17 giugno 2020

Due gradi di separazione

di Marco Romanelli

Dovevano essere ben piene di spifferi le case del XIX secolo se rapidamente andarono popolandosi di para-venti. Che poi si trattasse solo del vento pudico della morale appare, a posteriori, abbastanza evidente. I prammatici (e ben più moralisti) inglesi si limitarono alla parola “screen”. E così screens o paraventi o paravents comparvero negli interni borghesi (ma anche, per assurdo, nei bordelli fin-de-siècle) a celare svestizioni più o meno pudibonde (per questo furono denominati anche “separé”). Separatori degli spazi, bisogna ammetterlo, piuttosto virtuali: a volte pieghevoli, spesso costruiti da un telaio di legno (o in tubolare di metallo), dotati di ante articolabili, solitamente risolte con tessuto o tessuto e imbottitura. Tipologicamente il paravento parte dalla citazione degli antichi manufatti giapponesi ove la modulazione delle ante dipinte non interrompeva l’unicità dell’immagine, al contrario Thonet proporrà un puro ghirighoro nel vuoto: tanto bello quanto funzionalmente inutile. Impossibile poi non citare i capolavori modernisti di Eileen Gray (in preziose lacche a volte figurate) e di Alvar Aalto (arrotolabile, ancora in produzione per Artek). Impossibile non citare gli intramontabili Eames (oggi da Vitra), ma anche il paravento, molto meno conosciuto, disegnato dal tedesco Egon Eiermann nel 1968, ma entrato in produzione, per Richard Lampert, solo nel 2010.

Il design storico italiano frequenterà meno la tipologia del paravento preferendo a essa, come separatori dello spazio, più funzionali sistemi “cielo-terra” di librerie: la più celebre, Franco Albini per Poggi, ora in catalogo Cassina. Nobili eccezioni: nel 1986 “Servento”, in acciaio verniciato e panno di lana, parte della famiglia “I Servi” di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Zanotta; nel 1989 “Spifferro” di Bruno Munari per Zanotta, intelligente declinazione delle sue “sculture da viaggio”, e, nel 1992, “Cartoons” di Luigi Baroli per Baleri Italia, giustamente Compasso d’Oro nel 1994.

E oggi? Circola sui social un aneddoto in forma di haiku (cfr. Odo Fioravanti) che dice “Designer non ha paravento in sua casa. Non conosce nessuno che ha paravento. Mai vista casa con paravento. Designer pensa paravento… Designer produce paravento. Designer lamenta che nessuno compra paravento”. Forse però qualcosa è recentemente cambiato? In questo mondo pandemico o post-pandemico, ove le distanze sono improvvisamente diventate un valore, allo stesso modo in cui si stanno ripensando le planimetrie delle case e degli uffici, rinunciando rispettivamente ai concetti di loft e di open space, appaiono improvvisamente preziose strutture capaci di “zonizzare” la superficie abitativa. Ferma restando la tipologia, paravento o screen o room divider che sia, varie sono le strade percorse dai designer.

Materiali facilmente igienizzabili, ma comunque permeabili dalla luce, come il vetro, appaiono particolarmente interessanti: paradigmatico il bellissimo “Rayures” di Ronan ed Erwan Bouroullec per Glas Italia (per la stessa azienda merita guardare anche lo specchiato “Prism Partition” di Tokujin Yoshioka). Utilizzabile, invece, in esterni il grande “gufo” (“Anacleto”) di Angeletti Ruzza per da a: lastra metallica tagliata a laser che espressamente cita i cartoni animati dell’infanzia.

Diversa è la direttrice percorsa da chi usa la superficie articolata del paravento per trasportare l’arte dai muri delle case al centro dello spazio: Julia Dosza cita il costruttivismo russo in “Kasimir” per Colé. L’impareggiabile Calder viene invece ricordato da GamFratesi, per Cappellini, con “Balance” (dissuasore virtuale di prossimità). Konstantin Grcic propone a Cassina, con “Props-furniture”, il salto mortale di un oggetto “inclassificabile” (basso divisorio freestanding in metallo nero), ma sicuramente “separatore” e, oggi, visionariamente anticipatore. Al contrario asciutto e funzionale “Shade” di Marco Zito, per Saba Italia.

Un riferimento a sé costituisce “Algues” dei fratelli Bouroullec per Vitra, invenzione che ha dato l’abbrivio a una vasta serie di citazioni, anche “d’autore”. Si tratta di un piccolo modulo plastico fitoforme (un’“alga”) che, combinato, crea grandi “tende” sospese al centro dello spazio.

Infine, per ora maggiormente utilizzati negli spazi di lavoro, troviamo quei progetti che abbinano la funzione di schermo separatore a quella di fono-assorbenza. Paradigmatico in questo senso il lavoro di Raffaella Mangiarotti per IOC: a partire da sedute a schienale altissimo (“Ghisolfa”) la designer giunge a costruire muri interamente imbottiti (“Monforte”). Ma possiamo ricordare anche “Island” di Francesco Bettoni per Citterio o “Paravan” di Lievore Alther per Arper. Il problema dell’inquinamento acustico negli uffici precede indubbiamente la tematica relativa alla “distanze sociali” nel mondo Covid-19, ma appare comunque ormai interconnessa a quest’ultima. Ecco, allora, la foresta di colonne “Soundsticks” di Andrea Ruggiero per Offecct oppure l’articolata operazione “Snowsound” di Caimi Brevetti. Sfrutta, invece, la leggerezza dell’alluminio il paravento “Layout” progettato da Michele De Lucchi per Alias.

Nella babele disarticolata di teorie che si sono susseguite nei primi mesi del 2020, prima fra tutte l’ipotesi, da molti supportata, “di un nuovo inizio” post-pandemia, possiamo suggerire invece che, a ben pensarci, il buon design e la buona architettura degli interni hanno da sempre considerato il bisogno di privacy e la necessità di articolare gli spazi; hanno da sempre dimostrato quella capacità di disegno “in punta di penna” che ci fa distinguere un prodotto destinato a durare da uno alla moda, un interno destinato a essere vissuto a lungo e felicemente da uno costruito solo per stupire. Molti dei progetti che abbiamo sopra citato, precedenti cronologicamente il diffondersi del virus, lo stanno a dimostrare.

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