28 ottobre 2019

Adam Nathaniel Furman

Intellettuale e ironico, eclettico e poliedrico, vivace e spavaldo, Adam Nathaniel Furman è un giovane designer d’interni, architetto, scrittore e regista. Londoner di nascita, con padre argentino e mamma per metà giapponese e per metà israeliana, saltella da una cultura all'altra molto facilmente, plasmando un universo irriverente fatto di mille forme e colori: un inno alla libertà prima di tutto, dove sacro e profano, presente e passato, collassano in un unico gesto di possibilità raggiungendo di un nuovo tipo di libertà estetica. Il suo design è accessibile, di solito seducente, spesso sfacciato, sempre appassionato e trae ispirazione dal tema (molto londinese) della queerness. Colore e decór, corollari di un ben preciso progetto politico-estetico, sono i protagonisti dei suoi oggetti, dei suoi spazi e delle sue installazioni, tutti espressione delle tante culture e dei tanti saperi, fluidi e diasporici, in cui è stato immerso fin da bambino. Così, i suoi progetti, facilmente riconoscibili, si contraddistinguono per le palette e le grafiche psichedeliche, attingono dal passato (nell’idea, nelle forme e nel significato) per diventare elementi totemici del presente ed essere fonte di riflessione sul futuro e per il futuro. E sono, soprattutto, messaggeri di gioia (insolente), piacere (sensuale), energia (critica). Come designer, Adam ha una missione: combattere, attraverso la pratica del progetto, perché il mondo diventi come lo vorrebbe − libero, aperto, bello, traboccante d’amore, condiviso, intellettuale e, francamente, godibile.

Insegante alla Central St Martins University of the Arts di Londra, Adam Nathaniel Furman si occupa di ricerca nel campo dell’urbanistica e dell’architettura. Tra le numerose riconoscenze, vanta il prestigioso Premio del Regno Unito a Roma per l’Architettura nel 2014, ed è stato definito da Rowan Moore, critico di Architettura dell’Observer, una delle stelle nascenti nel campo del design.

In occasione della Milano Design Week 2019, la galleria milanese Camp Design Gallery ha presentato la sua collezione The Royal Family realizzata in collaborazione con Abet Laminati. Nella stessa settimana, Historical Promiscuities era il titolo della sua personale curata da Luca Molinari nello studio di Vudafieri Saverino Partners in collaborazione con Bitossi Ceramiche.

Tu sei “londinese”, tuo padre è argentino e tua madre per metà giapponese e per l’altra israeliana. Questo bagaglio culturale influenza il tuo modo di progettare?
Inevitabilmente sì, nel senso che sono estremamente aperto a, e anzi in realtà cerco attivamente, opportunità per poter mixare influenze, culture e stili. Crescere in una zona indefinita tra il non appartenere e il forte desiderio di appartenenza, ma a diversi luoghi e affiliazioni nello stesso tempo, a nessuno dei quali potrai mai appartenere completamente, ma ognuno dei quali ami con passione, è un punto di vista che non ti lascia mai, e ancora oggi intreccio con tenerezza le influenze più varie provenienti da molteplici luoghi e tempi, creando miei nuovi contesti, forme e ornamenti, che rispecchiano la ricca e produttiva esposizione ibrida che ho sperimentato crescendo.

Intellettuale, ironico, fuori dagli schemi, audace e vivace: questo è il tuo design. Cos’abbiamo dimenticato?
Haha, grazie! Recentemente mi è stato chiesto come riassumerei il mio stile, e ho detto che è l’incarnazione di una sorta di "felicità di chi se ne fotte", e che probabilmente è molto calzante, nel senso che mi è stato sempre detto per tutta la mia carriera che quello che faccio è sbagliato, errato, inappropriato, non alla moda, non desiderabile, stupido, e questo non ha fatto che rendermi sempre più ribelle, più diretto, e direi più orgoglioso. Cerco di proiettare una sorta di gioia arrabbiata, un senso di piacere e godimento sensuale insolente che è emerso ricco di un’energia senza confini da un luogo di separazione e indifferenza.

Hai scritto un libro sul Postmodernismo — Revisiting Postmodernism — e, nel contempo, sei a capo di un’associazione per la celebrazione dell’architettura classica e moderna. Per quale stile batte il tuo cuore? O quale arte ti è più vicina?
Come spiego nel libro, il mio interesse non era il periodo come stile, ma come spirito d’esplorazione aperta in cui l’estetica del design ha assunto molteplici significati e ha tentato di esprimere e rappresentare la complessità della condizione contemporanea attraverso la cultura visiva, qualcosa che è stato escluso dal design ormai da molti anni, cosa che trovo scioccante in un’era in cui l’identità è uno degli argomenti più importanti e controversi del mondo, eppure il design non se ne occupa in alcun modo. Così, il periodo Postmoderno era d’interesse storico per me per i problemi che affrontava attraverso il design, non per le righe bianche e nere o i motivi sinuosi, che sono solamente uno tra una miriade di esiti formali dell’epoca. Classicismo e Modernismo sono interessanti per ragioni simili, nel senso che sono interessato alle storie alternative di entrambi i movimenti, il lato queer del Classicismo e il lato queer del Modernismo, entrambi costantemente presenti dall’esordio di entrambi i linguaggi (almeno nell’era moderna, post-rinascimentale). Entrambi erano linguaggi universali di egemonia del maschio bianco occidentale, tuttavia vennero regolarmente registrati e trasformati in modi estremamente interessanti e sovversivi, facendo diventare il mainstream un mezzo per chi viveva in modo diverso di nascondersi, disegnare e operare alla luce del sole. Da Winckelman a Barragan. Dunque, il mio interesse in Postmodernismo e Classicismo e Modernità è specificatamente orientato verso un interesse in come le identità alternative possano trovare modi di manifestarsi nella sfera pubblica, in un dialogo con le culture di gusto mainstream.

