24 giugno 2020

Sullo stile

di Marco Romanelli

Quand’è che le parole cominciano a perdere la loro pregnanza, trasformandosi in vuoti contenitori se non assumendo un’accezione negativa? Può succedere tutto d’un colpo (vi ricordate come, alla fine degli anni ’70, esausti, si smise di parlare di “verde”?) oppure può trattarsi di un processo lungo e complesso. Questo è stato il destino della parola stile. Parola antica, preziosa come una medaglia al valore: “lo stile dei Greci” contrapposto allo “stile dei Romani”, “lo stile di “mademoiselle Chanel” piuttosto che quello di “monsieur Dior”, “lo stile Lancia” in opposizione a quello “Alfa Romeo”.

Spiegava Gio Ponti, negli anni ’40, in una sua rivista molto amata intitolata, guarda caso, “Stile”, che i maestri (allora giovanissimi, ma Ponti aveva le antenne) per essere tali devono possedere un loro stile: “Stile di Gardella”, “Stile di Caccia”, “Stile di Mollino”, “Stile di Libera”. Lo stile era per Ponti un insieme di caratteristiche uniche e “qualificanti” che rendevano riconoscibile e differente l’approccio progettuale di ciascun architetto o designer. Ma, avvicinandoci a noi, avreste mai potuto scambiare un divano progettato da Mario Bellini (arrotondato, praticamente appoggiato a terra, generoso) con uno progettato da Vico Magistretti (più nervoso ed ergonomico, staccato da terra)? Avreste mai potuto scambiare una lampada dei fratelli Castiglioni (concettuale, “in punta di forchetta”) con una di Gae Aulenti (volumetrica, aggressiva)?

Un gioco di confronti che potremmo portare avanti a lungo, ma credo sia più importante chiedersi quando e perché queste identità forti, questi “stili” inequivocabili che caratterizzavano il design italiano siano andati spegnendosi.

Sono probabilmente il post-modern e i suoi guru a dare l’avvio a un design “fotocopiabile”: il massimo della fantasia (“la fantasia - diceva Italo Calvino - è un posto dove ci piove dentro”!), lo scollamento dalla funzione e dalle esigenze produttive fa sì che l’invocata libertà progettuale si trasformi rapidamente in omologazione: quanti emuli alla corte di Sottsass o di Mendini?

Al girar del vento, alla metà degli anni ’90, con il salvifico avvento del Minimalismo, purtroppo la tendenza non si inverte. I discorsi alti di Morrison, Kufus, van Severen sono troppo facilmente riproducibili e banalizzabili. Sebbene, per un occhio esperto, “gli originali” siano assolutamente incomparabili, il mondo si riempie, un’altra volta, di design “carta carbone” (o “copia e incolla”, se vogliamo essere più contemporanei). Seguiranno una pletora di tendenze (non vorrei più chiamarli “stili”): dal neo-moderno al neo-barocco, dal neo-decorativo al “fifties” fino allo stylism. Tendenze che rinnegano tutte, per default, ogni processo identitario.

In questo mondo “nuovo” le aziende si troveranno in fondo a loro agio: non si disegnano più pezzi, ma collezioni (vendibili con meno sforzo, come le ciliegie: una tira l’altra). Conseguentemente la massima parte dei designer italiani, lo abbiamo detto tante volte, si trasforma in art director e lo stile sfuma in colori e dettagli, dimenticando il concetto di identità. Mentre le forme vengono shakerate in un enorme frullatore omogeneizzante, il termine stile, in un mondo che per assurdo fa solo dello “stile”, perde il suo significato primigenio e viene inteso in senso dispregiativo. Parzialmente diversa la situazione all'estero ove, in assenza sostanziale di un'industria produttiva, gli “stili dei designer” rimangono più riconoscibili, ma spesso si tratta di pura ricerca, senza alcuna incidenza sul mercato. Come reagire? Appare sempre più necessario stilare un “manifesto dello stile”, aprire, con forza ed evidenza, una “guerra dello stile”. E, se non vorranno farlo i designer (oggi troppo deboli dal punto di vista “politico”), perché non passare l’onere alle aziende, per un salutare movimento di ri-brendizzazione stilistica?

#design, #stile, #tendenze