01 ottobre 2020

Ottobre in agenda

“Il cielo in una stanza” Il cielo in una stanza, anzi in una chiesa, per sei ore al giorno per trentatré giorni, ininterrottamente. Il brano musicale che ha segnato la vita di tutti coloro che nel giugno del 1960, data della prima esecuzione, avevano almeno 16 anni diventa oggetto di un’installazione artistica (a Milano in San Carlo al Lazzaretto dal 22 settembre al 25 ottobre 2020). Ricordando l’atmosfera “entropica” del testo di Gino Paoli:

“Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
……
Suona un'armonica
Mi sembra un organo
Che vibra per te e per me
Su nell'immensità del cielo”

Non abbiamo bisogno di altre spiegazioni per comprendere come mai Ragnar Kjartansson, artista islandese, Massimiliano Gioni, curatore, e la Fondazione Trussardi abbiano deciso di trasformare quest’icona della musica d’autore in un’icona esperienziale post-pandemia. Senza dimenticare che San Carlo è stata, per l’appunto, la chiesa degli appestati durante le grandi epidemie del 1576 e del 1630.
https://www.fondazionenicolatrussardi.com/

A cena al Savoy Dal 1937, un viaggiatore colto che fosse approdato al porto di Helsinki non poteva esimersi dal cenare (o quanto meno dal prendere un the) al ristorante Savoy, in Eteläesplanadi 14. Ubicato al piano attico di un edificio per uffici, il ristorante, progettato da Alvar e Aino Aalto, era rimasto immutato per 83 anni, con gli arredi di Artek, il celebre vaso di Iittala che dal ristorante stesso prende il nome, le piastrelle bianche a listello come nei vecchi metrò di Parigi. Ormai, tuttavia, la nostalgia era divenuta il principale richiamo del luogo, ecco allora che la progettista inglese Ilse Crawford, di concerto con l’azienda Artek e sulla base della accurata documentazione grafica conservata negli archivi, ha messo mano alla difficile operazione di restauro. Una mano fortunatamente assai leggera (“Savoy needed a bit of repair and a bit of love, but it didn’t need reinventing”) per cui, socchiudendo gli occhi, ci si potrebbe illudere di scorgere Alvar Aalto fumare una delle sue tante sigarette, affacciato alla terrazza del ristorante.
https://savoyhelsinki.fi/

L’arte come monito Difficile che qualcuno abbia dimenticato i canotti gonfiabili appesi alla “divina” facciata rinascimentale di Palazzo Strozzi in occasione della monografica di Ai Weiwei, tra il 2016 e il 2017. Al medesimo percorso ideologico appartiene la mostra “History of Bombs” inaugurata, tutt’altro che a caso, all’Imperial War Museum di Londra. Ai Weiwei ci porta molto lontano da un concetto di arte come gradevolezza, catapultandoci al centro dei problemi. Se a Firenze si era voluto visualizzare, in un ricco centro urbano, il tema dei migranti, qui si tratta di “oggettivizzare” l’orrore. Come “sono” le bombe prima che la loro missione si compia? In quanto oggetti pensati e prodotti dall’uomo, si tratta comunque di “design”? Dobbiamo ammettere che facciamo meno fatica a identificare gli effetti di una bomba − le case distrutte, le alte cortine di fumo − che non la forma stessa della bomba. Esattamente quello che l’artista dissidente cinese si propone di fare: la mostra consiste infatti, “soltanto”, in perfette riproduzioni tridimensionali delle “più celebri” bombe che l’uomo ha saputo immaginare. In un rosario di dolore, sopito, ma certo non assente, si susseguono “Little Boy” e “Fat Man”, gli ordigni che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki, le V2 volute da Hitler per distruggere Londra, e non mancano bombe “più recenti”, dal Vietnam all’Afghanistan. Fino al 24 maggio 2021 un necessario, insopportabile, “memento mori”.
https://www.iwm.org.uk/events/ai-weiwei-history-of-bombs

