03 settembre 2020

Settembre in agenda

Arte urbana a Milano: Nathalie Du Pasquier Se un giorno, per caso, foste a Milano e vi trovaste a passare all’angolo tra via Assab e via Benadir, alla periferia est della città, potrete scoprire la facciata di un banale capannone trasformata in un’opera d’arte urbana. Ne è autore Nathalie Du Pasquier, artista francese di nascita, ma residente a Milano dai tempi della partecipazione al Gruppo Memphis. Nathalie ci ha abituato all’uso attento e calibrato del colore, steso con campiture piatte e una chiara distinzione per zone. In lei la lezione sottsassiana si combina con un’atmosfera rarefatta che pare recuperare la poetica di Giorgio Morandi. Alla pittura Nathalie ha da sempre abbinato il lavoro su grandi superfici, quali tappeti o laminati plastici, premessa ideale per questo wall drawing di ben 45 metri lineari. Senape, blu reflex, rosso mattone, nero e beige sono i colori scelti per dare una nuova armonia alla facciata di Assab One, spazio, guarda caso, dedicato alla sperimentazione artistica.
www.assab-one.org/mostra-evento/5322/

Mario Giacomelli, fotografo Non bisognerebbe mai rinchiudere il percorso di un artista in un unico episodio, ben lo sappiamo, eppure, parlando di Mario Giacomelli, è inevitabile che la nostra mente si metta a danzare al passo di quei giovani preti colti in un momento di euforia (“Pretini”, 1961/63): tra gli scatti più celebri del fotografo che la sua città natale, Senigallia, ricorda a venti anni dalla scomparsa. Organizzata in due sedi, Palazzo del Duca (con un confronto tra 20 immagini di Giacomelli e 90 di altri grandi fotografi del ‘900) e palazzo Baviera (con la presentazione, a cura degli eredi Giacomelli, di fotografie del remoto periodo 1954-1958), la mostra proseguirà fino al 27 settembre 2020. Molti, e molto scomodi, i temi toccati da Giacomelli, basti a questo proposito elencare i titoli di alcune delle serie più conosciute: “Ospizio”, “Lourdes”, “Loreto”, “Zingari”, nonché la poetica “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” del 1966/68. Nonostante la notorietà internazionale, presto acquisita, Giacomelli resterà legatissimo alle natie Marche che oggi finalmente lo celebrano (in attesa di una vera e propria antologica!).
www.feelsenigallia.it/eventi/sguardi-di-novecento.html

Ricordando Claudio Campeggi È prematuramente scomparso, il 1° luglio 2020, Claudio Campeggi anima dell’azienda omonima, fondata dal padre nel 1959. La grande intuizione di Claudio era stata spostare l’idea del “trasformabile” dalla tipologia più banale e piccolo borghese che ci sia, ossia il divano letto (da sempre core business dell’azienda), verso altri destini, verso le terre dell’ironia e a volte della provocazione. Così la visita allo stand Campeggi al Salone del Mobile di Milano prometteva (e manteneva) ogni anno folgoranti sorprese. Anche per questo Italo Lupi, che seguiva magistralmente l’immagine Campeggi, l’aveva sempre lasciato come uno spazio aperto, ove si aggiravano performer pronti a “far giocare” gli oggetti. Basti ricordare “Pisolò”, nel 1997, il pouf che nascondeva un compressore e un materassino gonfiabile, opera di Denis Santachiara (uno dei rapporti più forti e stabili tra i tanti instaurati da Claudio Campeggi) oppure la sequenza di invenzioni portate da Lorenzo Damiani, da “Airpouf” (2005), aspirapolvere perfettamente funzionate celato in un piccolo imbottito compreso di pallina levitante (grazie all’aria di scarico), alla poltroncina contenente una valigia con ruote (“Poltrolley” nel 2007). E ancora, di Emanuele Magini nel 2013, “Lady Basketball”, sedia con schienale alto ben 220 centimetri per culminare con un canestro da basket. Ma non si pensi che i progetti editati da Campeggi dovessero sempre e per forza nascondere “un trucco”: a volte potevano essere assoluti quali “Xito”, chaise longue poggiata a terra, progettata da Giovanni Levanti nel 1998, o “Ospite” di Vico Magistretti (per Claudio Campeggi semplicemente “il” maestro), lettino ripiegabile in legno, asciutto come certi arredi militari delle guerre napoleoniche.
https://campeggidesign.it/

