08 novembre 2019

Del rapporto tra architettura e arte

di Marco Romanelli

Potreste immaginarvi il Partenone con le metope “aggiunte a posteriori”? Una cattedrale gotica con le vetrate “aggiunte a posteriori”? Le ville di Palladio con gli affreschi di Veronese “aggiunti a posteriori”? Ma anche, arrivando più vicini a noi, certi progetti di Gio Ponti senza gli interventi ceramici di Melotti? Certi progetti dei BBPR senza i soffitti crivellati di Fontana? L’indimenticabile sacrario delle Fosse Ardeatine senza la sconvolgente cancellata di Mirko Basaldella?

Se, come credo, non ci riuscirete, avrete già compreso quale dovrebbe essere il rapporto ideale tra arte e architettura. Sincronia di ideazione e di realizzazione: l’architetto e l’artista insieme immaginano un intervento artistico adatto all’opera da costruire. L’architetto e l’artista devono quindi, in questa loro avventura, essere compagni di viaggio, discutere, crescere all’unisono. Insomma, quanto di più diverso si possa immaginare dalla contemporanea attitudine per cui ‘inserire l’arte nell’architettura’ significa appendere dei quadri nel salone di un appartamento ormai ultimato o posizionare una scultura (detraendone i costi dalle tasse) nell’area antistante un grattacielo.

Pittura, mosaico, scultura, ceramica ambientale, decorazione parietale, installazione devono tornare a essere frecce all’arco dell’architetto, che certo non le realizzerà personalmente, ma si preoccuperà di integrarle, in tempo reale, nel suo progetto. Per lunghi anni, come dicevo, è stato così: al fine di provare quest’affermazione sarebbe sufficiente aprire, a caso, un qualsiasi disegno di interni tracciato da Ponti, Scarpa, Cordero o Nanda Vigo e trovare, magari di fianco alla planimetria generale in scala 1:100, non solo annotazioni e schizzi facenti riferimento a un dettaglio costruttivo o di finitura (in scala 1:1 o 1:10), ma anche suggestioni per basamenti di statue, posizionamenti per quadri di grandi dimensioni, precisi riferimenti all’opera di selezionati artisti. Si badi bene però, per l’architetto di quei tempi non si trattava di determinare una composizione in cui tutti gli elementi si armonizzassero (questo lo fanno i decoratori), ma veramente di creare, attraverso l’arte, punti di vista attenzionali, momenti, potremmo dire, di “fermo immagine”, che permettessero poi di riprendere il percorso con una nuova energia. La pianta costituiva allora, infatti, una sorta di sequenza cinematografica: la creazione del percorso lungo cui il fruitore si avventurava per conoscere progressivamente l’architettura. Quindi l’arte che, per definizione non dovrebbe avere una funzione, ne assumeva una ben specifica: di misurazione, di controllo, di segnalazione. Veniva, così, totalmente by-passata l’ipotesi di un uso decorativo dell’arte in architettura così come, per default, si superava la puerile idea di una possibile interscambiabilità delle opere.

Se, entrando in una casa, siamo abituati a coglierne l’intensità cromatica e materica, il diverso ruolo attribuito alla luce naturale e artificiale, la relazione tra spazi maggiormente collettivi o più privati, allo stesso modo la scelta delle opere ci darà precise indicazioni sulla personalità dell’abitante (e/o del progettista), sul suo modo di approcciarsi al mondo.

Certo, ancora una differenza va puntualizzata: negli anni ormai perduti della grande sinergia progettisti-artisti, le architetture erano “semplicemente” architetture e non giocavano a essere “opere” a loro volta. Oggi, invece, nel grande egocentrismo del progetto contemporaneo, ciascun edificio non è altro che un ritratto (più o meno riuscito) del suo progettista (di Gehry, della Hadid e di molti altri, assai meno bravi) e, quindi, vuole porsi come “opera d’arte”. A questo punto risulta obbiettivamente più difficile inserire altre opere.

Per di più, all’architetto contemporaneo è stato sovente tolto il controllo complessivo del progetto. Nella rincorsa alla specializzazione possono essere ritenuti non di sua pertinenza, volta per volta, gli interni oppure la sistemazione delle aree circostanti l’edificio, figuriamoci la scelta delle opere d’arte! E non è ancora finita, dobbiamo ricordare un’altra problematica che oggi rallenta, per non dire impedisce, una reale sinergia tra architetti e artisti. Penso al ruolo sempre più preponderante svolto dalle gallerie d’arte. Il gallerista si è, infatti, trasformato in un controllore dei movimenti degli artisti della sua scuderia e quindi non vede particolarmente di buon occhio rapporti privati e intensi con la committenza architettonica.

Per concludere, potremmo chiederci se esiste una cura per tutto ciò. Personalmente, credo di sì e penso si tratti sempre della medesima: privilegiare non l’oggetto, ma la relazione tra gli esseri umani (architetto e artista), accettando, anzi cercando, il confronto.

#arte, #architettura