15 gennaio 2020

Charles Kaisin

Architetto e designer creativo e di talento, Charles Kaisin è anche artista versatile ed eccentrico. Classe 1972, Charles si diploma in architettura (Istituto Saint-Luc di Bruxelles) e studia design al Royal College of Art di Londra sotto la guida di Ron Arad. Dopo due stage presso lo studio di Jean Nouvel a Parigi e con Tony Cragg nel 1997 in Germania, nel 2000 prende parte a un programma di scambio con l'Università per le Arti di Kyoto durante il quale conduce ricerche sul tema della sostenibilità e dei nuovi materiali.

Uno dei suoi temi preferiti è proprio il riciclo a cui si affiancano geometria e movimento. Il suo design – pulito e decisamente contemporaneo – nasce da una profonda ricerca sulle forme, sulle tecniche e sui materiali in grado di supportare l’idea alla base di ogni pezzo. Grande è l’abilità nel conferire alla materia qualità particolari, garantendo così all’oggetto non solo una flessibilità di utilizzo ma anche un’indiscutibile originalità.

Accanto alla progettazione di oggetti e all’insegnamento presso l’Istituto Saint-Luc di Bruxelles (tiene il Master in Design), Kaisin si occupa di interior, architettura e scenografia. Ha progettato gli uffici a Parigi del Louvre Abu Dhabi, sua è un’intera ala del MAC’s (Museum of Contemporary Art Grand-Hornu in Belgio) e ha perfino ideato cioccolatini per Pierre Marcolini.

Collabora con brand del calibro di Hermès, Cartier, Rolls-Royce, Delvaux, Roederer, Ice-Watch, Vange, Royal Boch e Val-Saint-Lambert, molti dei quali lo vogliono al timone anche dei loro happening internazionali. E già, perché le sue Surrealist Dinners, nate per caso una decina di anni fa, sono oggi internazionalmente celebri. Di cosa si tratta? Di ricevimenti stravaganti e immaginativi che sembrano prendere vita direttamente dalle pagine di Alice nel Paese delle Meraviglie. Tutto inizia con un tema (amore, follia, gioco, natura) che viene meticolosamente portato alla vita e legato ai valori del brand o della persona a cui è dedicata la cena. Il fine è evocare un mondo fatto di sogno ed emozione, poesia e stupore. E il limite è solo il cielo (o forse nemmeno quello se il committente è Cartier o Hermès).

Cosa ti ha portato a studiare design e architettura, qual è stata la tua prima sfida progettuale e cosa significa il design per te al giorno d’oggi?
Ho studiato design e architettura perché era il modo migliore per collegare la struttura all’arte. L’architettura è il collegamento tra l’arte e tutte le altre discipline, come la paesaggistica, l’interior design, il product design, il retail e il fashion design. Era un modo per strutturare la mente e creare una vera connessione tra il razionale e qualcosa di più artistico ma con delle radici. Penso sia una base formativa molto interessante perché dà spunti creativi, razionali e progettuali.
Dopo aver frequentato architettura a Bruxelles, ho studiato design al Saint Martins e successivamente al Royal College of Art di Londra con Ron Arad, insieme a studenti di diversa nazionalità, cultura, background e istruzione. Per il Master, bisognava produrre qualcosa che ci stesse davvero a cuore, quindi ho lavorato su due temi, uno legato al riciclo e l’altro al movimento e al moto degli oggetti. Ho creato una panchina estensibile e una borsa espandibile. Mi è piaciuto studiare a Londra, è una città emozionante, internazionale e di grande ispirazione.

Qual è stata la tua prima sfida progettuale?
La mia prima sfida progettuale al Royal College è stata quella di terminare un progetto in una settimana. Ho creato un materiale nuovo da sacchetti di plastica riciclati che ho chiamato “tingolingo”. 20 anni fa, quando l’idea di riciclare e creare cose dai sacchetti di plastica era davvero nuova e innovativa! Così per creare un nuovo materiale ho compresso e fuso insieme i sacchetti con un semplice ferro da stiro e poi con la plastica riciclata ho realizzato una borsa – da una busta a una borsa. È stato un progetto molto emozionante perché l’ho portato a termine da solo con un vero processo low-tech. Poi, ho provato altri processi ed è stato estremamente interessante, ho imparato molto in una settimana, mantenendo il focus sulla ricerca. Per me, infatti, è importante non solo avere un’idea, ma inventare qualcosa di reale e di concreto, che abbia un potenziale. Trovare una soluzione.

