25 settembre 2019

La cultura progettuale milanese: racconti di vita dalla Fondazione Achille Castiglioni
Achille Castiglioni: la città

“Da vecchio milanese so che questa città, pur con tutte le sue contraddizioni, è un ambito in cui è possibile lavorare con piacere con spirito internazionale.
Ecco: vorrei che le trasformazioni in corso facessero di Milano una città dove per molto tempo ancora, per tutti quelli che ci vivono e per i molti che ci arrivano da altri luoghi, sia possibile continuare a lavorare con piacere in uno spirito internazionale”.

Achille Castiglioni, 1987

Ricostruzione della Permanente

Progetto: Arch. Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Luigi Fratino
Calcoli statici: Ing. Mario Cavallè
1952-53

“Il complesso è costituito di una parte che si sviluppa orizzontalmente su tutta l’aerea, destinata alle sale di mostra della Società Belle Arti di Milano, e di una parte a sviluppo – piani tredici – destinata ad uffici.

La prima, distrutta dalla guerra, è stata ricostruita conservando alcune strutture preesistenti, mentre la seconda è stata sovrapposta al vecchio organismo.

Netta indipendenza tra i due organismi. Una galleria, laterale alle sale di mostra, collega gli ascensori della torre, che partono dal piano terreno. Il palazzetto che si affaccia sulla strada, edificato nel 1886 su progetto di Luca Beltrami, rimasto per decenni emblema della Società per Esposizioni. Risparmiato dalle distruzioni del 1943, contiene oggi i tre distinti ingressi alle sale di mostra al centro, ai magazzini delle opere a sinistra e agli uffici della torre a destra”.

[…]

“… mi ha sollecitato alcune riflessioni su quei progetti architettonici realizzati negli anni dell’immediato dopoguerra, quando si è tentato in buona fede di salvare dalla speculazione (selvaggia) quei fatti architettonici che si erano consolidati all’interno della città, ma purtroppo semi-distrutti dagli eventi bellici”.

Il caso della “Permanente” di Milano […] il cui palazzo sociale, costruito nel 1886 su progetto di Luca Beltrami, era rimasto leggermente sinistrato nel corpo di facciata sulla via Turati, ma completamente distrutto nella parte interna destinata a sale per esposizioni; va annoverato fra quei tipici esempi dove è stato possibile ricostruire la Sede di questo Ente a condizione di cedere la realizzazione di un edificio sviluppato in altezza in proprietà e ad uso privato.

Se la Permanente non fosse stata costretta per mancanza di intervento pubblico ad accettare la risoluzione privatistica questa operazione avrebbe avuto per la città ben altro valore e l’edificio verticale non sarebbe stato progettato come una realtà quasi a sè stante.

Il componente principale di progettazione per la costruzione in verticale sarebbe stato finalizzato ad attività legate all’Ente Permanente […] realizzando un complesso architettonico unitario non solo strutturalmente, ma anche integralmente al servizio di una comunità che avrebbe trovato sviluppati in un unico punto tutte le funzioni relative a quello specifico problema.

[…] Questa soluzione avrebbe avuto come risultato “il grattacielo della Permanente”, complesso edilizio finalizzato a un solo scopo determinando nella città un tipico simbolo di pubblicizzazione e punto di riferimento di una particolare attività culturale”.

A. e P.G. Castiglioni

Per realizzare il complesso vengono impiegati materiali e tecnologie avanzate, come i pannelli radianti con raffrescamento estivo e il servizio di posta pneumatica, che mette in comunicazione gli atrii di disimpegno degli uffici, ai vari piani, con la guardiola del custode. Si legge in “Domus” 253 dell’agosto 1953 (che gli dedica la copertina): “questa architettura ad elementi esclusivamente rettilinei e paralleli, e ripetuti, è un’architettura “non chiusa” […] essa è – come è il caso delle moderne grandi costruzioni verticali – una architettura “interrotta”, un bel momento […] la gronda arresta bruscamente il movimento all’insù. Per trovare piacere, e ritrovare interesse, il nostro occhio deve ritornare sullo svolgimento della facciata, come se l’interruzione in alto fosse un fatto meccanico ed estraneo all’architettura, accidentale”.

da Sergio Polato, Achille Castiglioni, Electa

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