Lontano dai percorsi e dalle consuetudini Nelle Marche collinari, tanto dolci quanto remote, a Monte Vidon Corrado, provincia di Fermo, era nato nel 1926 Osvaldo Licini, straordinario artista assai poco ricordato dai consueti circuiti del mondo dell’arte. Ebbene, fino all’8 dicembre 2020, oltre a quanto presente nella casa museo dedicata all’artista, il viaggiatore curioso potrà visitare “La regione delle Madri”, retrospettiva curata da Daniela Simoni. L’astrattismo fantastico di Licini pare sorgere dal radicamento nel territorio, il suo leopardiano “borgo selvaggio”, in cui condusse una vita quasi da eremita, sebbene non fossero mancate le visite a Parigi e i contatti, prima con il Novecento Italiano di Margherita Sarfatti e poi, dal 1934 circa, con gli Astrattisti della galleria del Milione, nonché i successi, culminanti, nel 1958, anno della morte dell’artista, con la sala personale e il Gran Premio alla XXIX Biennale di Venezia. Tuttavia, le poetiche figure di Licini − angeli, streghe, lune animate, in volo su colline sature di colori dai blu ai gialli ai viola − appaiono, nella minuscola Monte Vidon Corrado, ancor più “vere” del vero.
https://www.centrostudiosvaldolicini.it/

Per gioco: progettare i giocattoli A Palazzo Braschi, Museo di Roma, fino al 10 gennaio 2021, si può ragionare sul progetto dei giocattoli, uno dei temi meno frequentati dai grandi designer italiani. In effetti, i 700 pezzi esposti nella mostra “Per gioco”, curata da Emanuela Lancianese e Amarilli Marcovecchio, provengono dalla collezione di un antiquario svedese, Peter Pluntky. Architettoniche case di bambola, pentoline di latta e soldatini di piombo, monopattini e cavallini a dondolo: divisi in sei nuclei tematici − la città e la campagna, giochi di strada e di cielo, il bambino in movimento, la famiglia, il lavoro, il viaggio −, i giocattoli ci rivelano la vita dei bambini del passato, assai meno protetta di quella dei nostri figli, le relazioni familiari e persino la strutturazione degli spazi interni alla casa. Ambivalente la reazione del pubblico: da un lato una struggente nostalgia per un tempo in cui le cose avevano una specifica forma e pregnanza fisica, dall’altro l’immediata sensazione di disagio per l’evidente discriminazione sessuale, che portava ad ancorare maschi e femmine a ruoli assolutamente indiscutibili, nonché per la differenza delle classi sociali che, ad esempio, la sezione dedicata alla famiglia, con 79 bambole e 15 case di bambola, illustra compiutamente.
http://www.museodiroma.it/

La Biennale delle Biennali A tutti noi, orfani della Biennale Architettura 2020 e della Biennale Arte 2021, giunge la consolazione de “Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla Storia”, mostra allestita nell’ex Padiglione Italia, oggi Padiglione Centrale, ai Giardini, fino all’8 dicembre 2020. Il sottotitolo, “La Biennale di fronte alla Storia”, gioca intelligentemente con un equivoco: di che storia si parla? Ma della storia delle Biennali naturalmente, vista però come specchio privilegiato della Storia del Mondo, quella appunto con la S maiuscola. Curata, per la prima volta contemporaneamente, dai sei direttori in carica – Cecilia Alemani (arte), Alberto Barbera (cinema), Antonio Latella (teatro), Marie Chouinard (danza), Hashim Sarkis (architettura), Ivan Fedele (musica) – coordinati dalla Alemani, la mostra è impeccabilmente allestita dal duo Formafantasma. Una mostra non facile, una mostra che vuole, per la prima volta nella vicenda “evolutiva” delle Biennali, fermarsi e fare il punto, dando conto dell’esistenza di archivi, oggi più che mai importanti. Sono, quindi, principalmente i documenti, materiali che mai avevano avuto “l’onore della ribalta”, a essere i protagonisti: soprattutto lettere, fotografie, video. É dunque fondamentale, durante la visita, servirsi della piccola guida (chiara e ben costruita) per non perdersi in mille rivoli, centinaia di rimandi, nostalgie, passi perduti e passi compiuti, tendenze progressiste e tendenze regressive. Ma la Biennale in fondo non è proprio questo? Un “sismografo” della storia, lo aveva detto Hans Hollein già nel 1996.
https://www.labiennale.org/it

