05 novembre 2019

Ingo, addio!

di Marco Romanelli

Se in una notte chiara, alzando gli occhi al cielo, doveste vedere le stelle allineate in tutt’altro modo, nessuna paura: è Ingo che, da lassù, prosegue la sua luminosa rivoluzione.

Il 21 ottobre ci ha lasciato Ingo Maurer. Era nato nel 1932 su un’isoletta del lago di Costanza, inizialmente tipografo e grafico, aprirà il suo studio, a Monaco di Baviera, solo nel 1966: anno di nascita della sua prima lampada, “Bulb”. Un “bulbo” gigante, un progetto che è, da subito, una dichiarazione di intenti mai contraddetta: la lampadina ha in sé un valore iconico, Thomas Edison era un genio assoluto.

Da allora sono passati 53 anni durante i quali Ingo non ha mai smesso di stupirci. Uno stupore, il nostro, simile a quello dei bambini: bocca aperta e naso all’insù a scoprire fantasie mirabolanti di lampadine e metafore, di cuori e piume e messaggi d’amore. Di ricerca tecnologica avanzatissima e poetico racconto, all’unisono. Questa era la luce per Ingo Maurer: una luce unica al mondo, così diversa dalle lampade perfette che, in contemporanea, disegnavano i Castiglioni e Magistretti o, tempo dopo, Rizzatto e Meda.

In realtà era Ingo a essere diverso, alieno alle regole che dominavano il mondo dei designer, sia italiani sia, figurarsi, tedeschi. Innanzitutto, Ingo era un uomo molto bello, capace di accendersi in grandi sorrisi. Era un uomo gentile, capace di chiederti come stai e cosa stai facendo (lui a te!!!). Era un uomo generoso: generoso con i suoi collaboratori, puntualmente citati e ringraziati (d’altronde il suo studio aveva, in certi periodi, più l’aspetto di una comune che quello di un ufficio tecnico). Generoso anche con gli estranei: per lunghi anni le sue presentazioni durante il Salone del Mobile di Milano, al celebre Spazio Krizia di via Manin, non erano solo avventure sensoriali tra il film di fantascienza e il luna park, ma anche l’occasione per lanciare giovani designer.

Ingo era uno spirito puro che tuttavia rifuggiva quella algida purezza che sovente caratterizza il disegno della luce: le sue prodigiose lampade sembravano sempre contaminate dalla vita reale (fatta, come tutti sappiamo, anche di mosche, piatti rotti e tazzine da caffè), ma erano in grado di farci sognare una vita più poetica (ove lo straccio della casalinga si appende al muro e si illumina morbidamente, ove alle lampadine spuntano ali di vere piume per volare via). Tutti questi che abbiamo elencato tra le righe − piume, stracci, foglietti e persino preservativi − vi sembrano forse materiali di progetto? Per Ingo lo erano perché per lui il design della luce aveva una funzione principale, che, guarda un po’, non era “fare luce”, ma “raccontare delle storie”. Ecco allora che le sue lampade assumevano titoli neo-realisti, da “Le lacrime del pescatore” (immensa rete punteggiata di cristalli luminosi) a “Porca Miseria” (cumulo di piatti rotti), a “Bellissima Brutta” (mazzo di fiori tecnologici avvolti in un cellophane da fiorista). Ogni lampada, una storia: storie molte umane, raccontate da un designer che se ne faceva un baffo del kitsch o del minimalismo, del funzionalismo o del post-modernismo. Un uomo che ha attraversato questi momenti della storia del progetto, rimanendo sostanzialmente se stesso: un creatore di luce!

Creatore di luce? − scrive Ingo nel 1985 − ce ne sono stati solamente due: Dio e Thomas Edison. E noi, progettisti di lampade, non facciamo altro che nascondere ciò che quei due hanno creato”.

Opening: Photo by Robert Fischer

Photo by Tom Vack

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