19 ottobre 2020

Gumdesign

Laura Fiaschi e Gabriele Pardi sono le due anime di Gumdesign, studio che dal 1999 si occupa di architettura, industrial design, grafica e art direction. Personalità diverse ma complementari, hanno saputo dar vita a un sodalizio umano e professionale dove miscelano arte, design, ironia, cultura della materia, sensibilità ambientale e una sottile ma profonda vena civica e sociale. Ogni loro progetto racconta in maniera diretta e immediata una storia e concorre a plasmare un mondo (la loro produzione) che si caratterizza per energia, autonomia del segno, iconicità. Il loro linguaggio è empatico, emozionale, quasi poetico. Ma di una poesia “piena”, “concreta”, “regolata”, mai improvvisata. Le loro forme sono semplici, primitive, funzionali. Ricerca e valorizzazione della materia insieme a una riflessione quasi filosofica sul progetto sono le basi da cui iniziare a disegnare. E la collaborazione e la condivisione di saperi con chi da sempre si è “sporcato” le mani (i tanti artigiani italiani che sanno “ben fare”) è essenziale. Tanti i premi e svariate le mostre che li hanno visti protagonisti e altrettante le aziende per cui lavorano tra cui Antonio Lupi, De Castelli, Friul Mosaic, Martinelli Luce, Styl’Editions, Swarovski Italia. Didattica e confronto sono le chiavi di lettura del Gum Lab, un laboratorio progettuale dove prendono forma le idee, attraverso percorsi di ricerca e sperimentazione. Obiettivo del laboratorio è lavorare su temi concreti e orientati ad aziende reali, partendo da stimoli concettuali e regole teoriche costruite intorno al tema di progetto che danno poi forma funzionale all'idea.

Iniziamo dall’inizio di questa storia. Come nasce Gumdesign (e da dove viene questo nome), i vostri primi progetti insieme e la partecipazione al SaloneSatellite.
Un incontro, un percorso, una piccola storia composta da parole e da segni, da suggestioni e da racconti solidi.

A SBAGLIARE LE STORIE... (GUM)

Favole al telefono / Gianni Rodari

Disegni di Bruno Munari

I primi progetti furono presentati al SaloneSatellite nel 1999. Piccoli spazi con prototipi appena accennati, le aziende non sostenevano ancora i giovani designer ma la purezza di quelle ambientazioni erano di rara bellezza, proprio per la loro incompiutezza, leggerezza. L’errore era presente così come l’imperfezione del prodotto, le idee; ricordiamo con particolare affezione quel momento perché aprì la porta di un mondo che non conoscevamo: il design. E tutto ciò che girava intorno: i giornalisti, i critici, gli imprenditori, i maestri del design internazionale (abbiamo avuto modo di conoscere Achille Castiglioni che - con infinita pazienza e dedizione per i giovani - parlò con dolcezza di un oggetto che esponevamo, non disse che era terribile - e lo era, rivedendolo adesso - ma ci raccontò una storia bellissima, coinvolgente che ci fece comprendere dove potevamo trovare l’anima del design… osservando, comprendendo, risolvendo).
Di quel periodo una lampada, Lucciola; un oggetto nato da un sogno di Laura, un sogno lucido. Un foglio in polipropilene fustellato, capace di “intrappolare una lampadina a risparmio energetico ed essere diffusore di luce, senza viti, fissaggi meccanici, leggera”.

Dopo tanti anni di ricerca, riflessione e produzione, cos’è per voi la “cultura della materia”?
Un percorso lungo, non esplosivo, ma meditato; crediamo nei percorsi “lenti”, capaci di costruire scale solide da percorrere. Oggi pare che tutto debba procedere con un’incredibile accelerazione, ma la velocità spesso conduce verso illusioni effimere; il mondo della comunicazione è così veloce che non permette quasi più verifiche, controlli, e perde la qualità del progetto, assimila copie imbarazzanti a innovazione, eleva l’ovvio al necessario. I premi si succedono a un ritmo infernale (riceviamo inviti a partecipare a concorsi di design, settimanalmente), ma si sono trasformati in operazioni economiche, utili solo agli organizzatori e all’ego del designer pronto a condividere sui social il “premio”, preso da 1000 persone in contemporanea. Abbiamo perso l’orizzonte.
Ecco, invece, che la materia, elemento primordiale e unico, inimitabile ci riconduce indietro nel tempo; nelle caverne in cui l’uomo si è protetto, ha vissuto ed è cresciuto, lentamente. La materia resta l’elemento fondamentale, dal quale partire: osservazione, comprensione, risoluzione erano le parole di Castiglioni, rimaste impresse nelle nostre menti in modo permanente (forse è questo il motivo delle lacrime, delle emozioni forti che proviamo ogni volta che incontriamo Giovanna alla Fondazione Castiglioni, nel luogo in cui Achille osservava, comprendeva, risolveva). La materia è cultura, è conoscenza, è capacità di percepire stratificazioni temporali, naturali o sintetiche; occorre conoscere la materia prima di progettarla, prima di lavorarla, prima di sottoporla a “stress” o “amarla”. La materia dovrebbe essere studiata non solo come “tecnologia dei materiali” ma come “tecnologia ed empatia” perché contiene la nostra storia, il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.

