21 febbraio 2020

Sculpting the void

“Ho spesso cercato di definire l’architettura come la scultura del vuoto. Infatti, la materia che l’architettura crea è uno spazio vuoto penetrabile. Lo si può apprezzare dall’interno. Ma il vuoto in sé non è visibile. Qualcosa lo deve contenere. Lo spazio architettonico è generalmente contenuto all’interno di un contenitore. Il lavoro degli architetti è molto spesso concepire quel contenitore”.

Questo il pensiero di Yona Friedman, architetto, designer, urbanista ungherese classe 1923, a cui vengono dedicate due mostre nelle sedi delle gallerie Minini, una a Milano, l’altra a Brescia. Forse poco conosciuto ai più, ma sicuramente figura di grande rilievo nel panorama internazionale riportata all’attenzione pubblica negli ultimi 15 anni dal dibattito artistico internazionale per il suo lavoro di architetto aperto all’esplorazione di altri campi.

Yona Friedman compie i suoi studi alla Technical University di Budapest e, dal 1945 al 1948, al Technion di Haifa dove rimarrà fino al 1957. Qualche anno prima, l’incontro con l’architetto e teorico tedesco Konrad Wachsmann e i suoi studi sui sistemi di costruzione attraverso elementi prefabbricati e sulle strutture tridimensionali fu decisivo per il suo lavoro. Nel 1954 insieme ad alcuni abitanti di Haifa Friedman iniziò a dedicarsi a un esperimento – mai portato a termine – relativo ad abitazioni fatte costruire dagli stessi residenti. Nel 1956, viene invitato al X Congresso internazionale di architettura moderna (CIAM) a Dubrovnik, dove espone – per la prima volta – i principi di un'architettura capace di comprendere le continue trasformazioni che caratterizzano la “mobilità sociale” e basata su “infrastrutture” che prevedono abitazioni e norme urbanistiche passibili di essere create e ricreate, secondo le esigenze degli abitanti e dei residenti. Idee che confluiranno poi nel Gruppo di Studi di Architettura Moderna che si occuperà, fino al 1962, dell’adattamento dell’architettura ai continui cambiamenti della società moderna.

Le due mostre rappresentano, dunque, un ulteriore passo nell’approfondimento dell’opera omnia dell’architetto che spazia, infatti, in ambiti diversi – dall’architettura all’arte, al design, alla biologia, alla filosofia, alla sociologia, alla scrittura. Le mostre nascono proprio dal suo recente libro Untitled, dove l’autore scrive nella prefazione: “Ho provato a riassumere le mie esplorazioni al di fuori dell’architettura in diversi libri precedenti. Alcuni riguardano l’ecologia, alcuni la sociologia e uno persino i cani. Questo tuttavia è il primo riguardante l’arte. Sono una persona visiva: un’immagine spiega, per me, molte cose. Sono conosciuto, nel mio lavoro professionale, per il mio uso di immagini semplici, cartoni animati o pittogrammi per sostituire testi”. La sua produzione visiva è, infatti, parte di una visione più generale dove le immagini vengono utilizzate per visualizzare il pensiero e dove molto spesso sostituiscono i testi. Fra le immagini esposte alcune provengono dal vecchio studio-appartamento di Boulevard Pasteur e dalla sua ultima abitazione in Boulevard Garibaldi, entrambi a Parigi.

La doppia mostra, a cura di Maurizio Bortolotti, vuole anche presentare una specifica attenzione all’idea di comunità, sviluppatasi nell’elaborazione di nuovi modelli di architettura, che in anni recenti si è focalizzata sui rifugi per migranti, in un intenso impegno a ripensare la filosofia di vita. Infatti, alla base della ricca produzione di Friedman vi è un fondamentale ripensamento della relazione tra gli esseri viventi e il loro ambiente, mettendo al centro del suo pensiero radicale la produzione visiva.

Sculpting the void

fino al 14 marzo
Galleria Francesca Minini
Via Privata Massimiano 25, Milano
www.francescaminini.it

fino al 28 marzo
Galleria Massimo Minini
Via Apollonio 68, Brescia
www.galleriaminini.it

#architettura, #mostra, #Yona Friedman