27 maggio 2019

Intorno alla critica, un’attitudine dimenticata

di Marco Romanelli

Il Salone del Mobile di Milano è certamente la “tempesta perfetta” che, annualmente, si scatena sul mondo del design. A priori e a posteriori, su riviste e canali social, guru e profeti si danno da fare per definire nuove tendenze, nuovi idoli o più semplicemente, quando si tratta di designer, per promuovere se stessi. Nel grande successo mediatico una parola, critica, è ormai clamorosamente assente: la critica è “fuori moda”. Non se ne riconosce il valore costruttivo: le recensioni relative al Salone del Mobile si limitano, basandosi sulle cartelle stampa, a descrivere i prodotti. Vogliamo provare, invece, senza citare nomi, affinché questo piccolo testo possa essere considerato un invito alla discussione e non un “attacco”, a delineare criticamente la situazione attuale?

Personalmente, credo che i punti fondamentali da affrontare siano due.

Il primo potremmo definirlo, con riferimento all’antico gioco delle bocce, “spostare il boccino”. Cominciamo proprio da qui: in una recente intervista concessa ad Art Tribune, Paola Antonelli, curatrice della XXII Triennale di Milano intitolata “Broken Nature”, dichiara: “La settimana del design di Milano non dovrebbe essere solo la settimana del mobile, ma dovrebbe esserlo con tutti i tipi di design come lo stiamo intendendo qui a New York, con il design dell’interfaccia, dell’informazione, della comunicazione, dei videogiochi, dell’architettura e dell’urbanistica”. Frase che condensa perfettamente l’attuale tendenza a “spostare il boccino”, il tutto condito da un’eroica missione, ossia “Ce la farà il design a salvare il pianeta?” (questo è sia il titolo dell’articolo da cui sono estrapolate le parole dell’Antonelli sia il concetto base della Triennale). Con tali “premesse” diventa difficile portare qualsiasi critica – non si vorrà fare la figura di quelli che non sono interessati a salvare il pianeta? Questo “allontanamento” programmatico verso campi tipologici (l’interfaccia, i videogiochi) o disciplinari (l’architettura, l’urbanistica, ma potremmo aggiungere la biologia, la zoologia, le scienza naturali in genere) completamente differenti porta a un “niente di fatto” dal punto di vista concreto: la grande filiera del design “tradizionale” (dal mobile ai complementi, dagli elettrodomestici agli uffici, dalle luci all’oggettistica, dalle macchine utensili alle automobili, dai semi-lavorati ai materiali di rivestimento, dai sanitari ai tessuti) si sente, infatti, solo parzialmente chiamata in causa e procede spedita per la sua strada. La mancanza di un serio dibattito, di un reale contraddittorio condotto all’interno dell’ambito disciplinare specifico provoca, infatti, numerosi equivoci. Il più evidente riguarda lo stylism: se il tempo eroico dei designer-inventori è, alla fine del secolo scorso, sfumato, trasmigrando in quello dei designer-art director, ora anche questa figura “di mediazione” tra creazione e mercato pare insufficiente ed è apparso, con grande pervicacia, un nuovo personaggio: il designer-stylist. Come si muove il designer-stilyst? Innanzitutto, senza inibizioni: non si tratta, infatti, di progettare oggetti che cerchino di inserirsi nella catena, talvolta millenaria, dell’evoluzione di una specie tipologica (le sedie, i tavoli, i vasi, etc.), ma semplicemente di costruire, con indubbia capacità cromatica e materica, un’atmosfera d’insieme, una seducente immagine life style. Attutite dalle raffinate sfumature rosa carne o grigio cemento, verde ottanio o giallo girasole, le consapevoli “citazioni” di Ponti, Albini, Caccia Dominioni, Mollino (e chi più ne ha, più ne metta) passano inosservate al grande pubblico e vengono osannate dai giornalisti di settore. Sovente il “nuovo” non è altro che una rilettura del passato, a volte sofisticata, a volte semplicemente nostalgica. A questo risultato ha portato il disconoscimento delle competenze specialistiche e lo spostamento, in un altrove sempre più lontano, dei parametri di riferimento disciplinari. Vogliamo tornare a dire “pane al pane” (e “sedia alla sedia”, o “divano al divano”), preoccupandoci che questo “pane” sia progettato in maniera corretta (senza plagi), sia prodotto in maniera corretta (senza danni ambientali o umani), sia distribuito in maniera corretta (evitando moltiplicatori iperbolici), e possa essere “mangiato” per molti, molti anni attraverso le generazioni? Vogliamo tornare a progettare (o meglio, a cercare di progettare) oggetti-capolavoro che capolavoro rimangano anche quando si ritinteggeranno le pareti o si cambierà casa? O vogliamo accontentarci, da un lato, di creare atmosfere da “grande hotel” e dall’altro di parodiare, o anche semplicemente citare, scienziati vari: etologi e antropologi, ingegneri robotici e ingegneri genetici, microbiologi e biologi marini, astrofisici e nanotecnologi, epidemiologi e immunologi? Perdonate, se potete, il mio passatismo e il mio assoluto “non aggiornamento”, ma personalmente credo che veri architetti e veri designer, supportati dal lavoro di veri imprenditori, possano ancora fare moltissimo per salvare questo nostro pianeta. E che la critica sia concime essenziale al progetto.

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