14 maggio 2020

«Le silence marchait, musique en tête»

di Marco Romanelli

Può il silenzio avere qualcosa a che fare con l’architettura e con il design? Gio Ponti sosteneva che le costruzioni vanno giudicate di notte, al chiarore della luna, quando gli uomini dormono ed esse possono cantare. Poetica presa di posizione, da tempo dimenticata. L’architettura ormai urla (e di notte, con le sue luci, urla ancor più): il silenzio è battuto in ritirata. Abbiamo perso qualcosa? Personalmente credo di sì: le grida non si adattano al sublime, caso mai raccontano il qui e ora. Il poetico silenzio praticato, nella contemporaneità, da Tadao Ando, Alvaro Siza, Eduardo Souto de Mura, Alberto Campo Baeza, Thomas Herzog non pare in alcun modo appetibile. “Le silence marchait, musique en tête”, la celebre frase di Cocteau, non è più applicabile all’architettura. Arrivare a un silenzio delle forme, così denso da tramutarsi in musica, è un percorso troppo lento e complesso per l’oggi. Un percorso che richiederebbe all’architetto un profondo “scavo” nel contesto destinato ad accogliere il nuovo edifico, ma anche nella propria interiorità. Un percorso “per levare” perché un progettista al silenzio può solo arrivare, non può partire da esso (quella è afasia, non silenzio!). E allo stesso modo anche un fruitore (ognuno di noi) deve, di fronte all’architettura del silenzio, prendersi il suo tempo: il tempo necessario a far entrare la musica del silenzio dentro di sé. Rinunciando a farsi istantaneamente riempire dal troppo grande, dal troppo pubblicitario, dal troppo evidente. L’architettura, oggi, è diventata “segnaletica”, ma, anziché come nella California degli anni ‘80 (che ci faceva in fondo sorridere) costruire piccoli edifici a forma di hot dog (o di hamburger) per indicare, nel vuoto extra-urbano, la presenza di un punto di ristoro, mostra il potere, tecnologico e quindi economico, attraverso una complessità strutturale e decorativa tanto sorprendente quanto inutile (storto, curvo, frammentato, dorato, bronzato, logato). L’architettura ha perso la sua indipendenza ed è entrata nel novero dei media (però, a differenza della televisione o di internet, non può essere spenta). Qualcuno potrebbe sostenere che è sempre stato così, ma si trattava di cattedrali o palazzi nobiliari, “media” condivisi dal popolo intero, simboli di altro da sé: elementi fondamentali nella costruzione della città. Oggi, con l’eccezione dei musei - le nuove cattedrali -, sono grattacieli bancari o assicurativi, magniloquenti sedi di compagnie private.

Fenomeni analoghi, per quanto meno impattanti dimensionalmente, avvengono anche per il design: la lenta decantazione che ha caratterizzato il lavoro di Jasper Morrison, Maarten van Severen, Pierre Charpin, Paolo Ulian, Michael Anastassiades, Francisco Gomez Paz chiede tempo (nuovamente tempo al progettista e tempo al fruitore). Chiede di rinunciare in partenza a quella goliardia irresponsabile, a quello sperimentalismo fine a se stesso che porta a proporre arredi troppo colorati, troppo amorfi, troppo provocatori (quante volte ci è sembrato, recentemente, di avere di fronte non un oggetto d’uso, ma il saggio di fine anno di uno studente creativo?). Chiede la pazienza di aspettare una ricompensa che impiegherà anni ad arrivare: quando “gli oggetti del rumore”, inseriti nelle nostre case, continueranno a produrre il loro fastidioso brusio di fondo, mentre gli “oggetti del silenzio” saranno capaci di accompagnarci, e servirci, e tranquillizzarci, nella nostra quotidianità.

Alla fine, dall’insieme dei primi sorgerà la cacofonia (vedi certi loft “da collezionista” pubblicati con grande enfasi dalle riviste di arredamento), dall’insieme dei secondi una melodia sommessa che il silenzio ci permetterà di ascoltare (e godere).

Non dimentichiamoci inoltre che il silenzio, tanto in architettura quanto nel design, rappresenta un valido antidoto alla “usura”. Come ben sappiamo, infatti, le parole e i segni si consumano nel tempo, provocando un meccanismo di obsolescenza e quindi di rifiuto. Gli “oggetti rumorosi” del nostro passato andranno, prima o poi, a costruire la “discarica” dei nostri figli, al contrario gli oggetti silenziosi continueranno a vivere con noi e con i nostri eredi (e impareremo a conservarli e a restaurarli).

Si potrebbe obiettare che le architetture del silenzio e gli oggetti del silenzio danno luogo, in sintesi, a panorami assai noiosi, per niente stimolanti? Argomento in cui è difficile inoltrarsi avendo ciascuno di noi una soglia percettiva differente: non dobbiamo tuttavia tralasciare l’evidenza che architettura e design fanno in realtà parte di una triade il cui terzo polo è costituito dall’arte. A essa può essere delegata la funzione della trasgressione, dello shock estetico. L’arte è un guerrigliero in armi, l’architettura e il design soldati semplici.

L’espressione autobiografica del progettista (per giunta ormai “globalizzata”) è sempre un rischio nel progetto: gli architetti e i designer dovrebbero imparare a “guardare attraverso gli altri”, a filtrare la loro creatività mediante i desideri collettivi. In sostanza ad abbassare la voce.

“Bisogna imparare a scrivere con parole inzuppate di silenzio”, Edmond Jabès, 1991

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