03 novembre 2020

Novembre in agenda

I Formafantasma a Londra Riapre a Londra (fino al 31 dicembre 2020), alla Serpentine Sacklery Gallery in Kensington Gardens, la mostra “Cambio” che i Formafantasma hanno voluto dedicare ai cambiamenti climatici e, nello specifico, al legno. In questo turbolento inizio d’autunno, una riflessione appare ancor più necessaria di quando l’esposizione venne chiusa per le vicende sanitarie che tutti ben conosciamo: l’impegno rispetto all’ambiente è ormai improcrastinabile per ogni categoria professionale, in particolare per i progettisti. Simone Farresin e Andrea Trimarchi rinunciano quindi, nell’impostare l’esposizione, a ogni principio di autocelebrazione creativa per adottare una visione di tipo scientifico sul tema delle pratiche forestali. Il risultato non sono nuovi oggetti, ma pressanti interrogativi e suggerimenti per sistemi alternativi di coltivazione e lavorazione. Pur con questo approccio severo, intatta rimane l’efficacia della presentazione: poetica ed equilibrata. “Cambio”, titolo della mostra, viene declinato quindi come voce del verbo cambiare, ma anche come nome proprio, potenzialmente positivo, che indica la membrana che circonda il tronco, strumento potenziale della crescita del legno verso l’interno e della corteccia verso l’esterno.
www.serpentinegalleries.org

MITA: incredibilmente a Londra Non molti tra gli storici del design italiano ricordano a fondo la vicenda della MITA (acronimo per Manifattura Italiana Tappeti Artistici), azienda fondata a Genova-Nervi da Mario Alberto Ponis nel 1926, eppure tale vicenda è oggi raccontata a Londra, alla Islington Gallery della Estorick Collection, fino al 17 gennaio 2021. Padrino di quell’avventura, come sempre avveniva nell’Italia tra le due guerre, è Gio Ponti che, attraverso la sua Domus e le Triennali, promuoveva incessantemente il concetto di “artigianato artistico italiano”. Nello specifico, la MITA, grazie ai transatlantici riadattati da Ponti, aveva assunto il ruolo di ambasciatrice dell’Italia nel mondo. Infaticabile Mario Alberto Ponis chiede, lungo venti anni, disegni per tessuti o tappeti e cartoni per arazzi a tutti i maggiori pittori e architetti dell’epoca. Per MITA lavorano, tra gli altri, Depero, il genovese Mario Labò, Enrico Paulucci, Ettore Sottsass, Eugenio Carmi, Emanuele Luzzati, Emilio Scanavino, Gustavo Pulitzer Finali. L’azienda chiude nel 1976. Dopo un lungo periodo di oblio, anche grazie all’impegno della sede genovese del Wolfsonian Museum, alla metà degli anni 2000, una piccola mostra itinerante circola in l’Italia e, nel 2016, Matteo Fochessati e Gianni Franzone pubblicano La trama dell’arte. Arte e design nella produzione della MITA (Sagep). Una storia paradigmatica che ora illustra, in Gran Bretagna, la migliore Italia “del saper fare”.
www.estorickcollection.com

Carla Accardi a Marsala (con Antonio Sanfilippo) e a Milano È il momento di Carla Accardi. A Milano apre, al Museo del Novecento, “Contesti”, fino al 21 giugno 2021, a cura di Maria Grazia Messina e Anna Maria Montaldo, mentre a Marsala si celebra, per la prima volta, il percorso inizialmente parallelo della Accardi e di Antonio Sanfilippo (L’avventura del segno, al Convento del Carmine, a cura di Sergio Troisi). Cominciamo da qui: compagni nella vita e fondatori del gruppo Forma 1 (con Consagra, Turcato, Dorazio, Attardi, Perilli) la Accardi (Trapani, 1924 – Roma, 2014) e Antonio Sanfilippo (Partanna, 1923 – Roma, 1980) sono stati tra i fautori del rinnovamento dell’arte italiana nell’immediato dopoguerra. Centrale è per entrambi il tema del “segno”, più strutturale quello dell’Accardi, più lirico quello di Sanfilippo. Senza tensioni o sovrapposizioni di sorta tra i due (come una certa critica ha voluto farci credere), se non nell'ipotesi stessa di lavorare sul “formalismo” del segno, mantenendosi tuttavia in un ambito di radicale impegno politico. Concetto quest’ultimo che, nel più lungo percorso cronologico della Accardi, e quindi nella mostra milanese, appare assolutamente evidente anche grazie all’efficace allestimento di Massimo Curzi.
www.museodelnovecento.org/it