Siete stati antesignani di tanti concetti che, oggi, sono sulla bocca di tutti. Primo fra tutti lo “storytelling”. I vostri lavori sono racconti, messaggi, emozioni: come si arriva trasformare la materia e il prodotto in narrazione?
Grazie. Siamo felici che abbiate colto questo aspetto perché deriva da percorsi personali sedimentati nati dalla riflessione, dal pensiero; crediamo che il “design” debba essere “opera intellettuale”, non disegno tout-court, non forma ma essenza, non visibile ma invisibile. La narrazione è tutto questo, sono racconti solidi che prendono corpo da riflessioni, pensieri, suggestioni e che tendono a stabilire un dialogo tra animato e inanimato, tra essere umano e oggetto. Condivisione e partecipazione sono alla base di una empatia improbabile, alla ricerca di un contatto, di una relazione.
Non esiste una ricetta, non esiste una strada da percorrere, non esiste una “matematica dell’emozione”; sono ingredienti che si raccolgono. Elementi che si contaminano, incrociano e la materia si trasforma in narrazione, seguendo un metodo progettuale costruito sulla conoscenza, esperienza, sensibilità. La “forma” ne determina contenuti e funzioni, la individua e la descrive.

Economia circolare e approvvigionamento virtuoso sono valori che avete posto alla base della vostra produzione fin dall’inizio. Sono modi di reinventare la produzione e valorizzare l'artigianato attraverso il design? Possiamo affermare che rappresentano anche un sistema per riconciliare antropico ed ecologico e arrivare a una produzione che non nuoccia a un mondo ormai in ebollizione?
A volte riscopriamo valori già perseguiti da anni solo perché qualcuno gli dà un nome; è il caso dell’economia circolare.
Rientra nel tema delle “sensibilità”, delle osservazioni e della comprensione.
Lavorando da molto tempo con materiali naturali abbiamo raccolto la loro “richiesta” di essere utilizzati con parsimonia, perché “sussurrano che non sono infiniti”. Osservando, poi, possiamo renderci conto che molte aziende hanno costruito una filiera produttiva, composta proprio da artigiani e che nel Made in Italy la produzione industriale del complemento d’arredo non è così massiva come può capitare - per esempio - nell’industria automobilistica.
Alla fine, è un processo già sperimentato, già adottato, già percorso da alcuni dei più importanti marchi italiani; non potrebbe essere diversamente, è il tessuto produttivo della piccola e media impresa presente in Italia.
Una nota molto positiva - dunque - stimolare un processo consapevole, attento ai materiali e alle lavorazioni; progettare oggi significa progettare il domani, in modo più durevole possibile. Dare vita a oggetti determina un’immediata risposta, attenta, protettiva ed elimina - per quanto possibile - l’oggetto usa e getta: una progettazione consapevole.
Due approcci diversi, ma ugualmente significativi; i Gessati nascono dall’osservazione (i piazzali dei laboratori del marmo, riempiti di bancali di marmette, piastrelle da 1 o 2 cm ottenute da “scarti” di lavorazione dei blocchi e posti sull’ultimo anello per valore commerciale), dalla comprensione (utilizzare lastre poco significative per generare piccoli blocchi lavorabili a controllo numerico) e dalla risoluzione (dare vita a un nuovo prodotto che riqualifica la materia, trasformata in lavabo da appoggio per un’azienda che mette al centro la visione). Si passa da uno stato “effimero” a uno stato “solido" grazie a una rappresentazione visionaria dell’oggetto, capace di rinascere grazie al progetto (design) e al saper fare (artigiano), alla tecnologia e alla sua applicazione trasversale.
Quelle lastre - ferme da anni nei piazzali e che rischiavano di essere trasformate in granulato - riconquistano la loro fierezza e la loro natura assimilando un valore percettivo e funzionale.
Un metodo progettuale che ha condotto a una ulteriore declinazione della collezione con i Rigati, stesso processo ma diversa posa delle lastre; un semplice movimento rotatorio definisce nuovi livelli percettivi della materia, nuove “curve di livello” pronte a evidenziare un’altra natura della materia.
La collezione Borghi nasce, invece, da una “scommessa”, la voglia di creare un prodotto ecosostenibile con materiali naturali e sintetici; non possiamo dimenticare l’incipit di Andrea Lupi che al telefono esordì con una frase lapidaria: “stavolta ci prenderanno per grulli”. Dietro a quella parola si celava tutta la sua capacità visionaria, di vedere oltre e in anticipo sui tempi. Iniziamo a pensare… subito dopo un’altra telefonata: “andiamo a fare dei nuovi colori”, un viaggio, un laboratorio e in una mattinata creiamo insieme una palette dedicata ai colori della Toscana: Oleo, Gran Cru, Ceruleo. Saranno i colori del Cristalmood dedicati a Borghi, lavabo freestanding con colonna in sughero naturale. Il territorio entra con forza in questo progetto, ne definisce la narrazione e ne descrive le caratteristiche (del cielo, della terra e dei suoi frutti); un prodotto che unisce gli “opposti” e che - purtuttavia - segue una logica cosciente dei materiali: il Cristalmood (resina brevettata e riciclabile, di grande durata e capace di rigenerarsi con il passaggio di un panno) e il sughero (corteccia trasformata in tappi per le bottiglie di vino, recuperati e a loro volta resi materia prima per essere riutilizzata in stampi e agglomerata con resine naturali) determinano un vero e proprio esercizio di economia circolare. Un progetto che segue - anche in questo caso - l’osservazione, la comprensione e la risoluzione funzionale.
Ecco dimostrato l’assioma: si può reinventare la produzione e valorizzare l’artigianato attraverso il design, antropico ed ecologico si riconciliano e si arriva a una produzione consapevole e sensibile ai valori della nostra Terra.