Piranesi: sogni (e incubi) di architettura Per celebrare i trecento anni dalla nascita del sommo incisore veneziano, Venezia e Bassano del Grappa propongono due mostre assai importanti: “Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo” (Palazzo Sturm, Bassano del Grappa, fino al 19 ottobre) e “Piranesi Roma Basilico” (Palazzo Cini, Venezia, fino al 23 novembre). Le incisioni di Piranesi non solo corroborarono la propensione settecentesca al gran tour, facendo conoscere alla nobiltà di tutt’Europa gli italici tesori, ma, con il passare del tempo, si trasformarono in una vera e propria ossessione per tutti i cultori dell’architettura fino a oggi. Non per nulla la mostra veneziana propone un puntuale confronto tra “i luoghi” di Piranesi e gli stessi luoghi fotografati da Gabriele Basilico, il “fotografo degli architetti” per antonomasia. Di più difficile decifrazione la sede di Bassano del Grappa per chi non sapesse che proprio lì era ubicata la celebre stamperia Remondini, tra le più importanti del tempo, e quindi si conserva la quasi totalità delle incisioni piranesiane (570 le opere esposte). Arrivano viceversa in prestito proprio dalla Fondazione Cini di Venezia le sedici celebri vedute delle “Carceri d’Invenzione”, delirio di scale e strumenti di tortura e catene e luci radenti: fantasy thriller ante litteram!
www.museibassano.it/mostra/giambattista-piranesi
www.cini.it/eventi/piranesi-roma-basilico

Daniele Buren: 8,7 centimetri di poesia La riapertura della GAMeC di Bergamo (presso il palazzo della Ragione) è segnata dalle bande colorate di Daniel Buren. L’artista francese, da sempre ossessionato dalla riga (con spazi di interlinea da 8,7 centimetri), propone opere inedite contraddistinte dall’utilizzo di tela di fibre ottiche (“Illuminare lo spazio: lavori in situ e situati”, è appunto il titolo della mostra a cura di Lorenzo Giusti, fino al 1-11-2020). Molto amato, e altrettanto odiato, Buren ha da tempo teorizzato la necessità di pervenire al “grado 0” della pittura (nel 1965 utilizzò, per il suo primo lavoro, una tenda da sole a rigoni) e di interagire fortemente con lo spazio, urbano o museale, specificatamente dedicato all’opera. Indimenticabile, a questo proposito, la selva di colonne digradanti, bianche e nere, nel cortile d’onore del Palais Royal di Parigi (1985), veramente un’opera “in situ” così come a Bergamo, nel Sala delle Capriate di Palazzo della Ragione, le grandi tele luminose, appositamente ideate, sono disposte centralmente e a diverse altezze a ricordare immensi stendardi di un nuovo Rinascimento.
https://gamec.it/

Passeggiando per ameni sentieri Nei dintorni di Cortina d’Ampezzo, lungo i sentieri di Gores de Federa e di Pian de ra Spines, tanto il turista svagato quanto il montanaro rotto a ogni esperienza potrebbero rimanere turbati nell’incontrare, perfettamente integrate nella natura, tre opere. Frutto del lavoro di Federico Tosi, T-Yong Chung e Alessandro Ferri (Dado) gli interventi simulano l’arcaica “naturalità” dei luoghi: per Tosi “grandi sassi” semisferici in cemento pigmentato a spuntare dal sottobosco; per T-Yong forse il frammento di un antico tempio perduto (dedicato a chi?) e infine per Ferri un immenso tarassaco (6 m x 3m) composto con alberi abbattuti. Fanno parte dell’iniziativa “Sentieri D’arte, Arcipelago fossile”, mostra a cura di Fulvio Chimento e Carlotta Minarelli, fino al 2 novembre 2020. Le opere si pongono come ritrovamenti accidentali, magicamente inspiegabili: “Il bosco – spiegano i curatori – come un tempio, accoglie e preserva i lavori degli artisti”.
www.regole.it/IT/news8-SENTIERI-D-ARTE-Arcipelago-fossile

Henri Cartier-Bresson: oltre gli stereotipi Ci voleva la potenza di François Pinault, l’imponenza di Palazzo Grassi, l’astuzia di ben quattro curatori, Annie Leibovitz, Wim Wenders, Javier Cercas, Sylvie Aubenas (cui si aggiunge lo stesso Pinault) per proporre finalmente una lettura esaustiva e totalmente priva di stereotipi dell’opera del grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson (1908-2004). Fino al 1° gennaio 2021 “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” presenta una selezione tra le 385 fotografie, scelte dallo stesso Cartier-Bresson su richiesta degli amici collezionisti de Menil, nel 1973. Ma in cosa consiste “le grand jeu” citato nel titolo? Ciascun curatore, all’oscuro di quanto stessero facendo gli altri quattro, ha potuto “giocare” nel comporre la propria mostra estraendo 50 immagini dal corpus Cartier-Bresson-De Menil. Ne risultano cinque Cartier Bresson differenti? Senz’altro no, ma, per il pubblico, ne deriva un poetico esercizio di “saper vedere” che sarebbe stato impossibile trovandosi di fronte a una scelta mono-curatoriale.
www.palazzograssi.it/it/

