa Cruz nelle Isole Canarie ai progetti realizzati in Italia, in particolare i tre ponti (2007) e la stazione ferroviaria (2013) per Reggio Emilia. Allestita, fino al 10 maggio 2020, al Museo e al Real Bosco di Capodimonte, con la curatela di Sylvain Bellenger e di Robertina Calatrava, la mostra indaga anche settori meno conosciuti dell’opera di Calatrava quali il disegno, la ceramica (realmente una scoperta!) e la scultura (“La mia scultura precede il mio lavoro di architetto. Per capire la mia architettura bisogna conoscere il mio lavoro di scultore”).
https://www.calatravanapoli.it/

Raffaello, il divino Molti anni fa le ideologie, non solo quelle politiche, erano definite e definitive: o si era Juventini o si era Interisti, chi teneva le parti di Gianni Morandi (o dei Beatles) non avrebbe mai considerato Massimo Ranieri (o i Rolling Stones), chi apprezzava la forza virile di Michelangelo non sopportava l’intellettualismo di Leonardo, ma, in tutto ciò, Raffaello dov’era? Non ricordo allora un partito “pro-Raffaello”: troppo perfetto, troppo rarefatto! Eppure oggi, in occasione dei 500 anni della morte, il divino urbinate viene, più che giustamente, celebrato nel mondo intero. Forse abbiamo, proprio ora, nuovamente bisogno della sua limpidezza, della sua trasparenza, della sua eleganza senza formalismi. Forse abbiamo bisogno, proprio ora, di tornare a quell’Età dell’Oro, al tempo breve (morì a 37 anni) di Raffaello. Obbligatoria dunque la visita a Roma, alle Scuderie del Quirinale, fino al 2 giugno 2020, ove sono in mostra, grazie alla collaborazione con le Gallerie degli Uffizi di Firenze e a prestiti eccezionali dal Louvre, dal Prado e dalla National Gallery di Washington, ben 200 suoi capolavori.
https://www.scuderiequirinale.it/

L’uomo che sussurrava ai ragni Fino al 19 luglio 2020, a Palazzo Strozzi di Firenze, i visitatori NON FOBICI potranno entrare nel mondo misterioso di Tomás Saraceno. Un mondo a cavallo tra arte e biologia che si esprime in “costruzioni” architettoniche, primordiali o futuribili, incerte tra strutturalismo e fantascienza: sicuramente coinvolgenti, sovente addirittura interattive. All’interno della mostra fiorentina vive in realtà un unico ragno (pare femminina, se qualcuno volesse prendersi la briga di controllare), ma non mancano immense ragnatele praticabili, vegetali misteriosi sospesi nell’aria e, nel cortile, le celebri sfere specchianti. La mostra è stata curata da Arturo Galansino.
www.palazzostrozzi.org

Lille 2020 Dopo Torino (2008), Seul (2010), Helsinki (2012), Città del Capo (2014), Taipei (2016) e Città del Messico (2018) è Lille, città dell’Alta Francia, a nord-est nei pressi del Belgio, a essere stata nominata “capitale del design 2020”. Il programma degli eventi previsti è naturalmente fittissimo, cominciamo quindi a segnalare alcune delle esposizioni più interessanti: da marzo la sofisticata coppia di designer Muller Van Severen presenta il suo lavoro nella ambientazione unica di Villa Cavrois progettata, nel 1932, da Robert Mallet Stevens. A seguire, per quanto concerne l’architettura degli interni, Ramy Fischler con “Sens fiction”: previsione degli interni di domani basata sulla fantascienza. Tra il 3 e il 5 Aprile la “Maker Fair” che riunirà ben 600 makers provenienti dai fab-lab di tutto il mondo, mentre, dal 30 aprile, “Designer(s) du design”, a cura di Jean-Louis Fréchin racconterà le vicende di tre generazioni di progettisti francesi. Infine, a settembre la guru delle tendenze, Li Edelkoort, si interrogherà, nella mostra “La Manufacture: a labour of love”, sui temi del riciclo e dello sfruttamento delle risorse. Ma c’è molto altro ancora, restate dunque costantemente connessi: www.designiscapital.com

Jim Dine a Roma Assai raramente accade che una retrospettiva, per di più così completa e impattante, possa essere organizzata di concerto con l’artista, viceversa Jim Dine, oggi ottantaquattrenne, ha collaborato con la curatrice Daniela Lancioni per la mostra al palazzo delle Esposizioni di Roma (fino al 2 giugno 2020). Dalle prime opere datate 1959 ad alcuni dei quadri presentati nello scandaloso Padiglione Americano alla Biennale di Venezia del 1964 (assieme a Jasper Johns, Claes Oldenburg e Robert Rauschenberg), destinati a incidere profondamente sull’arte europea, fino ai “Pinocchi”, ispirati al nostro italico burattino e risalenti agli anni 2000 (Dine racconta spesso quanto, da bambino, la favola di Collodi lo avesse terrorizzato!). Assoluti rimangono poi i lavori in cui Dine trasporta realmente oggetti della vita quotidiana, dalle vanghe agli accessori da bagno alle vestaglie: la riuscita trasfigurazione di un’autobiografia del banale: “Qualsiasi cosa io faccia, in fin dei conti, il mio soggetto sono io”.
https://www.palazzoesposizioni.it/

Il fascino indiscreto dell’uniforme Uniformi, divise, abiti da lavoro: “Uniform. Into the Work/Out of the work”, al MAST di Bologna fino al 3 maggio 2020, a cura di Urs Stahel, presenta ben 600 immagini scattate da 44 fotografi che indagano il tema dell’ “abito professionale”. Non solo soldati quindi, ma anche macellai, pescivendoli, operai in tuta, preti, ragazzi della generazione H&M, hostess: la divisa uniforma (da cui “uniforme”) chi la indossa, ma parallelamente lo distingue da chi non la indossa. Strumento di unione o di divisione? di certo l’uniforme rappresenta valori di continuità temporale e di “immodificabilità” opposti a quelli della moda che, viceversa, vive del frequente e inarrestabile cambiamento. p.s. si consiglia ai visitatori di sesso maschile e “in divisa” da manager di sfilarsi la cravatta, chiaro simbolo fallico, prima di entrare!
https://www.mast.org/

Semplicemente Judd Così, senza altre inutili specificazioni, si intitola la grande retrospettiva che il MoMa di New York dedica a Donald Judd (1928-1994). Lo scultore che non si considerava uno scultore (“I certainly didn’t think I was making sculpture”) e che proprio per questo ha rivoluzionato la scultura contemporanea allineando volumi (“boxes”) a spigolo vivo, sovente in lamiera, sovente realizzati da fabbri locali, e progettando oggetti della quotidianità (forse divani, forse sedie) come opere. Dopo il “bagno purificatore” della visita al MoMa, si consiglia di proseguire, se non lo avete ancora fatto, verso Lower Manhattan fino al 101 di Spring Street, per scoprire la casa/loft dove Judd abitò. Infine non resta che chiedersi se, senza Donald Judd, sarebbe mai esistito il minimalismo nel furniture design?
https://www.moma.org/

#Milano, #Fondazione Prada, #Gae Aulenti, #Vitra Schaudepot, #Napoli, #Roma, #Tomás Saraceno, #Palazzo Strozzi, #Firenze, #Bologna, #MoMA, #New York