Il terzo aspetto che colpisce nel vostro lavoro è la valenza etica e l’attenzione al sociale, all’uomo, all’artigiano. È difficile conciliare questi valori in un mercato che è basato su un modello di benessere economico che, spesso, sfrutta l’uomo più che valorizzarlo?
Abbiamo sempre avuto un approccio “umanistico” al progetto, fatto di relazioni, storie, incontri e cercando di incontrare gli uomini e le donne invece delle “aziende”, costruendo rapporti basati sul rispetto e l’amicizia. Siamo estremamente convinti che l’essere umano debba restare al centro del progetto imprenditoriale, di vita. Sembrerebbe ovvio, ma non lo è… Fortunatamente il tempo seleziona le giuste strade da perseguire, occorre essere coerenti, a volte testardi, faticare molto ma alla fine restano le persone con le quali si costruiscono empatie, con le quali è piacevole restare a cena dopo aver lavorato insieme in interminabili riunioni di lavoro.
E non è un caso che questi imprenditori abbiano costruito un rapporto intenso con i loro dipendenti, che siano riusciti a creare “famiglie” piuttosto che livelli sociali.
Ciò che sembra inarrivabile, difficile diventa a un tratto semplice, immediato, naturale; sono le “impostazioni del gioco” che cambiano e che determinano il suo sviluppo successivo.

È davvero esemplare come il “segno” sposi la materia e nessuno dei due prevalga: come si raggiunge questa armonia?
Rispetto: solo in una condizione di reciproco rispetto nascono unioni durature; una condizione che appartiene all’essere umano ma anche agli oggetti sensibili. Certo, occorre conoscere entrambi gli aspetti, comprendere che segno e materia devono procedere di pari passo con attenzione, sensibilità, coscienza. I materiali richiedono un trattamento unico e imprescindibile; non è rispettoso progettare un oggetto in marmo come se fosse di plastica e viceversa.
Una metodologia progettuale che si applica anche per le superfici; da due anni seguiamo la direzione creativa di Styl’editions, azienda dedicata alle superfici decorative con sede a Sassuolo. Un distretto produttivo con caratteristiche evidenti, localizzate e “chiuse” verso l’esterno; abbiamo incontrato due imprenditori illuminati - Maurizio Cavagnari e Silvia Cerretti - che hanno permesso una vera e propria ricostruzione del codice genetico aziendale. Il nostro approccio è stato di tipo “demolitivo”, coscienti che era necessario abbattere ogni forma precostituita nata in quel territorio così articolato e strutturato dal tempo e che si inseguiva, come un cane morde la sua coda.
Anche in questo caso era necessario mettere l’uomo al centro del progetto, il progetto al centro del prodotto; riorganizzare le competenze interne in una filiera produttiva, tra alto artigianato e macchine a controllo numerico; sfruttare le risorse interne per costruire una nuova azienda, a basso costo e senza investimenti importanti; riportare il materiale al centro, esaltarlo portandolo a contatto diretto con il segno grafico, con il segno costruito.
Nascono le collezioni in lastre ceramiche di grande formato, il segno grafico permette di toccare la materia prima, non la copre più completamente; non si emulano i materiali naturali ma si interpreta la materia; le tecnologie avanzate utilizzate in altri settori produttivi si applicano alle lastre ceramiche, nascono collezioni “erose” dalla sabbia… tridimensionali.
Insieme procede l’immagine aziendale, cataloghi con una grafica pulita e funzionale, carte ecologiche, piccoli formati pratici e che utilizzano meno materia prima possibile; prosegue la declinazione dell’immagine aziendale con un progetto espositivo flessibile, dove niente è buttato a fine fiera ma anzi sarà riutilizzato in parte per altre esposizione, per definire lo showroom aziendale… un progetto consapevole e sensibile che ha visto - in prima uscita e immerso tra i colossi delle aziende ceramiche - ricevere al Cersaie 2019 l’Adi Booth Design Award per la categoria “Ricerca” e che entra di diritto nell’Adi Design Index 2020 nella sezione “Design per l’Abitare”.

