27 maggio 2019

Locale vs Globale

di Marco Romanelli

Non crediate che la diade “locale/globale” appartenga solo ai nostri giorni. Molti anni or sono, precisamente alla fine dei Cinquanta, quando il panorama milanese si arricchì in contemporanea dei suoi “oggetti” più conosciuti, la torre Pirelli, progettata da Gio Ponti, e la torre Velasca, progettata dai BBPR, la polemica assunse esattamente gli stessi toni. Il Pirelli, disegnato in chiave “globale”, venne accusato di essere un rasoio da barba piantato nel terreno, mentre la Velasca, “localistica” nel recuperare suggestioni medioevali, fu vista come coerente con il contesto urbano. Ma davvero possiamo sostenere che il primo fosse “globale” e la seconda “locale”? Di certo, da allora, il concetto di “contesto” è entrato in maniera stabile nel dibattito architettonico (sovente per essere negato), ma, tralasciando l’architettura e arrivando a noi, la domanda che ci incalza è: in che modo la contrapposizione locale/globale può essere interpretata nell’ambito del furniture design? In un mondo in cui il mercato si è fatto globale, ma la politica sventola bandiere locali, quale posizione dovrò assumere il giovane designer?

L’utopia ci porterebbe a visualizzare un ideale consesso dei designer simile all’Organizzazione delle Nazioni Unite: ciascun membro sarà portatore delle proprie tradizioni, dei propri costumi, tutti ugualmente rispettati nel confronto universale. Se così fosse, potremmo suggerire, lo diceva il grande Gino Valle, ai giovani designer di scavare nella loro terra per trovare le giuste suggestioni progettuali. Come sarebbe bello! Ma è realistico? E, soprattutto, è vero? Nei casi migliori (alcuni abbiamo avuto modo di osservarli al SaloneSatellite) è vero solo nelle prime fasi della vita professionale del designer, quelle che ancora viaggiano nella dimensione della speranza e del sogno. Ecco allora giovani tedeschi, poeticamente razionalisti, e giovani giapponesi, poeticamente minimali, e giovani brasiliani, poeticamente riciclatori. Sebbene ponendo queste distinzioni si rischino già pericolosi “stereotipi nazionali”, non ce ne preoccupiamo perché comunque il discorso deve essere fermato a monte: nel progredire della vita professionale, infatti, l’uniformazione sarà, per quel tedesco, per quel giapponese, per quel brasiliano, una scelta necessaria. Unica alternativa: l’autoproduzione. L’industria del mobile, nella sua fascia “alto di gamma”, si muove in un circuito internazionale, essenzialmente basato sulle forniture contract, ove il linguaggio, per quanto sofisticato, deve essere universale. Ecco, dunque, che un certo divano (o tavolo o sedia) disegnato da un certo designer (alternativamente italiano, francese o olandese) verrà proposto identico a Dubai come a New York, a Tokio come a Shanghai o nella sperduta Islanda. Ciò comporta che quell’attività “di scavo”, nella propria terra e nel proprio cuore, che abbiamo suggerito come fonte primaria d’ispirazione, per forza di cose dovrà rimanere molto vicino alla crosta, sulla superficie: e alla fine i pezzi si assomiglieranno tutti. Eccola qui dunque quella “estetica global” che caratterizza i nostri anni e che, se non fosse addirittura scontato, potremmo rapidamente riassumere in forma di brief progettuale.

Ma non è ancora finita: un altro condizionamento contribuisce a rafforzare l’omologazione finale dei progetti. Si tratta della cosiddetta “sindrome dell’art direction”. Mi spiego: se un tempo i designer (pensiamo ad Aalto per la Finlandia, ai Castiglioni per l’Italia, agli Eames per gli USA) si impegnavano a disegnare dei pezzi (sovente dei capolavori): pezzi singoli che ciascun utente poi assemblava a suo gusto e piacimento, oggi i designer progettano “atmosfere” ovvero una “musica di fondo”, un “colore d’insieme” in cui poco importa che la gamba sia di betulla curvata (Aalto), la luce provenga da un faro d’automobile (i Castiglioni) o che per la scocca venga utilizzato il compensato curvato (gli Eames), è l’ensamble che deve funzionare e, soprattutto, deve vendere. Mi sorge allora un dubbio: come faranno i Musei del Design dell’anno 3000 d.C. a mostrare gli oggetti più belli del II millennio (il nostro)? Costruiranno forse stanze pittate di grigio topo o di rosa cipria piene di bassi divani ad angolo con tavolini di marmo pregiato, luci soffuse e magari qualche frangia? Fortunatamente non sarà un nostro problema, ma tocca invece a noi, oggi, ragionare sullo stato della creatività, senza voler stigmatizzare nessuno, ma, in parallelo, senza perdere la capacità di “vedere”. Compito per nulla facile quando si è bombardati di pubblicità, tutte uguali, di case pubblicate, tutte uguali, di prodotti, tutti uguali. Quando si arriva al punto che l’inserimento del “locale”, in questo panorama astutamente “globale”, viene letto come un’operazione “folkloristica”!

Cosa potrà salvarci? Senz’altro la cultura, ma questa risposta è valida per qualsiasi problema e quindi inutile. Invece, nello specifico progettuale, io direi la curiosità: una curiosità profonda verso gli altri, verso il loro modo di vivere, verso gli odori che portano con sé e i colori che ce li raccontano. Si può cominciare semplicemente così: essendo curiosi dell’altrui diversità.

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