Robert Morris: il padre del minimalismo L’ambiente del design è solito citare il minimalismo (o Minimal) come quella corrente che, nei primi anni ’90, si oppose all’imperante Post-Modern proponendo oggetti essenziali, realizzati in legni chiari o comunque monocromatici, in cui l’esattezza si contrapponeva all’eccesso e il silenzio contrastava il rumore. Ne erano riconosciuti porta bandiera i designer Jasper Morrison e Maarten van Severen, nonché l’architetto John Pawson. In realtà, però, la parola “Minimalismo” nasce circa 30 anni prima in contesto artistico. L’esponente principale di tale corrente, assieme a Donald Judd, fu l’americano Robert Morris (1931-2018). Il museo d’arte moderna e contemporanea di Saint-Etienne Métropole, ubicato a Saint-Priest-en-Jarez nel dipartimento della Loira, propone, fino al 1° novembre 2020, “Robert Morris – The perceiving body”. Concepita prima della scomparsa dell’artista, la mostra si suddivide in sette “ambienti” che ospitano pezzi coerenti per tematica. Come sempre l’arte di Morris obbliga lo spettatore a leggere spazialmente le opere, interrogandosi su un significato che prescinde dal contenuto. In particolare, la sequenza dei “Feltri”, nastri intrecciati o teli tagliati deformati dal peso stesso del materiale, ci “parlano” con grande forza e attualità.
www.mudam.com/

Kimono al Victoria & Albert Museum “Kyoto to Catwalk” (“da Kyoto alle passerelle”) è il titolo esatto della grande mostra londinese, aperta fino al 25 ottobre 2020. Titolo che nasconde un’inedita e spiazzante chiave di lettura: il kimono, infatti, non è visto solo come lo straordinario abito della tradizione giapponese dal secolo XVII fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma come elemento ispiratore per la moda occidentale. Ecco che esso diviene un’icona senza tempo cui hanno attinto molti stilisti. Inizialmente inteso come abito semplice, destinato sia alle donne sia agli uomini, da fermare con l’obi, l’alta cintura, il kimono si era trasformato nel tempo in un simbolo di status, raggiungendo livelli altissimi per quanto concerne qualità dei tessuti e dei ricami (al punto che gli antichi kimoni esposti al V&A vengono letti dai visitatori come vere e proprie opere d’arte). Ma la sorpresa della mostra non riguarda tanto il periodo classico quanto quello successivo, dopo 1850: con l’apertura delle frontiere giapponesi, infatti, la poetica del kimono si diffonde nel mondo intero e alcuni dei maggiori sarti europei dell’epoca, da Paul Poiret a Mariano Fortuny a Madeleine Vionnet, la interpretano negli abiti da loro disegnati (anche, e questo può oggi apparirci strano, in chiave di liberazione del corpo femminile). Processo sorprendente e ancora in corso: si pensi ai “kimono” utilizzati da Madonna (Jean Paul Gaultier) o da Björk (Alexander McQueen).
www.vam.ac.uk/

Qualche dubbio in Engadina? Nell’ameno paesino di Susch, 219 abitati e un’altitudine sul mare di 1500 metri, sorge, dal gennaio 2019, il Muzeum Susch, fondato dall’imprenditrice polacca Grażyna Kulczyk in un antichissimo e articolato monastero (in seguito usato come birrificio). Gli spazi, segnati dall’antico campanile e dalla torre “laica” del birrificio, sono stati rispettosamente restaurati dagli architetti Chasper Schmidlin e Lukas Voellmy e i passaggi tra un volume e l’altro del complesso sono ipogei. Dopo tutta questa cura lascia oggi alquanto perplessi l’opera concepita e recentemente montata “in situ” dallo svizzero Not Vital. Si tratta di un obelisco monolitico in marmo, alto più di dieci metri, lavorato nelle cave di Pietrasanta e che fa parte del gruppo di opere che l’artista definisce “Scarch” (crasi di sculpture + architecture): se su quest’ultimo punto non possiamo avere dubbi, molto più inquietante, e per noi problematico, appare il rapporto della nuova torre con il contesto. Restiamo in attesa dei giudizi dei turisti, prima estivi e poi invernali, che scopriranno all’improvviso, giungendo a Susch, l’opera.
www.muzeumsusch.ch/en/1346/Not-Vital

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