Keith Haring: l’eterno ragazzo Inarrestabile la presa sul pubblico di Keith Haring (1958-1990), quell’“eterno ragazzo” che condivide con James Dean e Marilyn Monroe il destino terribile, ma assoluto, di chi muore giovane. Fino al 29 novembre 2020 è il museo Folkwang di Essen a ripercorrere, con la curatela di Hans-Jürgen Lechtreck, la parabola breve di questo protagonista degli anni ’80. Circa duecento le opere esposte (numerosi i video) tracciate secondo il tipico alfabeto visivo di Haring, iconico e semplificato, che alternava cani abbaianti a bimbi radioattivi, ma contemporaneamente portava avanti un’intensa polemica sociale, in particolare relativamente all’accettazione dell’omosessualità e al superamento di ogni forma di razzismo. Haring in realtà fu molto legato a Milano. Ricordiamo, nel 1984, la decorazione murale del negozio Fiorucci in Piazza San Babila: due giorni e due notti di una performance non più ripetibile, ma che, per molti di noi, è ancora presente nella memoria e che ha assunto il significato paradigmatico di un’arte capace di uscire dai musei!
www.museum-folkwang.de/en

Un’occasione irripetibile: l’Antelami “messo a terra” Necessario recarsi urgentemente a Parma: le quattordici sculture che Benedetto Antelami aveva dedicato, tra il 1196 e il 1216, ai 12 mesi e a 2 delle 4 stagioni (l’opera rimase incompiuta a causa della morte dell’autore) sono state tolte dal primo loggiato del Battistero (stacco da terra otto metri!) ed esposte ad altezza di visitatore (allestimento di Massimiliano Di Liberto, per la curatela di Barbara Zilocchi). La percezione ne risulta ovviamente facilitata, ma soprattutto totalmente modificata: il lavoro nei campi, puntualmente descritto, dalla semina alla mietitura, alla vendemmia, assume una valenza positiva, in qualche modo “pagana”. Prevale, infatti, un naturalismo poetico decisamente in contrasto con l’usuale concezione “mostruosa” dell’arte basso-medioevale. È la dimostrazione di una possibile serenità nel rapporto tra uomo e natura che, all’improvviso, ci arriva dal passato remoto: e funziona assai meglio di molti recenti proclami.

GIOVANNI GASTEL. The people I like Un’avvolgente galleria con oltre 200 ritratti. Un labirinto di volti, pose, sogni di personaggi del mondo della cultura, del design, dell’arte, della moda, della musica, dello spettacolo, della politica. Un ritratto collettivo di anime, incontrate nel corso di una carriera quarantennale. Questo, e non solo, è la mostra “GIOVANNI GASTEL. The people I like” a cura di Uberto Frigerio con allestimento di Lissoni Associati, nello Spazio Extra MAXXI dal 15 settembre al 22 novembre 2020. Come lo stesso maestro afferma: “The people I like racconta il mio mondo, le persone che mi hanno trasmesso qualcosa, insegnato, toccato l’anima… e per me questo non dipende dalla loro origine, estrazione sociale, gruppo di appartenenza o altro. L’anima è qualcosa di unico, indipendente e, come tale, non segue nessuno schema predefinito, come il cuore”. Un click, un attimo, un istante, un gioco sottile che suscita un brivido, un contatto tra due entità distinte. I ritratti non sono percepiti come semplici rappresentazioni della fisionomia umana, ma lasciano trasparire un significato interiore più vero: lo scopo dell’artista è quello di indagare ciò che va aldilà dell’esteriorità cogliendo la complessità del soggetto. Al centro sempre l’anima che traspare dalla posa, dall’espressione del volto e dalla sua teatralità. I portrait assumono un ruolo centrale che non si ferma all’analisi fisica, ma scava nella sfera psicologica del personaggio.
www.maxxi.art

Cavalli di Mimmo Paladino a Piacenza Il cavallo è, per Mimmo Paladino, un’icona imprescindibile di forza e bellezza. Un’immagine che ci viene dal passato: continua revisione di un modello funerario etrusco (molti ricorderanno i cavalli inseriti, a Napoli-1995, come a Milano-2011, in un’immensa piramide di sale). Fino al 28 dicembre, a cura di Flavio Arensi e Eugenio Gazzola, ben 18 cavalli si assembrano di fronte alla chiesa di San Francesco in, guarda caso, Piazza Cavalli a Piacenza. Costituiscono un potente contraltare, ma anche la “fine” di un racconto, rispetto alle due sculture equestri, capolavoro del Barocco, dedicate rispettivamente a Alessandro e a Ranuccio I Farnese, scolpite tra il 1612 e il 1628 da Francesco Mochi. I cavalli di Paladino, realizzati in vetroresina nera, si innestano su una base di dodici metri di lato e risultano parzialmente immersi in una sorta di recinto pieno, in cui paiono scalpitare, cercando di liberarsi.

Riproponiamo alcune mostre presentate nei mesi scorsi, ma prorogate causa Covid.

