07 maggio 2020

Progettare l'emergenza

I creativi di tutto il mondo non si sono persi d’animo in questa crisi da coronavirus e ne hanno subito colto l’accezione positiva. “Crisi”, dal verbo greco krino, significa separare, cernere e, in senso più lato, discernere, giudicare. Nell’uso comune ha assunto il significato che tutti ben conosciamo, ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, diventa un momento di riflessione, di valutazione, di discernimento che se indirizzato nel canale giusto può portare a un miglioramento fino anche a una vera e propria rinascita.

Ed è qui che entra in gioco la funzione primaria del design, ossia la sua funzionalità. L’essere al servizio delle necessità e dei bisogni. Diversi, nella sua storia più recente, sono gli esempi di come il design sia venuto in soccorso alla fragilità umana. Clamoroso, dopo il terremoto di Kobe nel 1995, l’intervento dell’architetto giapponese Shigeru Ban, Premio Pritzker 2014, che mise a disposizione le competenze acquisite durante le sue ricerche sulle qualità strutturali di carta e cartone per intervenire nelle aree colpite da catastrofi con rifugi a basso costo e alta qualità per le vittime di tali disastri.

Mater artium necessitas: più che mai, oggi, questo proverbio latino è di grande attualità. La necessità ha proprio aguzzato l’ingegno di molti designer che sono scesi in campo in una gara di solidarietà e di condivisione di sapere. Da studi di progettazione a centri di produzione di visiere protettive, mascherine e altri oggetti il passo è stato breve e velocissimo. Tra i primi a essersi impegnati Foster & Partners sviluppando e condividendo visiere protettive per gli operatori ospedalieri: due lastre di plastica sottilissime tagliate al laser in 30 secondi assemblate in meno di un minuto permettono di produrre ogni giorno 1.000 pezzi, fra l’altro facilmente smontabili per essere puliti, sanificati e riutilizzati più volte.

Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dove, dalla storica Cornell University, Jenny Sabin, a capo del dipartimento di architettura, ha sensibilizzato gli architetti del Paese a sviluppare soluzioni di protezione per il personale medico. Studi come BIG (danese ma con uffici anche a New York) e KPF hanno subito risposto all’appello con scudi facciali stampati in 3D direttamente nei loro studi, utilizzando un modello sviluppato da Erik Cederberg della società svedese 3Dverkstan (che sul proprio sito ha messo a disposizione gratuitamente i file dei modelli e le relative istruzioni di assemblaggio): le maschere si confezionano in circa 20 minuti, inserendo il foglio di plastica semirigida nel telaio stampato in 3D. Partendo da questo modello lo studio BIG è riuscito a semplificare ulteriormente l’originale, arrivando a triplicare la velocità dell'operazione. Istruzioni, anche in questo caso, alla portata di tutti sul sito dello studio. KPF, invece, oltre alla produzione realizzata con PVA (alcol polivinilico) come materiale di supporto che permette ai telai di venire stampati e impilati senza margine di errore, coordina anche con AIA (American Institute of Architects) un crowdsourcing per fornire scudi protettivi al maggior numero di ospedali di New York.

A chi porta occhiali da vista ha pensato Tokujiin Yoshioka proponendo una maschera essenziale e minimalista, in perfetto stile nipponico, da realizzare in pochissimi minuti ritagliando semplicemente un foglio di PET o PVC nella forma del viso e forandolo nei due punti dove inserire le aste della montatura. Vedere (il video) per credere! Mascherine anche dalla Lego che ha modificato alcune delle sue macchine per lo stampaggio dei celebri mattoncini per produrre visiere per gli operatori sanitari in prima linea.

Pensando ai medici e al personale sanitario che in questo periodo mettono continuamente a repentaglio la loro vita, come sua moglie infermiera, e ai tempi lunghi per le procedure sanitarie, Albert Rhee di CannonDesign ha progettato una postazione doppia per fare i tamponi eliminando qualsiasi tipo di contatto diretto. Ispirandosi alle cabine telefoniche utilizzate in molte nazioni e, in particolare, in Sud Corea, suo Paese natale, Rhee ha realizzato una scatola modulare facile da assemblare e in grado di poter effettuare due test alternati, anziché uno: mentre da una parte un paziente viene sottoposto al test, dall’altra si procede alla sanificazione per accogliere il paziente successivo.

