19 novembre 2020

EN-ZO MA-RI EN-ZO MA-RI EN-ZO MA-RI

di Marco Romanelli

Enzo Mari: due sillabe per il nome, due sillabe per il cognome. Che ci sia qualcosa di inconsapevolmente speciale legato a questo nome così timbrico, così secco? Da En-zo Ma-ri ti aspetti cose completamente diverse da quelle che otterrai da un Luigi Caccia Dominioni o anche da un Achille Castiglioni. È una storia diversa: è una storia di povertà e di riscatto. Di ideologia politica realmente praticata.

E, difatti, Enzo era unico, non tanto nella qualità – sia pur straordinaria – del suo lavoro, ma nel modo di porgere quel lavoro al mondo. Enzo era un missionario evangelizzatore, senza un Dio (sarebbe stato troppo facile!) o meglio con un Dio inteso come combinazione di bellezza e giustizia sociale, di lavoro non alienante e serenità nel rapporto con gli oggetti.

Gli oggetti non erano, per Mari, morti simulacri o strutture funzionali o accidenti casuali. Erano, uno per uno, scelti come messaggi nella bottiglia. E Mari questi messaggi, per lunghi anni, li ha buttati nel mare, sperando che portassero il loro “contenuto” agli uomini di buona volontà e puntualmente infuriandosi nell’evidenza che questo miracolo non si avverava e che gli uomini continuavano a nutrirsi di volgarità e di luoghi comuni, di chiasso e di colore. Per questo, Enzo era sempre furibondo. Per questo, tutti noi che abbiamo avuto a che fare con lui vivevamo un rapporto di grande ambivalenza: imparavamo moltissimo, ma al prezzo altissimo di sentirci continuamente attaccati, sbeffeggiati, derisi. Al punto che alcuni lo hanno lasciato solo, urlare dal suo antro, preferendo applicarne gli insegnamenti “a distanza”.

E quali sono stati questi insegnamenti? Il più profondo, il più attuale, il più cogente è senz’altro “il progetto come negazione”. Progettare implica una responsabilità. Immettere un nuovo oggetto nel mondo implica una responsabilità: non si può fare a cuor leggero. Non si può aggiungere un nuovo “niente” al niente formale che già circola in grande quantità. E allora bisogna saper dire di “no”.

Ma Mari sapeva dire di no? Non mi risulta proprio, anzi era affamato di occasioni progettuali. Mari, quindi, diceva di sì (non senza aver lungamente insultato l’imprenditore che gli stava offrendo la nuova occasione), ma era poi il metodo applicato nell’affrontare l’incarico che portava a dire “no” all’esistente quando inutile o sbagliato o kitsch e a produrre “un alcunché” (così diceva) che mostrasse una strada nuova: di purezza, di leggerezza, contenente appunto un messaggio. E questo è così vero che ognuno di noi può, molto semplicemente, fare la prova: basta mettere un oggetto progettato da Mari in un ambiente arredato (basta un cestino gettacarte leggermente inclinato verso l’ennesimo foglio appallottolato che stiamo per tirare, basta un tavolo, lungo e stretto, con l’assolutezza dei fratini nei conventi, bastano 16 animali ritagliati nel legno, con l’ippopotamo che sorregge l’elefante, perché in quell’ambiente si crei un’atmosfera diversa. Un’atmosfera più rarefatta, ma contemporaneamente più necessaria. Fate la prova e mi saprete dire.

Nel frattempo, però, quanto ci mancherà quello sguardo al contempo scuro, ma buono, fatto di occhi neri e di sopracciglia irsute, con una barba da predicatore (lo abbiamo detto, missionario evangelizzatore), buona per nascondere l’incresparsi delle labbra al sopraggiungere dell’arguzia e del divertimento. Era quello il punto che rappresentava la fine della schermaglia: dopo aver detto merde al mondo, ai giovani e a tutti i colleghi, si poteva finalmente cominciare a lavorare. Pazienza se noi eravamo stremati o sul punto delle lacrime… su, su … si comincia: un progetto, una mostra, un articolo, un manifesto. Si comincia soprattutto a costruire, pezzo dopo pezzo, una coscienza collettiva.

Sottsass disse, nel 1973, che gli oggetti di Mari erano come bende per lenire il dolore delle nostre ferite. Verissimo! Ma, ancor di più, le sue parole sono sferzate, utili a farci aprire gli occhi sulle ferite del mondo. A farci tirar fuori la testa da questa melassa progettuale che ci invischia e ci tira sempre sotto. Ecco perché, ora che Enzo non c’è più, continueremo a ripetere quelle sue parole, finché una piccola luce apparirà in fondo al tunnel (e finalmente lui sorriderà).

Immagine in apertura: Photo Ramak Fazel
Home page: Photo Elliot Erwitt - courtesy Danese Milano

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