19 luglio 2019

Radici “interne” per il design italiano

di Marco Romanelli

Generazioni di critici, in particolare stranieri, si sono arrovellati alla ricerca del segreto del furniture design italiano. Perché un segreto doveva esserci, come avrebbe fatto altrimenti un paese (fortunatamente) sconfitto in una guerra lunga e dolorosa a diventare, nel giro di un decennio, leader indiscusso della disciplina?

E difatti un segreto c’era: il furniture design in Italia è nato adulto, è sbocciato all’improvviso, ma dopo una gestazione durata approssimativamente trent’anni. Trent’anni durante i quali gli architetti italiani (nessuno allora li avrebbe chiamati designer e, comunque, in assenza di un contraltare industriale, il termine sarebbe stato assolutamente scorretto) avevano fatto le “prove generali”, progettando “a partire dall’interno” o, quanto meno, considerando l’interno un problema di architettura (non stupitevi: si tratta di un’attitudine assai poco diffusa!). Mano mano che la società evolveva, mano mano che la rigida divisione in classi sociali si allentava sorgevano bisogni nuovi, accompagnati da nuovi sogni. Sogni che si chiamavano office e cucina all’americana, vita in terrazza e camere per i bambini. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, infatti, il mito architettonico borghese non è più il palazzo aristocratico, con la sua successione di saloni passanti, piuttosto l’appartamento. Nemmeno situato al “piano nobile” (figurarsi, il primo!), ma in alto, il più in alto possibile, all’attico: là dove una volta viveva la servitù. Tutto a un tratto inedite esigenze apparivano imprescindibili: il desiderio di vita all’aria aperta faceva disegnare edifici urbani con ampi balconi, da riempire di fiori, e faceva immaginare villini al mare e chalet in montagna (la Biennale di Monza se ne occupa espressamente nel 1930). Gio Ponti (guarda caso, in ogni storia che andiamo a raccontare, torna il suo nome) disegna per questa “nuova casa” una collezione di mobili, la chiama proprio Domus Nova e la vuole venduta in un Grande Magazzino (quella Rinascente che postulava la rinascita dell’Italia).

È già design?

In parte sì, ma solo in parte: l’esecuzione è, infatti, ancora totalmente artigianale, ma la vendita avviene a catalogo, lo stile è semplificato (per contenere i costi), la radica lascia il passo alle laccature (per la camera della signorina). Sottesa, si evidenzia chiaramente una logica di “sviluppo” che non vuole giocare la carta della “rivoluzione”, ma quella della modifica progressiva (solo così la buona borghesia potrà accettare il mondo nuovo). Quanto tempo, quali passi sarebbero stati necessari a completare, in modo indolore, il passaggio “dalle arti decorative al design” se non fosse scoppiata l’orrenda guerra di cui sopra. Nessuno può saperlo. Indiscutibile è, invece, la realtà dell’Italia nel 1945, con milioni di ricordi da cancellare e milioni di case da ricostruire, con le loro finestre, le loro scale, le loro ringhiere e poi pavimenti, cucine, elettrodomestici (i primi), e anche sedie, poltrone, credenze, armadi a muro, tavoli e scrivanie (quello che non era bruciato comunque puzzava di fumo: si voleva svoltare!). Ed eccola lì, la nostra squadra di architetti (Ponti, Albini, Gardella, Parisi, Frattini, Menghi, Gentili Tedeschi, Borsani, De Carli, Caccia Dominioni, Viganò, Zanuso, Magistretti, Mangiarotti): eccola pronta! Loro sapevano già come muoversi in questo mondo nuovo. Ed eccola lì, la squadra dei tappezzieri e dei falegnami d’anteguerra che, pur parlando ancora dialetto, stava per trasformarsi in industria e aveva coraggio e visione sufficienti per costruire quel mondo nuovo. Per gli uni e per gli altri, per gli architetti e per i produttori, si trattava semplicemente di razionalizzare conoscenze già sedimentate, si trattava semplicemente di standardizzare esigenze già analizzate.

La verità è dunque questa: sono state le case, sono stati gli interni, non certo il Politecnico, non certo l’Accademia, a insegnare agli architetti italiani come diventare designer. E di conseguenza, sempre grazie alle case, è nata l’industria italiana del mobile.

Da quel lontano momento in poi gli anni, tra la ricostruzione e il boom economico, tra l’invenzione della gomma piuma e quella della plastica, tra le grandi Triennali e la nascita del Salone del Mobile.Milano, sono volati via in un soffio. Il tutto enfatizzato da un tamburo martellante: le riviste. Le riviste italiane viaggiavano nel mondo quando il mondo era ancora sedentario. Arrivavano a New York ben prima dei bastimenti. E parlavano per immagini (non c’era bisogno di traduzione!). Arrivavano a Nord come a Sud, a Est come a Ovest. In una congiuntura incredibile, così ben “organizzata” che solo l’endemica non organizzazione italiana poteva ottenerla.

Rimane da sottolineare ulteriormente un concetto: come mai il design italiano che, come abbiamo visto, “nasceva da dentro” (“dalla pianta e dal cuore”, soleva dire Lisa Ponti), fu da subito pronto a invadere il mondo? Perché aveva già superato i riti di iniziazione, il battesimo del fuoco: era stato utilizzato da uomini e donne in case vere. Insomma, i mobili italiani erano nati maturi e, passatemi il neologismo, già “umanati”. Conseguentemente, un’altra domanda sorge spontanea: “La situazione è ancora questa? I mobili italiani nascono ancora “dalla pianta e dal cuore”? Nonostante tutto, nonostante le critiche (necessarie) al recente formalismo in interni, nonostante la deriva culturale seguita alla scomparsa dei Maestri, io credo che la risposta sia “sì”. Affermazione che non avrebbe alcun valore se a formularla fossi soltanto io. Questo “sì”, invece, ci giunge forte e chiaro da Nord e da Sud, da Est e da Ovest: ossia, dai popoli lontani che ogni giorno comprano un mobile italiano. Dobbiamo accontentarci di questo clamoroso successo? Assolutamente no! Per continuare a disegnare mobili unici al mondo dobbiamo tornare a disegnare case uniche al mondo. Case italiane capaci di vivere all’italiana, proiettando nel futuro una cultura antica e democratica. Case accoglienti. Case vere. E dobbiamo tornare a raccontarle, queste case, con le loro specificità di pianta e di contesto, nelle riviste, evitando i recenti stereotipi che hanno trasformato l’architettura degli interni italiana in una “natura morta”: senza dubbio elegante, ma appunto “morta”! Come negli anni ’30 si era partiti dagli interni per dare vita al design, ora si deve, proprio partendo dagli interni, riorganizzare una “resistenza” per il design: torniamo a utilizzate gli interni come campo di sperimentazione, come momento di tenuta, come situazione di ascolto dei nuovi comportamenti, dei nuovi modelli abitativi! Un’operazione che non si può fare, credetemi, negli show room dei mobilieri.

#design italiano, #design d'interni, #design d'arredo, #Salone del Mobile