21 giugno 2019

“L’art design”: a cavallo tra arte e design

di Marco Romanelli

C’erano una volta, tanto tempo fa, l’arte e il design. Vivevano in territori contigui, ma ben distinti (anche se, a volte, si racconta, avvenissero degli sconfinamenti).

Parlando di “quei tempi” e di Milano, che poi è il luogo dove tutta questa storia è cominciata, gli artisti e i designer (e i loro fratelli architetti) si incontravano in certi bar di Brera o alle Triennali, poi, però, i primi se tornavano nei loro studi, colmi di tubetti spremuti, di trementina e di tele, di argille e di gessi, i secondi, invece, prendevano la macchina e infilavano quel lungo stradone che da Milano porta a Meda e poi su fino a Cantù. Lì, incontravano gli imprenditori (geniali falegnami e tappezzieri di seconda generazione) e, insieme, organizzavano la produzione di mobili poco più che artigianali che ambivano a farsi chiamare industriali (l’industria, allora, era un titolo di merito: un titolo nobiliare). I designer, che per dire la verità nessuno chiamava così in quegli anni, diventarono rapidamente ricchi, e il mondo scoprì la perfezione del made in Italy: pezzi lavorati con grande attenzione, in cui nulla era lasciato all’improvvisazione. Gli artisti, invece, in quegli stessi anni, spesso restavano poveri e sconosciuti. La “buona borghesia”, infatti, persino quella milanese che guardava già con attenzione alle produzioni di Cassina, Arflex, Bernini, Danese e persino Poltronova e Gavina, persino quella parigina che si apprestava a volare sul Concorde, sospettava assai della coeva arte. Insomma, gli artisti avevano fame, quando i designer erano sazi. Ma quelli erano i lontani anni ‘50, erano i lontani anni ‘60. Poi, poco a poco, tutto è cambiato: a grandi balzi si è arrivati a un tempo più recente, che coincide con la fine di un millennio, in cui i designer avevano fame (quasi tutti) e gli artisti (solo alcuni) mangiavano. La buona borghesia di cui sopra aveva infatti perso “potere d’acquisto”, pare si dica così, e quindi aveva smesso di entrare negli show room a comprare d’un botto un divano e due poltrone, mezza dozzina di sedie e una credenza. Magari si accontentava di un tavolino e, per tutto il resto, andava all’Ikea. I ricchi, invece, erano ancora più ricchi e, alle fiere dell’arte o in certi vuoti pomeriggi di primavera, accompagnati dalle loro giovani mogli, compravano, senza batter ciglio, “arte da esibire” nelle case di Montecarlo o di Porto Cervo, di Ibiza o di Cortina. Ecco, dunque, che i designer affamati si sono chiesti “Ma questa arte sarà così difficile da fare?” e subito si sono risposti (si sa, i designer sono piuttosto presuntosi) “Se la fanno gli artisti, possiamo di certo farla anche noi!”. Dal canto loro, i galleristi (variabile da non sottovalutare) cominciavano a porsi il problema, dopo aver gonfiato le quotazioni di quadri e sculture, dopo aver ben ben sfruttato la “fotografia d’autore”, di cosa poter vendere “a un po’ meno”. Ecco, allora, che, tutt’a un tratto, un mercato dell’arte bulimico e un furniture design anoressico hanno prodotto il matrimonio del nuovo millennio, matrimonio da cui è nato, e mi perdonerete la semplificazione, l’art design

A celebrare la perversa unione è stato chiamato l’artigianato. Gli artigiani, vicini da sempre all’industria (per cui realizzavano i prototipi) e agli architetti (per cui eseguivano, negli interni, sofisticati pezzi speciali), si sono visti assegnare d’ufficio il ruolo di “produttori d’arte”. Marmisti e bronzisti, ceramisti e soffiatori hanno cominciato a realizzare (per i designer che stavano a guardare) pezzi unici o tirature in piccola serie: una bolla di vetro su un piano di marmo, un perno di ottone con una cornice di ebano. All’improvviso, e contemporaneamente, oggetti di questo genere hanno cominciato ad apparire a Basilea e a Miami, nelle gallerie di Parigi, di Milano e di New York (quelle stesse gallerie che intanto raschiavano il fondo del cosiddetto modernariato). Lì, finalmente, si poteva comprare, per soli 5/6000 euro, “un’opera”: assai comoda, però, molto più comoda di una tela o di una fotografia, perché ci si potevano anche posare sopra i guanti, tornando a casa la sera. E di colpo tutti (quasi tutti) i designer si sono sentiti artisti, tutti (quasi tutti) i galleristi si sono sentiti talent scout del design. E la cosa ha funzionato così bene che persino alcuni artisti si sono messi a fare gli art-designer. E i giovani designer (loro sì affamati davvero, ma più svegli, molto più svegli) hanno rapidamente virato il recente escamotage dell’auto-produzione, nato con intenti sociali e democratici, nato per condividere il progetto con “i molti”, verso l’alto, verso “i pochi”, verso le gallerie. E l’industria? L’industria che, per vocazione, aveva semplificato, alleggerito, schiarito e chiarito, ha cominciato a complicare, a sovrapporre, a impilare, ad accostare differenze, insomma a inseguire invece che precedere, a sentirsi fuori-gioco, anziché a condurre il gioco.

Ecco allora che un semiologo, anche uno bravissimo, anche il più bravo, farebbe oggi molta fatica ad attribuire sincere etichette e credibili qualifiche: gli industriali raccontano di fare l’alto artigianato, gli artigiani sostengono di fare l’arte, gli artisti fanno quello che vogliono i galleristi, i redattori delle riviste specializzate inneggiano a oggetti impastati con latte di vacca cagliato e fieno e poi vanno a comprare la libreria Billy (il New York Times sostiene che nel mondo si vende una libreria Billy ogni 10 secondi). Com’era più facile per il padre, anche lui semiologo, del nostro bravissimo semiologo di oggi, com’era più facile 50 anni fa quando Gio Ponti, che era davvero sommo artista e designer, voleva essere chiamato architetto, soltanto architetto, e lavorava con gli artisti (con Melotti e con Fontana) e lavorava con gli artigiani (con De Poli e con Venini). La chiamavano allora “sinergia delle arti” (e nessuno rischiava di cadere da cavallo!).

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