21 gennaio 2020

Survival Architecture and the Art of Resilience

La nostra Terra – parlando del clima – è sull’orlo del non ritorno. Questa precarietà è sotto gli occhi di tutti. Eventi estremi continuano a flagellare ogni angolo del pianeta, anche quelli che fino a oggi erano luoghi considerati sicuri e protetti. Dai politici ai designer, passando dalla giovane Greta Thunberg, in molti stanno cercando di contrastare questi fenomeni con diverse misure.

La mostra Survival Architecture and the Art of Resilience curata da Randy Jayne Rosenberg di Arts Works for Change, organizzazione californiana no-profit attiva da oltre un decennio nel sociale e ambientale, è fra questi. Riunisce scienza, tecnologia, architettura e arte per capire che cosa serve a chi vive in situazioni ad alto rischio e quali possono essere le soluzioni migliori per affrontare choc e stress che ne derivano. Globalmente, circa 1 miliardo di persone vive in condizioni precarie e di povertà assoluta, quindi a maggior rischio di perdere casa, lavoro e vita a causa di siccità, innalzamento del livello dei mari, temperature elevate, distruzione dell’habitat con ricadute impattanti su pesca, agricoltura, turismo etc. Ma l’innovazione – high e low tech – ci dimostra come gli individui di ogni livello sociale possano essere in grado di sopravvivere ed essere resilienti.

Obiettivo della mostra è proprio quello di rendere accessibili a tutti questi concetti, sviluppandoli in quattro temi che riflettono le principali caratteristiche dell’architettura per la sopravvivenza: Circolare – l’importanza di creare strutture utilizzando materiali che possono essere continuamente riutilizzati; Portabile – l’abilità di realizzare abitazioni facilmente trasportabili e nomadi; Visionaria – la necessità di un continuo gettito di idee che possano trasformare radicalmente la nostra idea di riparo; Resiliente – l’urgenza di strutture adattabili a situazioni avverse e dinamiche. “Gli artisti – spiega la curatrice – sono i migliori portavoce per revisionare il nostro mondo e il modo in cui ci relazioniamo a esso. A raccolta sono stati chiamati oltre una ventina di artisti, studi e fondazioni che hanno presentato opere varie – installazioni, disegni, video, fotografie: così dal cappotto-sacco a pelo di The Empowerment Plan per i casi di emergenza estrema si arriva alla Cardborigami di Tina Hovsepian, una leggerissima casa di cartone per due persone, ripiegabile e facile da portare con sé; ai visionari disegni di Vincent Callebaut che immagina fattorie di alghe nel sud della Cina, case passive ad Haiti o città ecologiche galleggianti davanti al Principato di Monaco; ad Anthropod, struttura capanna in bambù di Gerard Minakawa; a Villa Verde e Quinta Monroy, in Cile, solida edilizia sociale di Alejandro Aravena; alla città portatile di Mary Mattingly fino alle immagini di devastazione e distruzione di Chris Jordan. Progetti e riflessioni per stimolare un nuovo modo di costruire, flessibile, resiliente e adattabile per poter sopravvivere agli effetti futuri di ambienti in pieno cambiamento. Come costruire abitazioni che abbiamo un ciclo di vita completo: prima-durante-dopo il disastro? Abitazioni per soluzioni di breve e lungo soggiorno? Habitat umani, case o città, che siano flessibili, a costi accessibili e capaci di sopravvivere a qualsiasi imprevisto o intemperia? E, perché no, ripensare anche al vero significato di “casa”?

Fino al 3 maggio 2020

Museum of Craft and Design (MCD)
San Francisco, CA

https://sfmcd.org/

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