Anche gli oggetti di uso quotidiano entrano in campo contro il Covid-19 per cercare nuove soluzioni comportamentali che interrompano la catena dei contagi. Il contatto attraverso le mani nude è dichiarato essere una delle fonti primarie di contagio. Per evitarlo Materialise, azienda belga all'avanguardia nella stampa 3D, ha inventato due device “a mani libere”: il primo, formato da due pezzi da applicare, tramite due sole viti, alla maniglia, permette di azionarla senza doverla toccare; l’altro, è un supporto da applicare al carrello del supermarket per poterlo spingere senza impugnare la barra.

La placca di comando elettrico ideata dallo studio milanese PLH riesce, invece, a eliminare in poche ore ogni tipo di batterio dalla superficie degli interruttori e della cornice di supporto. Questo grazie alla finitura Abaco, un processo ideato dalla società italiana Protim®, nell’ambito dei trattamenti PVD-Physical Vapour Deposition. Disponibile in tre finiture – Gun metal, Grey05 e Gold – il prodotto è certificato secondo la normativa giapponese JIS Z 2801/A12012, la più rigorosa e diffusamente applicata al mondo.

La soluzione per avere un cellulare a prova di batteri è Oblio, caricatore wireless con sanificatore incorporato realizzato da Manuela Simonelli e Andrea Quaglio per la francese Lexon. Un elegante piccolo vaso dotato di un caricabatterie ricarica in 20 minuti il telefono e, al contempo, una lampada UV-C ne sterilizza lo schermo.

Alla protezione e sanificazione di persone e oggetti nei luoghi pubblici e privati ha pensato Faram 1957 sviluppando soluzioni atte a garantire il distanziamento e la protezione per postazioni operative come casse di farmacie, supermercati e banche. In particolare, Isola è un portale in vetro a ingresso controllato che offre all’utente tutti i presidi di protezione individuale in un ambiente sanificato, evitando di portare agenti contaminanti all'interno. Le porte possono essere collegate a sensori di misurazione della temperatura corporea e del numero di presenze massime consentite.

TAACfatto®, invece, è una sottile colonnina di oltre un metro e mezzo di altezza per misurare in pochi secondi la febbre agli ingressi di qualsiasi esercizio o luogo pubblico. La preoccupazione di due imprenditori friulani Marco Zorzettig e Gimmi Bodigoi per un settore in difficoltà come quello HORECA si è trasformata in un’idea originale quanto brillante. Con tanto di brevetto depositato, TAACfatto® con un segnale acustico e luminoso avverte quando la temperatura supera i 37,5°. Per sicurezza estrema, il modello PLUS è dotato anche di tornello la cui apertura è collegata alla temperatura rilevata. Entrambi i modelli sono anche collegabili alla chiusura elettrica delle porte per quei locali che ne sono dotati per dare ai clienti più sicurezza in modo semplice ed efficace.

E, per chi non vuole rinunciare a una passeggiata vicino a casa ma, soprattutto, pensando a quando si tornerà a uscire in regime di “semi libertà”, c’è chi, come lo studio austriaco Precht, ha progettato il Parco della Distanza: un vero e proprio percorso-labirinto piantumato da alte siepi larghe 90 cm che permettono di mantenere la giusta separazione tra le persone. Con pianta a spirale, i numerosi percorsi hanno tutti una lunghezza di 600 metri e all’ingresso e uscita di ciascuno alcuni dispositivi indicano se poter entrare in base all’affluenza di pubblico.

Infine, per combattere lo stress casalingo da convivenza forzata per Coronavirus, la soluzione modulare AD-APT dello studio internazionale Woods Bagot può essere facilmente adattata negli open space per definire in pochi minuti aree di lavoro, di gioco, di fitness, di riposo o quant’altro. Pareti e schermi che vengono incontro alle nuove esigenze di una vita 24h in casa.

L’unione fa la forza: tante soluzioni – e ce ne sono e saranno altre ancora – per poter vincere questa imprevista realtà.

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