Hai studiato con Ron Arad a Londra, hai lavorato con Jean Nouvel a Parigi e con Tony Cragg in Germania. Cos’ha significato per te incontrare questi maestri? Quanto hanno influenzato l’identità e l’originalità del tuo approccio creativo?
Penso che se fossi nato nel XVI o nel XVII secolo avrei studiato con un maestro come Breugel perché all’epoca erano molto in voga gli studi d’arte di famiglia. Nel XIX secolo, avrei scelto Rodin per poter lavorare con i materiali, oppure sarei andato a Londra da Henry Moore.
Durante il mio tirocinio con Tony Cragg in Germania nel 1996-1997 è stato molto interessante imparare a conoscere e a lavorare con una moltitudine di materiali diversi, tra cui fibra di vetro, ottone, plastica e legno, alcuni molto innovativi e altri più semplici. In generale, ho dovuto comprendere i processi creativi di questi grandi maestri e sfidare me stesso, osservando e ponendo tantissime domande, creando prototipi per loro che sono tutti dei veri geni: Tony Cragg è un artista incredibile, Jean Nouvel un magnifico architetto, così come Ron Arad. Tutti loro avevano una notevole lungimiranza ed è stato interessante lavorare a stretto contatto con persone così brillanti. Lungimiranza, innovazione e originalità sono essenziali. E bisogna sempre sfidare se stessi. Sono state esperienze veramente interessanti ma dure perché mi pagavo da solo la retta scolastica lavorando tutte le sere della settimana, 7 giorni su 7. Avevo una grande forza di volontà. Dopo 20 anni, posso dire che è stato tutto davvero avvincente, una vera soddisfazione.

Tratti numerose questioni, quali sostenibilità, riciclo, geometria e movimento: da dove viene questo interesse e in che modo questi elementi caratterizzano le tue opere?
Partiamo dal movimento. Per potermi concentrare ho bisogno di muovermi, quindi quando parlo cammino. È da qui che è nata l’idea del moto. Amo interagire con un oggetto e, per farlo, occorre creare movimento, qualcosa di estensibile e di particolare tra l’oggetto e il cliente. L’idea del riciclo è nata, invece, dall’osservazione. Produciamo un sacco di cose, ma qual è lo scopo di tutti questi oggetti e di tutto questo packaging? Qualcosa mi ha colpito nel riciclo e nel riuso, così cerco di utilizzare questo concetto come punto di partenza. Amo l’idea di creare oggetti low-tech. Ora sono più impegnato perché mi occupo molto di scenografia, che è un’altra bella sfida, ma continuo a progettare oggetti e mi piace valorizzare l’idea dell’artigianalità. Ogni cosa porta in sé l’impronta della mano, amo questo aspetto, la percezione della sensibilità della relazione tra la persona, la produttività e il processo artigianale.

Hai affermato di spaziare con grande facilità tra design, architettura e scenografia. Qual è il filo conduttore, la caratteristica distintiva che accomuna il tuo lavoro in tutti questi ambiti così diversi?
Prima di frequentare architettura ho studiato musica: pianoforte, organo e violoncello. La musica era una sorta di costante compagna di vita quando ero studente. Era anche un modo per evadere dai miei studi, un po’ come una bibbia o qualcosa di spirituale, ma non di religioso, più filosofico. Adoro anche l’opera, sono stato a concerti in tutto il mondo. Successivamente ho studiato architettura in relazione allo spazio. Quindi, ho aggiunto uno strato all’altro: l’architettura, l’interior design, il movimento, la musica, l’“art de la table” – fare qualcosa di innovativo con tovaglie e stoviglie, con il modo in cui si organizza una cena; amo anche condividere l’esperienza, facendo diventare il tutto una vera performance di design, una Surrealist Dinner. Progettiamo tutto il necessario per queste cene – costumi, bicchieri, piatti – e creiamo tante cose diverse. Realizziamo progetti su misura per le aziende, cercando di creare qualcosa di unico, personalizzato, per valorizzare un’idea e il valore del brand.

Come e dove nascono le Surrealist Dinners?
Dieci anni fa, quando ero a Parigi e lavoravo per Jean Nouvel, vivevo con Xavier Guerrand-Hermès; in realtà, pensavo di restare solo per qualche giorno ma alla fine restai per due mesi. Lavoravo tanto e non avevo molto tempo per la vita sociale, a parte vedere Xavier e pochi altri. Per ringraziarli, ho realizzato il mio primo progetto e non avrei mai immaginato che avrebbe avuto così tanto successo. Hermès mi ha chiesto subito di sviluppare un evento aziendale, poi Rolls Royce, Cartier, Piaget, Roederer Champagne, oltre a numerosi privati, collezionisti d’arte e musei come il Pompidou. Lavoriamo a livello globale; quest’anno, abbiamo organizzato più di 20 cene in oltre 10 Paesi, lavorando con un team veramente internazionale: è una grande sfida!

Ultima domanda, ma non meno importante, sei mai stato al Salone del Mobile.Milano?
Sì, ci sono stato qualche anno fa. Ho lavorato a un progetto importante per l’Assab One Foundation, un’organizzazione no-profit fondata da Elena Quarestani con sede in una ex stamperia di libri e cataloghi d’arte. Ho anche organizzato una grande cena: un’esperienza estremamente interessante e costosa. In Belgio, facevo tutto da solo e all’inizio non è sempre facile, richiede molta energia, lavoro e denaro. Ora sono organizzato e quando mi chiedono di realizzare una cena, anche se è per 10, 20, 200 persone, non è più un processo lungo come quando mi occupo di creare un prodotto per una grande azienda che richiede davvero tanto tempo ed energia. Continuo però a farlo. Ad esempio, l’anno scorso ho lavorato a un progetto per la San Pellegrino. Ho creato bicchieri e posate, oltre ad alcuni piatti e contenitori, tutti prodotti da Serax in Belgio.

www.charleskaisin.com/

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