Nati al Satellite

07 settembre 2020

Ilkka Suppanen

Dalla fine degli anni Novanta, lo scandinavo Ilkka Suppanen, ha riempito diverse pagine della storia del design contemporaneo. Grazie a una eclettica spiccata sensibilità progettuale spazia in diversi settori ed è impegnato in progetti solidali di cui va fiero con grande modestia e che porta avanti con altrettanta determinazione. Diviso fra Helsinki e Milano, condivide i suoi progetti con Raffaella Mangiarotti di cui l’ultimo, Undecided System – un sistema per l’ufficio – è stato segnalato nell’ADI Design Index 2019: la selezione da cui usciranno i prossimi Compasso d’Oro, XXVI edizione. Approfittando del suo sguardo omnicomprensivo, più che dei suoi numerosi prodotti, abbiamo chiacchierato con lui dell’Italia e della sostanza delle aziende italiane. E a proposito di quello che potrebbe riservarci il futuro e di quanto possa essere utile il design.

Hai detto di te che sei “più un connettore che un designer”. Puoi spiegare questa tua speciale inclinazione? Penso che la maggior parte delle persone mi conosca per i progetti che ho realizzato. Queste sono cose che mi rappresentano solo parzialmente. Ho anche lavorato contemporaneamente per progetti diversi dai tradizionali incarichi di progettazione del prodotto. Ho lavorato con gli esclusi dalle caste in India. Ho lavorato con i senzatetto a San Paolo. Lavoro continuamente per concept espositivi. Anche per idee e realizzazione per piani di esportazione del design per il Ministero degli Esteri finlandese. Vedo questi progetti come qualcosa in cui collego persone, idee, istituzioni e culture.

Come hai sottolineato, tutti sanno che lavori per molti marchi di design in tutto il mondo, ma forse non tutti sanno che sei anche impegnato in questi progetti di solidarietà. Come si bilanciano questi due diversi approcci progettuali?
Poiché questi “progetti solidali” hanno una tempistica completamente diversa, quasi sempre dedico loro una parte della mia giornata lavorativa. Questi progetti sono completamente diversi: ho bisogno di lavorarci anni prima che ci sia effettivamente un progetto di cui poter parlare. Impiego la gran parte del tempo per stabilire connessioni, raccogliere fondi e mantenere aggiornate sui progressi le parti interessate, molte volte la lentezza è frustrante. Bisogna avere resilienza.

Puoi raccontarci alcuni di questi progetti solidali?
Questi progetti iniziano sempre con una consapevolezza di base. Qualcosa che non va. Qualcosa che sento ingiusto nel mondo, come i senzatetto o la mancanza di diritti umani, come nel caso delle persone senza casta in India. Quindi inizio a studiare se c’è un modo per aiutare queste persone, se posso cambiare questa situazione in una migliore.

A cosa stai lavorando adesso?
Al momento, sto lavorando su progetti di illuminazione con Seom, su progetti di arredo per aziende italiane e finlandesi e su un pezzo unico per un cliente americano. C'è sempre qualcosa del genere nel mio ufficio. Nonostante il periodo, stiamo lavorando per la mostra su Snowcrash [il nome della mostra, poi divenuto il nome del collettivo di designer, con cui Suppanen debuttò nel 1998 al SaloneSatellite, ndr] che si terrà al Museo Nazionale di Svezia a Stoccolma, e sono occupato anche con uno dei progetti più concettuali che coinvolgono il Ministero degli Esteri finlandese.

Hai lavorato e lavori ancora per molte aziende italiane: che tipo di scambio hai avuto con loro?
In qualche modo la mia carriera professionale come designer di mobili è iniziata qui in Italia con Cappellini. Quindi da allora, probabilmente di conseguenza, ho lavorato con diverse aziende italiane. Così, in qualche modo, per me è stato molto naturale lavorare con aziende italiane come Zanotta o Leucos. Il più delle volte, l'azienda è gestita da una famiglia da diverse generazioni. Penso che le aziende italiane siano ottime per lavorarci insieme. C’è una certa dedizione e conoscenza del design ovunque tu vada. Inoltre, le aziende sono molto aperte a nuove idee. Probabilmente sono, per certi versi, diverso rispetto a molti altri designer. Sono scandinavo. E porto loro un tocco scandinavo.

Cosa ti piace dell’Italia?
Per me l’Italia è tante cose, è una specie di paese delle meraviglie per adulti con cibo, vino e cultura. Per me l’Italia è la cultura della femminilità. È cultura matriarcale. Molto diversa in questo dalle idee scandinave di uguaglianza tra i sessi. È una cultura della bellezza. La bellezza è come una carta di credito senza limiti che hai in tasca. In Italia puoi costantemente dare e ricevere bellezza. È anche una cultura di semplicità e determinazione. Quando guardo le donne italiane più anziane che cucinano, mi accorgo che non buttano via nulla. Nasce sempre qualcosa dagli avanzi. O nell'officina del vetro a Murano: non c’è un singolo strumento in più o una macchina in più. Tutto è usato e nulla è sprecato.

