La cultura progettuale milanese: racconti di vita dalla Fondazione Franco Albini

31 luglio 2019

Franco Albini: la città

“L’architettura è come la coscienza. Alla base dell’architettura c’è sempre un problema morale”.
Franco Albini, 1954

Franco Albini dedica particolare attenzione al tema dell’edilizia residenziale popolare, in particolare con la sperimentazione nel corpo della città di Milano dei principi e degli obiettivi maturati nelle ricerche del razionalismo europeo.
Questa ricerca costituisce una fase significativa nella produzione di Albini, anche perché svolta in gruppi che divenivano laboratori di studio di quello che si sarebbe voluto fare della città.
Era il gruppo di architetti che gravitavano intorno a Persico e Pagano e alla rivista “Casabella”.

“Per Albini si tratta di un tema d’obbligo (nota Cesare De Seta), in quanto queste architetture farebbero parte di un mondo che egli accetta per dovere d’ufficio come se la sua fosse un’adesione morale a una battaglia a cui partecipa perché non si possono tradire gli impegni più gravosi della professione e per la sua condivisione delle posizioni di Pagano” (Matilde Baffa, La casa e la città razionalista in “Zero Gravity. Franco Albini. Costruire le modernità”, La Triennale di Milano e Electa SpA, Milano 2006).

Sono anni di grandi esperienze ma anche di profondi disincanti.
La produzione architettonica di edilizia popolare del periodo anteguerra di Albini si muove tra riferimenti a una cultura europea ancora esterna rispetto al clima dominante e la rigorosa messa a punto di schemi tipologici che seguono precise regole distributive e aggregative.
La specificità, invece, del suo contributo in questo campo nel dopoguerra consente di individuare una nuova e precisa posizione nei confronti del problema progettuale, una vera e propria “sfida”.

Quartiere "Gabriele D'Annunzio", 1939

“Architetti costretti a risolvere la loro architettura entro le strettoie di una rigida economia e senza quell’aiuto che la poesia necessaria e indispensabile del verde avrebbe potuto dare... i progettisti hanno dovuto sottostare a non indifferenti norme tecniche stabilite per le case popolari italiane sia per quanto si riferisce alle dimensioni delle finestre, l’altezza e il numero dei piani, il tipo dei balconi, dei davanzali, ecc. Ciò può spiegare in gran parte il tono minore assunto da queste case e la loro aria di burocratica povertà in confronto a quelle precedenti”. […]

“Abbiamo già visto … il quartiere Fabio Filzi progettato dallo stesso gruppo di architetti per lo stesso Istituto. In questi due quartieri (E. Ponti e G. D’Annunzio) il problema è stato impostato e risolto in maniera analoga, accontentandosi cioè di una semplice e razionale lottizzazione per case di abitazione a quattro e a cinque piani fuori terra, escludendo una organizzazione più completa come è stato progettato per altri quartieri futuri di Milano”.

G. Pagano, Due quartieri popolari a Milano, in “Costruzioni Casabella”, 178, ottobre 1942

Il progetto del quartiere è un esempio di adattamento degli impianti urbani secondo l’asse eliotermico al condizionamento di tracciati rigidamente prefissati. Questo avviene scalando la lunghezza dei corpi di fabbrica. Fa parte di quegli interventi realizzati in pieno periodo bellico, dove i ricoveri antiaerei erano previsti nei sotterranei degli edifici già in sede di progetto. In particolare viene adottato per alcuni di questi edifici, a seguito dell’accentuata scarsità del ferro, un tipo di ricovero che ne esclude l’impiego.

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