10 gennaio 2020

Interni in visione cinematografica

di Marco Romanelli

Sean Connery = “James Bond” (1962), William Sanderson e Daryl Hannah = “Blade Runner” (1982), Ingrid Bergman = “Notorius” (1946), Marlon Brando = “Ultimo Tango a Parigi” (1972): certo è facile, in fondo più immediato, memorizzare ciascun film attraverso i suoi protagonisti, ma, se ci pensiamo bene, cosa sarebbero state queste pellicole lontano dagli interni che li hanno ospitati? Di uno almeno, per assurdo, lo si sa: senza l’appartamento haussmaniano in dismissione (rue Vanvin, 26) in cui Marlon possiede Maria, “Ultimo Tango a Parigi” si sarebbe trasformato nella sua parodia ossia “Ultimo Tango a Zagarolo”.

Dice Nanni Moretti in “Caro Diario” (1993): “Che bello sarebbe un film fatto solo di case…”. Perché sono gli interni che ci portano per mano a vivere, nel modo giusto, le storie cinematografiche: porte che si spalancano, lunghe inquadrature in lunghi corridoi, caminetti accesi fino ai parodistici rubinetti che perdono. Proprio in “Notorius”, a ben vedere, la tipica villa coloniale sudamericana visualizza l’avvelenamento progressivo della Bergman, con gradini che si dilatano e soffitti che si sfuocano. L’interno ci insegna cosa sta avvenendo e cosa ci dobbiamo aspettare dal seguito della pellicola. L’interno manda segnali destinati, in linea di massima, a lavorare a livello subliminale, se non inconscio. Ad esempio, in “Indovina chi viene a cena” (1967), quando la burrosa Katharine Houghton suona alla porta del lussuoso appartamento dei genitori, portando con sé il suo bellissimo fidanzato (Sidney Poitier), immaginatevi alle pareti una boiserie verniciata testa di moro anziché color vaniglia… tutto sarebbe stato diverso (e forse più facile?).

Ma è possibile riconoscere delle invarianti nel rapporto tra filmografia e architettura degli interni? Certamente! La prima credo sia evidente a tutti: al cinema, nella bellezza assoluta e nella tecnologica più evoluta, alberga il Male. Che si tratti della stazione orbitante “la Morte Nera”, ove vive Darth Vader in “Star Wars” (1977), o dell’interno del vulcano (in altri 007 sarà un’isola o una caverna sottomarina) da cui il cattivo di “Si vive solo due volte” (Ian Fleming, 1964) progetta di distruggere il mondo, la perfezione lucida, il bianco accecante, le superfici riflettenti, gli arredi super-minimal, i potenti computer sono usati per ospitare “la parte cattiva che è dentro ognuno di noi”. In quei luoghi nessuno suda e persino le buone maniere e gli abiti da sera, oggi diremmo in stile Tom Ford, contribuiscono a creare il senso di essere “dalla parte sbagliata”. Mentre i giusti, quelli che alla fine, contro ogni logica, vinceranno, corrono, a volte puzzano, cadono in deprimenti paludi e incontrano mostriciattoli ripugnanti, o, più semplicemente, vivono in un basso napoletano, in una favela brasiliana, in una miniera di carbone: sarà la storia a tirarli fuori da lì e a portarli, volta per volta, verso il successo, verso il potere e, solitamente, verso l’amore. Confesso, uscendo da uno di questi film divisi in modo manicheo tra bene e male, tra perfezione e imperfezione, di essere tornato sollevato in una casa piena di cose e di disordine e non in uno di quegli asettici loft che ognuno di noi architetti ha sognato almeno una volta nella vita di progettare.

L’unica alternativa al male frequentata nella cinematografia per giustificare un impeccabile interno modernista è l’ironia. Una per tutte, quella di Monsieur Hulot nel film di Jacques Tati “Mon Oncle” (1958). La perfezione, e con essa il progettista coercitivo che l’ha creata, viene costantemente ridicolizzata. Tutto è in bianco e grigio, a differenza del quartiere popolare da cui Hulot proviene: a colori.

Insomma, in quei set algidi, che vivono la cosiddetta “sindrome dello showroom”, mai una volta che venga ambientata una commedia romantica o che si verifichi un’appassionata notte di passione.

La seconda invariante nel rapporto tra cinema e interni è anch’essa molto praticata: nelle case, come nelle città, esiste un sopra e un sotto e, a sorpresa, è sotto che sta il bene. Inutile citare, quale inizio di tutto, “Metropolis” (1927) di Fritz Lang: la città pulita e ordinata “sopra” può vivere grazie alla schiavitù del “sotto”. È, però, nelle buie gallerie sotterranee che infine nascerà la rivolta e l’amore (per inciso, non credo che molti ricordino che “Metropolis” era ambientato nel 2026!!!!).

Ma il sopra e il sotto, questa volta visualizzabili in una vera e propria sezione architettonica, sono anche gli spazi gerarchizzati di Downton Abbey (2010-2015). Fate attenzione, riguardando la celebre serie televisiva, a un unico elemento: l’altezza dei soffitti. Sopra, dove vive la nobiltà, il soffitto sfiora di sicuro i 5 metri, sotto, dove lavora la servitù, non andremo oltre i 2,40 metri. L’architettura è premessa fondante della storia.

Altre volte, invece, il sotto è la cantina. Nella cantina si nasconde il mistero: lì, vengono tenuti prigionieri i peccati e, a volte, le vittime, dei “buoni” che abitano al piano di sopra. Lì, vengono sepolti i cadaveri e lì c’è sempre, per illuminare fiocamente lo spazio, una lampadina accesa appesa a un filo.

Nel recentissimo (2019) “Parasite” del regista coreano Bong Joon Ho andrebbe forse maggiormente segnalata la presenza di questo sotto claustrofobico e cementizio rispetto all’esaltazione di un sopra che altro non è se non la citazione delle case study houses americane degli anni 50-60, in salsa “hotellerie” contemporanea.

Per finire con un altro “sotto” topico nel cinema: “sotto il letto”, in quel prezioso vano, oggi negato dai letti tessili con contenitore incluso, in cui si rifugiavano amanti clandestini, bambini, sognatori e, nella situazione forse più classica, mostri! Ricorderete come la città di Mostropoli nel film Walt Disney “Monsters&Co” (2001) alimentasse le sue centrali elettriche attraverso le grida dei bimbi terrorizzati da mostri “professionisti” che, naturalmente, si nascondevano sotto il letto. Alzi la mano chi, per tranquillizzare se stesso o un figlio bambino, non si è almeno una volta nella vita inginocchiato a sbirciare sotto il materasso!

Se il cinema ingigantisce e condensa, nel tempo della proiezione, un frammento di vita, gli interni cinematografici in realtà prevedono le case del futuro: il sogno della casalinga moderna, ossia la cucina all’americana, è ben sbarcato dagli USA con le pellicole dell’immediato dopoguerra, diffondendosi in ambienti claustrofobici che ancora odoravano di aglio e di ragù. E che dire della possibilità di schermi inclusi nelle pareti che ci controllano e, a sorpresa, si accendono per comunicare messaggi? Non ci facevano forse sorridere, da ragazzi, in “1984” di Orwell (scritto nel 1948)? Dicevamo, allora: “quanta fantasia, mister Orwell”!

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