Tra i tuoi recenti progetti, c'è Undecided System, progettato con Raffaella Mangiarotti, una designer italiana. Tu vivi a Helsinki, lei vive a Milano: come hai organizzato il lavoro?
La mia vita è tra Helsinki e Milano. Ho studi in entrambe le città. Penso, oggi, di trascorrere praticamente più tempo a Milano. Con Raffaella ci conosciamo da più di 20 anni. È stato molto interessante collaborare con lei in progetti di cui entrambi potremmo essere gli autori principali. Devi adeguarti, ma impari anche molto sul design e su te stesso. Già da molti anni lavoriamo insieme seppur fisicamente in paesi diversi. Pertanto, la situazione che si è venuta a creare con il Coronavirus, le nuove misure di distanziamento sociale e l’uso della comunicazione digitale è qualcosa a cui sono abituato da tempo.

Infatti, in questo momento il lavoro a distanza sembra la grande opportunità del presente. Che cosa ne pensi?
Sì. Lavorare a distanza cambia molte cose nella nostra vita. Probabilmente non capiamo ancora tutte le possibili conseguenze. Sono sicuro che questo darà alle persone una grande opportunità di stare più tempo a casa con la famiglia. Probabilmente non è così importante vivere nei costosi e affollati centri delle città. Probabilmente potremo avere collaborazioni internazionali molto più efficienti grazie a quanto appreso in questo periodo. Ciò di cui sono più entusiasta è l’istruzione. Insegno al Politecnico di Milano al Corso di Innovazione di prodotto con miei colleghi. A causa delle restrizioni siamo costretti a sviluppare l’intero programma con l’insegnamento online. Questo richiede un po’ di energia e preparazione. Il risultato sarà che si terranno solo corsi online. Questo ci potrebbe dare l’opportunità di ridimensionare l’intera questione dell’educazione. Non siamo più limitati dallo spazio fisico e dalla presenza fisica. Pertanto, in teoria, potremmo educare centinaia di migliaia di studenti in tutto il mondo. Con questo metodo potremmo raggiungere le aree più povere del mondo e gli studenti che non hanno tutte le opportunità finanziarie per ottenere l’istruzione desiderata. Potremmo avere l’opportunità di insegnare ai bambini poveri in Africa e far sì che uno studente abbia la stessa istruzione degli studenti qui a Milano. Questo potrebbe rivoluzionare il nostro mondo. Istruzione gratuita per tutti....

Pensi che il mondo stia cambiando? E come?
Sì, il mondo sta cambiando. A volte cambia così lentamente che a malapena riconosciamo il cambiamento, come l’emancipazione delle donne negli ultimi 150 anni. Ma in questa primavera la trasformazione è stata molto rapida e profonda. Pertanto, l’abbiamo avvertita più facilmente. Credo che l’urbanizzazione in un certo senso sia in crisi a causa del Coronavirus. Le aree densamente popolate sono più pericolose e più fragili nell’impatto con una crisi come questa. L’urbanizzazione globale deve trovare un’altra direzione. Un altro aspetto che ho seguito è quello finanziario ed economico. Ovviamente, ci stiamo dirigendo verso una crisi economica e finanziaria. La proiezione dei numeri sulla recessione economica è drammatica. Allo stesso tempo, i paesi e le banche centrali stanno chiedendo ingenti prestiti per stimolare l’economia. Posso immaginare che la conseguenza sarà una loro maggiore dipendenza dalle istituzioni finanziarie da cui prendono in prestito il denaro. Gli stati sovrani devono rinunciare a una parte della loro indipendenza finanziaria per finanziare questi pacchetti di incentivi. Probabilmente non ci sono altre possibilità. La conseguenza a lungo termine potrebbe essere che, non solo noi, ma i nostri figli dovranno rimborsare i prestiti. Personalmente, penso che sia moralmente discutibile prendere i soldi dalle generazioni future in questa misura.

Qual è il valore che il design introdurrà in questa “nuova” società da ora al futuro?
Credo che ora ci siano tre questioni parallele: il cambiamento climatico, la crisi finanziaria e la pandemia globale. In tutte le discussioni su queste tre crisi parallele tendiamo a pensare: “Dobbiamo riavere la nostra vita com’era”. Stiamo cercando di salvare la natura del nostro pianeta come la conosciamo, stiamo cercando di far funzionare le nostre economie come le avevamo prima. E speriamo di porre fine alla pandemia e tornare alla sicurezza che avevamo prima. La mia preoccupazione è che non accadrà nulla di tutto ciò. La vita non tornerà com’era. Nessuna di queste tre crisi parallele ci porterà a tornare allo stato in cui le cose erano nel passato. In questo nuovo mondo, il design come pratica può fare ciò che ha fatto prima: trasformare la situazione in meglio. Questa volta, non abbiamo soldi, non abbiamo le risorse e non possiamo distribuire le cose come prima. Pertanto, credo che la nostra cultura materialistica debba concludersi. Potremmo imparare a consumare, godere e creare valori e prodotti immateriali, spirituali e intellettuali.

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Home page: photo by Marco Magoga

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