04 ottobre 2019

Cortocircuiti tra moda e design

di Marco Romanelli

Nella galassia ambigua della creatività, le discipline ricorrentemente si annusano tra loro, si avvicinano, amoreggiano, per poi, volubili, lasciarsi andare e cercare nuovi partner. Così è successo, dall’inizio del ‘900, tra design e architettura, tra arte e video, tra scultura e design (o architettura), tra disegno del gioiello e body art. Così, ormai da tempo, avviene tra design e moda o, come è ormai obbligatorio specificare, tra furniture design e fashion design. Settori certamente contigui (e che, soprattutto, una certa promozione del made in Italy tende a “vendere” come binomio indissolubile), ma in realtà dotati di ben specifici assunti disciplinari. Varie e differenziate sono le liaisons dangereuses che si instaurano tra i due ambiti. A partire dalle più banali che paiono postulare, alla faccia della specializzazione, un libero interscambio progettuale tra stilisti e designer. Recentemente, in particolare, più che di uno scambio si è trattato di una via a senso unico che, dalla moda, ha invaso il design con fashion designers i quali, direttamente o attraverso un franchising del proprio marchio, hanno deciso di entrare, a gamba tesa, nel campo del furniture. Dal loro punto di vista, ovviamente, nessun problema: se il mercato lo accetta o addirittura lo richiede… La domanda che, invece, dobbiamo porci riguarda “la richiesta”. Quale è il ritratto del compratore che, invece di scegliere un alcunché (tavolo, divano, vaso) presso una qualificata azienda di settore attiva da decenni e che si avvale dei migliori designer, preferisce cercare lo stesso alcunché griffato da un marchio della moda? Cosa conduce una persona al desiderio di abbinare la propria casa alla propria borsetta o a uno speciale outfit da gran sera? La questione non riguarda dunque la psicologia onnivora dello stilista (o del proprietario del relativo fondo di investimento), piuttosto l’insicurezza del compratore che, analogamente a una “corazza vestimentaria”, nelle sembianze di un total look firmato, cerca una seconda corazza con cui difendere la propria casa. Difenderla dalla propria incapacità di viverla come meglio gli aggrada (insicurezza certamente indotta), banalmente difenderla dai commenti degli “amici”, ma anche difenderla da un’offerta di design a volte non chiara in termini di rapporto qualità/prezzo.

Come dicevo, però, questo è probabilmente l’aspetto maggiormente epidermico della questione. Ben più problematici altri temi quali, in primis, “la durata nel tempo”. Ormai molti, moltissimi anni fa il Flügel identificò nella necessità di cambiamento permanente il motore primo della moda (inserendo una motivazione relativa al desiderio delle classi sociali minoritarie di raggiungere lo status di quelle maggioritarie, notazione oggi probabilmente superata dalla diversa fluidità della società). La moda rivoluziona i suoi dettami con un ciclo bi-annuale, cercando, appunto ogni sei mesi, di convincere i suoi adepti del contrario di quanto aveva affermato solo sei mesi prima (naturalmente anche qui generalizzo, esistendo in realtà marchi di moda che hanno fatto della “evoluzione nella continuità” la loro bandiera). Il furniture design pare aver finalmente compreso che un simile meccanismo di rapida obsolescenza dei beni non è solo difficilmente attuabile, ma anche moralmente scorretto. Per le loro stesse caratteristiche fisiche (di volume, di peso e quindi di trasportabilità e di montaggio), anche a parità di spesa, i mobili non sono disinvoltamente sostituibili come gli abiti. Ma non è soltanto questo, esiste una più complessa, vorrei dire intima, motivazione alla “permanenza”. È facile, infatti, dimostrare che anche il più avanguardistico “consumatore seriale di abiti” ami in realtà trovare sicurezza nel proprio ambiente domestico. Numerose ricerche antropo-sociologiche, già tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, hanno dimostrato come esistano imprevedibili divergenze tra lo stile di vita (e, quindi, di abbigliamento) delle persone e gli interni delle loro case (cioè tra aspetti della personalità maggiormente etero-riferiti e aspetti maggiormente ego-riferiti). Celebre il caso di certi intellettuali, seduti con i loro dolcevita neri e i loro jeans slavati, in tradizionalissimi tinelli borghesi o quello dei fashion addict giapponesi chiusi in anonimi monolocali (stipati di abiti). La casa rimane quindi necessariamente “indietro” rispetto alla moda (un “indietro” che, a questo punto, riveste caratteri tutt’altro che negativi). In conclusione, parlando da architetto e da furniture designer, ritengo che la moda non vada demonizzata, anzi che faccia parte di quelle discipline che possono continuamente portare al nostro settore stimoli rinnovati a livello di analisi dei comportamenti umani e delle tendenze, ad esempio per quanto concerne materiali e cromie, ma che tutto ciò vada filtrato attraverso un sano principio progettuale di permanenza. I nuovi movimenti ecologisti hanno, infatti, come conseguenza secondaria, sollecitato tutti noi rispetto al tema della durata nel tempo dei prodotti e non solo della loro riciclabilità.

Proprio nel bilanciamento tra aggiornamento estetico e continuità di uso, credo, consista oggi la reale bravura di un furniture designer: la capacità (o forse l’utopia) di disegnare oggetti che da “attuali” si possano tramutare in “classici” senza passare attraverso quella lunga fase di obsolescenza formale che ce li farebbe definire soltanto “vecchi”.

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