ADI XXVI Compasso d’oro “Un museo con la luce, dove vedrete anche passare il tram, perché la città deve poter entrare nel museo”. Dette da Luciano Galimberti, presidente ADI, sono queste, a mio giudizio, le parole più significative della lunga mattinata di consegna del ventiseiesimo Compasso d’Oro, mercoledì 9 settembre. L’eccezionalità di questa edizione del premio che, ricordiamo, è biennale ed è nato nel 1954, consiste, infatti, nell’essere finalmente ospitato “nella sua casa”: l’ADI Design Museum. Ubicato in una struttura industriale tra via Ceresio e via Bramante, è stato atteso da generazioni di milanesi e costituirà un valido e stimolante contraltare alla realtà della Triennale.
18 i Compassi d’Oro assegnati, 12 i Compassi d’Oro alla carriera (tra nazionali e internazionali) e 3 i Compassi a oggetti del passato che, per varie ragioni, non l’avevano al tempo ricevuto. Cominciamo proprio da questa nobile intuizione di Beppe Finessi, curatore della collezione permanente ADI. Cominciamo da qui anche perché questo punto ci serve, tra le righe, a segnalare l’aleatorietà dei premi, persino del Compasso d’Oro, che è il premio dei premi. La lampada “Arco”, il letto “Nathalie”, la poltrona “Sacco” sono icone assolute del design italiano, eppure non ebbero questo riconoscimento. Impossibile oggi comprendere il perché (giuria? rapporti aziende-ADI?). Rimane l’utopico desiderio di arrivare a un “premio assoluto”, anche se forse è solo la storia, cioè il tempo che passa, a poter dare il responso finale sulla validità e sulla durata di un prodotto. Visto che ne abbiamo parlato, un accenno alla giuria, che, quest’anno in particolare, è stata di tipo multidisciplinare. La multidisciplinarietà è un segno dei tempi (ce ne siamo ben accorti in occasione della ventiduesima Triennale, nel 2019). Ci chiediamo, però, se non sarebbe meglio tornare a una rigida disciplinarietà, che sappia porre chiari paletti all’universo sempre più esteso del “design”, in modo che premiati, selezionati ed eliminati vivano in una situazione di possibile confronto (si può paragonare una Ferrari con un oggetto autoprodotto da un giovane designer?).
E, tra i premi assegnati, cosa vogliamo segnalare? Senz’altro la bravura indiscutibile di due giganti del design, ancor giovani, come Michael Anastassiades e Francisco Gomez Paz. Inoltre, gli omaggi centratissimi a Nanda Vigo (che già ci manca molto), a Carlo Forcolini, esempio raro di progettista imprenditore, agli storici del design Vanni Pasca e Anty Pansera, agli industriali Eugenio Perazza (Magis) e Carlo e Piero Molteni (Molteni e UniFor) e infine a Jasper Morrison, forse il più grande designer della sua generazione. Naturalmente il gioco del “chi butteresti dalla torre” è un gioco assai personale, quindi ogni lettore di queste righe è libero di aggiungere le sue preferenze. L’importante è che le motivazioni di queste preferenze siano moralmente ineccepibili.
https://www.adi-design.org/homepage.html

Nello spazio di una cella 13 gli artisti invitati a utilizzare lo spazio di una cella per raccontare qualcosa di questo nostro mondo contemporaneo: nelle ex-carceri asburgiche di Treviso, restaurate da Tobia Scarpa, va in scena, a cura di Claudio Scorretti e Irina Ungureanu per la Fondazione “Imago Mundi”, “When the Globe is Home” (fino al 29 novembre 2020). La domanda posta agli artisti è evidente: “questo mondo è ancora casa?”. Può esserlo rispetto a temi quali le grandi migrazioni, la globalizzazione, il rapporto con il corpo, la guerra, remota, ma onnipresente? Lo spazio della cella, ripetuto sempre identico a se stesso e il cui significato, oltreché dalle memorie storiche, è enfatizzato dalla recente esperienza del lockdown, diviene così la casa di ciascun artista, di ciascuno di noi. Ghizlane Sahli, marocchina, propone, con “Origine du monde”, uno spazio abitato da feticci, Halida Boughriet, artista francese di origine algerina, restituisce l’atmosfera di un campo per lavori forzati in Albania, durante la dittatura, mentre la croata Dorina Vlakančić ragiona sul rapporto tra il corpo e lo spioncino che ancora oggi compare sulla porta di ogni cella.
http://www.imagomundiart.com/

#ADI Design Index, #Ai Weiwei, #Alvar Aalto, #Anty Pansera, #Artek, #Biennale di Venezia, #Carlo Forcolini, #Compasso d'Oro, #Fondazione Nicola Trussardi, #Francisco Gomez Paz, #Helsinki, #Ilse Crawford, #Imperial War Museum, #Londra, #Milano, #Osvaldo Licini, #Palazzo Braschi, #Ragnar Kjartansson, #Roma, #Treviso, #Venezia, #Michael Anastassiades, #Nanda Vigo, #Vanni Pasca, #Magis, #Molteni, #Unifor