Tra i tanti progetti, ci piacerebbe parlare ancora della Casa di Pietra: cosa vi emoziona e cosa vi inorgoglisce maggiormente di questo progetto?
La Casa di Pietra è un progetto indipendente dove la costanza e la passione sono stati valori fondanti; sono numerosi gli aspetti che ci rendono felici, anticipare i tempi ripercorrendo il tempo, comprendere che possano esistere spazi per far crescere nuove idee, gestire in modo autonomo e senza filtri commerciali.
E poi la “casualità”, far nascere un progetto culturale con presupposti teorici innovativi e vederlo trasformarsi in progetto imprenditoriale è stato sorprendente; ma oltre ai presupposti teorici ve ne erano anche di pratici (creare prodotti con coppie di artigiani, anche distanti fisicamente, che non si conoscevano per sperimentare nuovi linguaggi espressivi grazie alle tecnologie, ai materiali ed alle sensibilità). Un processo produttivo complesso e articolato, pensato per una mostra a Marmomac, distante da un progetto imprenditoriale… eppure, dopo i primi risultati, dopo aver capito che poteva essere sviluppato anche in quella direzione, dopo aver deciso che era fondamentale “tenere la barra a dritta” - dosando passione, condivisione ed anche testardaggine - La Casa di Pietra si è consolidata ed è cresciuta in questi anni diventando un riferimento per giovani designer, per professionisti/consulenti/aziende che richiedono le collezioni a catalogo o personalizzate, per progetti didattici (il Master in Design - Innovazione e Prodotto per l’Alto Artigianato da noi coordinato per Ied Firenze), per progetti internazionali (un anno di lavoro in Tunisia per la rivitalizzazione del distretto produttivo del mosaico a El Jem, sostenuto da Ebrd) e per progetti specifici che stanno per partire sul territorio nazionale.
La Casa di Pietra oggi accoglie 46 artigiani presenti in quasi tutte le Regioni ed ha creato una vera fabbrica diffusa, differenziata per specificità; 68 sono le collezioni per oltre 200 oggetti a catalogo ed altre collezioni sono in fase di ultimazione. Un progetto in progress capace di attivare relazioni, competenze, soluzioni e pronto a declinarsi su richiesta; una “palestra progettuale” che ci impone la conoscenza di moltissimi materiali, delle loro lavorazioni, dei macchinari che solo “sul campo” si possono assimilare. Esperienze che servono anche per le aziende con cui collaboriamo, perché aprono a scenari innovativi.

Per Laura e Gabriele cosa è casa?
Un rifugio, uno spazio personale, intimo nel quale costruire la vita; curata nel dettaglio, vissuta da oggetti, uno spazio attivatore di immaginazione, protezione di paesaggi interiori.

Infine, come vorreste che fosse il Salone del Mobile di Milano nel 2021, dopo 60 anni e dopo l’assaggio di “fine del mondo” che abbiamo vissuto?
Il Salone del Mobile di Milano è sempre stato un momento di incontro importante, non solo per il business che sviluppa ma anche per mantenere attive amicizie lontane fisicamente; nel 2021 vorremmo che questa caratteristica fosse ancora più sentita, più necessaria perché "design è relazione". Il periodo di chiusura che abbiamo vissuto ha esaltato la necessità di una casa avvolgente, protettiva ma ha anche generato paure e timori che ancora oggi percepiamo; speriamo che possa diventare un momento liberatorio, di riappropriazione del senso di libertà, di abbracci e baci.

www.gumdesign.it

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