06 marzo 2020

Psicologia (o psicopatologia) del colore

di Marco Romanelli

Rosso (per eccitarsi), verde (per calmarsi), bianco o nero (alternativamente per la vita o per la morte), giallo (come segnale), grigio (per non sbagliare), blu (nel blu dipinto di blu), rosa (non se ne può più).

«Se combiniamo giallo e azzurro, che consideriamo i primi e più semplici colori, si ottiene il colore che chiamiamo verde. In esso il nostro occhio trova un autentico appagamento” diceva Goethe e, forse ironicamente concludeva: “Perciò il verde è di solito prescelto per la tappezzeria delle stanze di soggiorno”.

Da sempre, ma tutt’altro che immutabile, è esistito un “codice colore”. Con regole ben precise, riconosciute e condivise dagli appartenenti a una casta, a un gruppo, a un territorio, a un tempo. Pensiamo al bianco e a tutta la statuaria classica o meglio ancora al Partenone, modello insuperabile, premessa al Palladio: peccato che bianco non fosse proprio per niente! Tanto scioccati sarebbero rimasti gli Ateniesi del V secolo nel trovarselo davanti impallidito com’è ora, quanto noi contemporanei probabilmente non faremmo code interminabili, nella calura più cocente, per scoprirlo stucchevolmente azzurro, rosa, verde o color terracotta.

Allo stesso modo a cosa potrebbero servirci, nella nostra Europa del Sud, le diverse parole con cui gli Inuit descrivono il colore della neve? Se possiamo arrivare a comprendere, con una certa facilità, che il bianco della neve nell’aria (qanik-) possa essere diverso dal bianco della neve per terra (aput-), più difficile sarà afferrare quel “bianco quasi bianco-neve, ma neve un po’ sporca, e sporca non di grigio, ma di marrone chiaro tendente al grigio”, come cita la Treccani, assai utile a individuare parti di terreno ghiacciate e quindi infide. Si consiglia pertanto, nelle prossime gite in Groenlandia, di portare con sé un codice Pantone, ovvero quello strumento, apparentemente (solo apparentemente) universale, inventato dall’industria per codificare i colori, ma in realtà standardizzante la visione del colore che, a livello di neuroscienze, rimane assolutamente individuale (e non sto parlando dei daltonici!).

Per capirci qualche cosa bisogna in realtà tornare alla teoria del colore di Goethe e alla sua “ruota cromatica”, elaborata nel 1810 (cui si ispira l’icona di Google che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi). Secondo Goethe che, come ben si sa, osò opporsi a Newton, rifiutando una teoria solo meccanicistica del colore, esistono sei colori complementari, cioè porpora-verde, giallo-viola, blu-arancione. Ma soprattutto Goethe fu il primo a insistere sul valore “sentimentale”, cioè soggettivo e storicamente determinato di certi colori. Valga per tutti l’esempio del porpora: “Il porpora contiene… tutti gli altri colori…L'azione di questo colore dona un'impressione tanto di gravità e dignità che di clemenza e grazia”, dice appunto Goethe e ben lo sapevano i re, gli imperatori, i tiranni, oggi i cardinali, ma è ancora così per i nostri figli? O piuttosto, non dovendo più trarre, come facevano i Fenici, questo nobile colore da un povero mollusco chiamato murice, per loro è semplicemente un colore “qualsiasi”, uno dei tanti? E, senza andare così lontano nel tempo, ma conservando i figli come giudici, se a qualcuno della generazione di mezzo dicessero “arancio auto-grill”, senza colpo ferire penseremmo a quel preciso tono di arancione (o di giallo) usato nelle toilette dei primi autogrill incontrati nei primi interminabili viaggi verso il mare, ma i figli? Le toilette degli autogrill da tempo ormai sono sempre beige! D’altronde se Tintoretto, in pieno XVI secolo, adorava il color carnemonia (un bruno ambrato tratto dalla polvere di mummia egizia, utile per dare risalto all’incarnato femminile), oggi nemmeno le stylist più sfinite oserebbero proporre un tinello color carnemoia (o forse ho parlato troppo presto?).

Insomma, il colore, in architettura, negli interni e nel design, è una cosa seria! In architettura, sebbene ci si pensi raramente, è il colore che costruisce (rende indimenticabili) le città. Marrakech: rossa, Siviglia: gialla, Genova: grigia, Mykonos: bianca (e blu), Burano: multicolor.

Che l’architettura moderna sia necessariamente bianca è, come si dice oggi, una fake news: pensiamo ai marmi colorati di Loos, alle cromie dell’Unité d’Habitation, all’incredibile palette di Barragan sotto la luce accecante del Messico. Il bianco è sovente il rifugio dei pavidi (diceva Sottsass, nel 1957: “tutto quello che il colore può dare alla vita della gente è come messo da parte”). Ma è vero anche il contrario, in interni soprattutto, e allora, se non siete Sir John Soane e non abitate al 13 di Lincoln’s Inn Field, fate attenzione a usare incautamente colori diversi in ogni stanza, dal rosso aranciato al giallo senape, con sala da pranzo verde marcio, come usa quest’anno, e un conseguente incarnato “marziano” per le vostre inconsapevoli ospiti! E nel design? “Oh, architetto, al colore ci pensiamo dopo!”: è quello che ci sentivamo dire, venti anni fa, dai produttori industriali. Oggi al contrario: “Architetto, mi faccia un bel divano rosa!”. Povero Goethe che arrivava a vedere che “il blu è un'oscurità indebolita dalla luce”. Ma di quale blu si trattava: blu egizio? blu cobalto? blu di Prussia? blu smalto? blu indaco? blu Klein? blu oltremare?

Progettare il colore vuol dire accettare di essere giudicati, mescolare in modo permanente soggettività e oggettività: ma, se è fatto con capacità e coscienza, significa anche lavorare per restituire alla quotidianità qualcosa di cui è stata espropriata: “Who’s afraid of Red, Yellow and Blue?”

1 Per chi volesse approfondire il tema si consiglia l’avvincente volume di Riccardo Falcinelli, Cromorama: come il colore ha cambiato il nostro sguardo, edito da Einaudi Stile libero, nel 2017

#colore, #architettura, #design