13 dicembre 2019

“Jamais plus de maîtres”: avere un Maestro oggi?

di Marco Romanelli

“Chi vuole imparare a tirare di scherma deve prendere in mano il fioretto. Nessuno ha mai imparato a tirare di scherma guardando”. Adolf Loos, 1903

Nella contemporanea ossessione per la “cultura in rete”, nell’orgia dei click apparentemente esaustivi, può ancora servire un Maestro? Ovviamente, un “maestro in carne ossa”, non un tutorial, non un navigatore. Credo che alcuni di noi abbiano pensato, all’inizio del millennio, che l’impersonalità di quelle voci registrate ci avrebbe liberato dalla fisicità di un Maestro, dalle sue idiosincrasie, dai suoi violenti scoppi d’ira, da tutto ciò che fa di un Maestro un uomo (o una donna, naturalmente). E invece? Invece in pochi anni è risultato evidente che nessun sistema informatico o tecnologico può, per ora, sostituire il rapporto diretto (e persino indiretto) con chi sa. Senza andare a disturbare antichi filosofi, eternamente impegnati in simposi o in peripatetici soliloqui, ma neanche docenti ottocenteschi forniti di flessibili verghe, ci basti pensare a quel che ancora oggi avviene negli studi di architettura e design. Il rapporto vampiresco tra chi possiede la conoscenza e chi la vuole carpire è, in quei luoghi privilegiati della formazione, un rapporto biunivoco. Il flusso di informazioni che passa dal più al meno esperto viene compensato dal flusso di curiosità e di energia che trasuda dal meno verso il più esperto. Occhi saggi e mani abili versus occhi nuovi e mani forti. Appurato, e spero condiviso, questo principio, urge una domanda: in questo mondo dominato dal marketing e dal contract, ove i designer si sono trasformati in art director, esistono ancora i Maestri? Un Maestro è qualcuno che ha una visione personale, supportata da un personale metodo. Un Maestro è qualcuno capace di opporsi alla deriva dell’esistente, di negare la realtà per proporre un’alternativa. Imprescindibile, nasce qui la citazione di Enzo Mari, l’”oppositore” più ostinato che la storia del design del ‘900 abbia conosciuto: il teorizzatore della negazione. Un Maestro, tuttavia, che non ha voluto (o non ha saputo?) avere allievi: quindi ancora un Maestro? Certo, un grande Maestro, suo malgrado! Dobbiamo d’altronde ammettere che ben pochi dei celebrati designer del XX secolo, pur senza raggiungere l’ostilità programmatica di Mari, sono stati capaci di operare coscientemente come Maestri: non Munari, chiuso in un suo mondo autoreferenziale; non Castiglioni, inventore non duplicabile; non Magistretti, esteta solitario, non Bellini, non Mangiarotti, non Riva. Forse solo Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass lo sono stati davvero: il primo, però, Maestro di un credo esteticamente così particolare da divenire difficilmente trasmissibile, il secondo, un re generoso esclusivamente con la sua corte. Se ci pensiamo gli appartenenti a queste generazioni di “Maestri non Maestri” erano state coinvolte, sia pur in misura diversa, nella Seconda guerra mondiale. Forse proprio quella “fatica” li aveva resi così diversi dai loro predecessori: Gio Ponti in primis, ma anche Albini, Scarpa, Rogers, personaggi che seminarono il mondo di veri discepoli, che costruirono scuole ancor oggi ricche di adepti.

Dobbiamo però uscire da questa vexata quaestio, che conduce più a un’analisi della storia del design italiano che a un ragionamento sul ruolo del Maestro oggi. Appurato che il rapporto diretto con un Maestro sarebbe fondamentale per l’allievo, dobbiamo innanzitutto chiederci come possano fare quegli allievi e sono la maggioranza per i quali tale rapporto è impossibile. Essi dovranno imparare a scegliersi un “Maestro immaginario”. Un Maestro immaginario è il parallelo di quello che, in alcune fasi evolutive della formazione di un bambino, rappresenta l’“amico immaginario”: qualcuno con cui si parla, ci si confronta, che ti viene in aiuto e ti stringe la mano. E allora come si sceglie un Maestro immaginario? Assolutamente per empatia esaminando centinaia e centinaia di progetti, ripercorrendo idealmente la genesi, dal brief alla realizzazione, di migliaia di oggetti. E poi leggendo libri e riviste, visitando mostre, ascoltando conferenze (“Il faut se faire des harems dans la tete”, Flaubert, 1853). È questa la fase propedeutica alla scelta del proprio Maestro immaginario (che potrà essere un contemporaneo o anche un uomo del passato: per me lo è stato Gio Ponti).

Questi Maestri, reali o immaginari, ci aiuteranno a discernere il valore dei nostri progetti, ci insegneranno che il principio base della creazione è “dimenticare a memoria” (lo diceva Vincenzo Agnetti e sempre lo ripeteva Lisa Ponti): non si può più, oggi in particolare, trincerarsi dietro un “non lo sapevo”: bisogna conoscere e poi dimenticare. La memoria è la nostra anima. Copiare non è lecito (il Maestro reale o immaginario tirerebbe con forza le orecchie all’allievo “copione”) e anche citare è qualcosa che va fatto “con le pinze”. Sono ammesse solo le vere citazioni, quelle che si allontanano dal plagio per avvicinarsi alla reinterpretazione, se non alla trasfigurazione. Per l’allievo non esistono scorciatoie e non ci sono giustificazioni. Ma nemmeno per il Maestro che non è, e non deve sentirsi, un profeta. Piuttosto un “cercatore”: “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa – disse Roland Barthes nel 1967– ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare”.

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