Divisionismo italiano: un’eterna controversia Gaetano Previati, Emilio Longoni, Giovanni Sottocornola, Angelo Morbelli, Giovanni Segantini e Pellizza da Volpedo (gli ultimi due solo parzialmente): nomi sconosciuti ai più che, a cavallo tra 800 e 900, diedero vita a una scuola pittorica, appunto il Divisionismo, su cui ancora oggi la critica si divide. Rara e preziosa, dunque, l’occasione offerta dalla mostra, curata da Annie-Paul Quinsac, “Divisionismo. La rivoluzione della luce” al Castello Visconteo Sforzesco di Novara, fino al 24 gennaio 2021. Compressi tra la poetica risorgimentale della Scapigliatura e il “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, i Divisionisti ci hanno lasciato un corpo di opere in cui troppo spesso l’analisi iconografica e contenutistica fa scordare il prodigio tecnico scientifico di una vera e propria pittura di luce.
www.ilcastellodinovara.it/

Semplicemente Judd Così, senza altre inutili specificazioni, si intitola la grande retrospettiva che il MoMa di New York dedica a Donald Judd (1928-1994) in programma fino al 21 gennaio 2021. Lo scultore che non si considerava uno scultore (“I certainly didn’t think I was making sculpture”) e che proprio per questo ha rivoluzionato la scultura contemporanea allineando volumi (“boxes”) a spigolo vivo, sovente in lamiera, sovente realizzati da fabbri locali, e progettando oggetti della quotidianità (forse divani, forse sedie) come opere. Dopo il “bagno purificatore” della visita al MoMa, si consiglia di proseguire, se non lo avete ancora fatto, verso Lower Manhattan fino al 101 di Spring Street, per scoprire la casa/loft dove Judd abitò. Infine non resta che chiedersi se, senza Donald Judd, sarebbe mai esistito il minimalismo nel furniture design?
www.moma.org

Rem Koolhaas: dalle città in delirio ai paesaggi agricoli “Countryside, The Future Exhibition”: fino 20 febbraio 2021 il Guggenheim Museum di New York presenta l’ultima fatica di Rem Koolhaas con AMO. L’archi-star olandese, che ci aveva insegnato, in anni non sospetti, come leggere una “Delirious New York”, pare ora battere in ritirata e cavalcare anche lui quello che è diventato l’unico e imprescindibile argomento della contemporaneità architettonica ossia la natura, declinata volta per volta sotto gli aspetti del “bosco verticale”, dei cambiamenti climatici o del paesaggio rurale. L’indimenticabile spirale wrightiana viene, così, coperta nella sua interezza di domande, schemi, prospetti, dati, tracciati, grafici. Una massa di informazioni, che sarebbe difficilmente decifrabile persino se stampata in volume, diviene realmente ostica nella sua ostentazione spaziale. Una grafica anni ’70 (i più anziani tra noi ricorderanno certe tesi di urbanistica dell’epoca) si alterna alla più recente infografica e, se mai si riuscisse a trovare un bandolo per la matassa, questo potrebbe essere una autobiografica nostalgia di Koolhaas per certi incontaminati paesaggi svizzeri del passato! La tesi pare essere quella per cui, in un futuro in fondo prossimo (2050), non esisterà più la campagna trasformata nel back-office o nel deposito delle megalopoli.
www.guggenheim.org

I 35 anni rivoluzionari dei fratelli Campana Fino al 10 gennaio 2021, il Museo di Arte Moderna (MAM) di Rio de Janeiro dedica a Fernando e Humberto Campana un’importantissima antologica, curata da Francesca Alfano Miglietti e intitolata “Campana Brothers - 35 Revolutions”. 1.800 metri quadrati per presentare pezzi unici e produzioni di serie, ricerche artigianali e sculture: uno spazio immenso, un approccio impattante, ma niente potrà mai restituirci lo shock estetico che provocò, alla fine degli anni ’80, la comparsa dei due fratelli brasiliani sulla scena mondiale del design. Allora, tra gli ultimi cascami del borghese post-modernismo e il raffinato inizio del minimalismo, si insinuarono le parole inedite, popolari, locali, politiche di Humberto e Fernando. I fratelli erano profondamente diversi da ogni altro designer, ignari di mode e tendenze, recuperavano dalla strada (anni prima che si accennasse al recupero) molti dei materiali necessari al loro lavoro. All’inizio da soli, poi impiegando squadre di disagiati che venivano così aiutati e educati, i Campana assemblavano legname di scarto proveniente dalle favelas (la poltrona omonima, 1991), imballaggi di cartone (“Papel sofa”, 1993), canne per innaffiare (“Anemona chair”, 2000) piuttosto che pelouche da pochi soldi (“Banquete chair”, 2002) e così via, in un crescendo inarrestabile e fantastico. E, quando il linguaggio dei Campana era ormai diventato la lingua corrente, almeno in Brasile, Fernando e Humberto ci hanno sorpreso ancora una volta, spostandosi verso l’alto artigianato (della porcellana, del vetro soffiato, del bronzo) anche qui precedendo e condizionando il cosiddetto “art design”. Insomma, i Campana sono stati, sempre, realmente rivoluzionari!
www.mam.rio

Immagine in testata: Photo by David Heald
Homepage: Photo by Giovanni Gastel

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