In che modo la storia influenza la tua arte? Puoi condividere con noi il concetto alla base di Historical Promiscuities, la tua mostra curata da Luca Molinari, con il contributo di e negli studi di Vudafieri Saverino Partners?
La storia è importantissima per me ma, ancora una volta, si tratta di prendere narrative storiche accettate e stravolgerle, mischiandole e distorcendole e rielaborandole perché rivelino come la storia non sia una cronologia fissa, ma qualcosa su cui discutere, e sempre causa di disaccordi, con vincitori e perdenti, e quelli che sono stati dimenticati e dovrebbero essere resuscitati. Oggi, c’è un bellissimo movimento per ridare dignità e riportare alla cronaca molti artisti, designer e architetti donne, che sono state sistematicamente ignorate. Allo stesso modo ci sono nuovi modi di interpretare designer e architetti già celebri, inseriti in scomode caselle da rigide interpretazioni di storici moderni, liberandoli per mostrarli attraverso aspetti molto più interessanti ed empatici. Sono profondamente immerso nella storia, ma in ogni progetto cerco sempre di reinterpretarla in modi nuovi e vivificanti, che possano gettare nuova luce su forme del passato riportandole nel presente, mixandole e trasformandole e raccontandole in maniera più fresca.

E l’idea alla base di Roman Singularity?
Segue molto da vicino le stesse linee, è la versione contemporanea di un designer nel "grand tour", re-immaginando Roma e il suo presente, il suo passato e il suo potenziale futuro attraverso gli occhi di un colorato visitatore del XXI secolo che scava in profondità nelle storie e mitologie del luogo, ma non accetta alcuna delle interpretazioni codificate, né di precedenti visitatori stranieri, né dei trattati accademici calcificati della città stessa. Lo scopo era mettere Roma in un caleidoscopico frullatore di piacere cosmopolita.

Cos’è per te il colore? Una metafora? Un simbolo? O cos’altro?
Sono sempre stato molto interessato all’uso del colore, per gli ultimi otto anni ho anche co-diretto un gruppo di ricerca all’Architectural Association su un progetto intitolato Saturated Space http://www.saturatedspace.org/ (abbiamo tenuto nove seminari e pubblicato numerosi testi accademici) che ha aiutato a portare più attenzione sull’argomento nel mondo accademico. La mia passione è l’estetica, la cultura visiva in relazione al design; e il colore, il suo uso e distribuzione, probabilmente è il modo più forte e fondamentale con cui un designer possa creare reazioni immediate e forti in utenti, occupanti e osservatori. È sempre usato, ma viene costantemente sospettato di essere "infantile" o "superficiale", tanto che chi ne utilizza la potenza con grande abilità viene spesso liquidato come designer poco serio, mentre al contrario chi lo evita meticolosamente viene spesso percepito come serio – anche se si tratta di persone superficiali e più attente alle mode.

Qual è il tuo rapporto con forma e funzione?
Una sciocca, falsa opposizione. In ogni caso, per un figlio di immigrati per cui la funzione più importante degli oggetti era il loro valore simbolico − il modo in cui erano portatori di ricordi di case lasciate e amici abbandonati, il modo in cui portavano il peso di ancorare una famiglia in un posto nuovo con un senso di appartenenza e condividevano significato e storia, il modo in cui ci rappresentavano in un luogo dove non eravamo rappresentati − come avrei potuto accettare definizioni di funzione così stupide e chiuse come quelle descritte nei libri di testo modernisti? Sentivo che la totalità della mia identità e dei miei interessi nel design veniva cancellata dai loro dogmi riduttivi. Forma e funzione vanno assieme, ma per me funzione è “uso” in un senso molto più ampio di una sedia che semplicemente ci regge 45cm sopra il suolo: dovrebbe anche incarnare valori e idee e identità e gioia e tristezza come parte della sua funzione...

Hai mai visitato il Salone del Mobile.Milano e il SaloneSatellite?
Certo che sì! Spero in futuro di esserne attivamente coinvolto. Ho sempre voluto lavorare con brand italiani, ma finora non ho avuto fortuna. Sto aspettando.

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