22 giugno 2020

José Molina

Classe 1965, spagnolo (madrileno, per la precisione) di nascita, milanese d’adozione e comasco per amore di questo lago, José Molina è pittore e scultore intenso e contemplativo, figlio del suo tempo ma, contemporaneamente, teso verso un futuro di cui si sente, come artista, responsabile.

Cresciuto con le conseguenze e i residui del regime totalitario di Franco, che in parte ha contribuito a plasmare il suo percorso artistico e il suo impegno sociale e culturale, frequenta fin da giovane diverse scuole d’arte per poi dedicarsi alla comunicazione e all’advertising fino all’età di 35 anni quando sceglie di cambiare radicalmente vita tornando all’arte.

Acuto, sensibile, mai provocatorio per puro diletto, Molina è affascinato dall’Uomo e dal suo così mutevole universo interiore che scandaglia con feroce − ma empatica − solerzia. Attento alla ricerca psicologica e antropologica, sonda l'inconscio e le sfumature dell’animo umano e, attraverso un suo personalissimo codice simbolico, traduce in immagini pulsioni e sentimenti, vizi e virtù. Il suo è un approccio − la maggior parte delle volte − visionario e surreale di grande potenza: i suoi lavori sono popolati da uomini, animali, personaggi mitici ed eroi che rivelano, attraverso forme esasperate, stravolte o alterate, ciò che più siamo inclini a nascondere. In questo modo, l’arte di Molina sa trafiggere, diretta, mente e cuore dello spettatore. Altro tema caro all’artista è la Natura, nutrice e sostegno a cui tornare e aggrapparsi ogni volta che si ha bisogno di ritrovarsi e recuperare quell’equilibrio e quell’armonia che la vita frenetica e agitata dell’oggi ci ha sottratto.

Quasi pittore e scultore d'altri tempi, José Molina riprende la tradizione italiana del saper fare, ossia dell'artista che è anche artigiano, che studia e si concentra sulla materia che utilizza. Niente è lasciato al caso: tecnica grafica precisa, proporzioni e particolari eccezionali, bianco e nero e colori di perfezione quasi digitale, cornici realizzate a mano con materiali spesso di riciclo e sculture che riflettono un uso del tempo lento e concentrato.

José Molina ha presentato le sue opere in istituzioni prestigiose come Museo della Triennale, Milano; Fondazione Stelline e Fondazione Mudima, Milano; Real Academia de España, Roma; Museo Poldi Pezzoli, Milano; Reggia di Caserta; Museo della Scienza e della Tecnica e Acquario Civico, Milano. Le sue opere sono state esposte anche a New York presso la galleria Able Fine Art e a Miami presso la Context Art Fair e Art Basel/Miami ed è molto apprezzato nel mercato dell’arte asiatica.

Raccontaci del tuo percorso: hai studiato arte, design e lavorato nella comunicazione e in advertising per poi tornare al primo amore, la pittura?
La mia passione per la pittura e per il disegno ebbe inizio davvero molto presto, tanto che l’unico modo che avevano i miei genitori per farmi stare buono e tranquillo era quello di darmi una matita in mano. All’età di undici anni frequentavo diverse scuole d’arte ed ero sempre l’allievo più giovane. A diciotto anni iniziai a lavorare nel mondo della comunicazione e questo mi permise di accumulare moltissime esperienze e di sopportare con entusiasmo ed energia i ritmi pazzeschi della pubblicità soprattutto in quegli anni. Dopo qualche anno di collaborazione con alcune delle principali agenzie di advertising internazionali in qualità di Art Director, decisi di intraprendere l’avventura imprenditoriale fondando la mia agenzia, esperienza che durò diversi anni. In quel periodo iniziai anche a viaggiare molto e fu durante uno di questi viaggi (ndr Foresta Amazzonica dell’Ecuador) che incontrai Chiara, mia moglie e decisi così di trasferirmi in Italia dove trovai lavoro come Direttore Creativo presso la Robilant & Associati. Dopo due anni di questa intensa e bellissima esperienza presi la decisione di tornare alle mie radici lasciando una carriera ben avviata per dedicarmi totalmente all’arte.

Dalla Spagna all’Italia. Da Madrid a Milano. E poi sul lago di Como. Queste differenti culture e stili di vita come hanno influenzato la tua arte?
A Madrid da giovane passavo intere giornate al Prado e sicuramente la Weltanschauung e l’estetica spagnola dei grandi maestri è stata, ed è, una fonte inesauribile di energia creativa. Il successivo trasferimento in Italia ha dato forma a mille rivoli di ispirazione. In Italia è facile entrare nell’abbandono della creatività: è come se qui esistesse un DNA della bellezza. Comunque, se dovessi scendere più nel dettaglio, con Milano ho un legame profondo e la sua dinamicità, anche un po’ adrenalinica, mi è stata di grande stimolo mentre quando sono arrivato su lago di Como, dove attualmente vivo, ho dato vita a progetti artistici che risentono del forte legame con la natura e con il colore.

Il tuo soggetto è sempre l’Uomo, che filtri attraverso diverse lenti: antropologica, piscologica, sociale. Cosa ti affascina e cosa hai scoperto su di lui in tutti questi anni?
L’uomo in relazione con se stesso, con gli altri e con la natura è al centro della mia ricerca umana e artistica. Mi affascina raccontare il viaggio dell’uomo nel tempo, la sua perenne lotta tra paura e audacia, la paura verso lo sconosciuto e l’audacia di abbracciare l’ignoto per convertire le crisi in rinascita. Questo è un momento epocale, ancora forse non ne abbiamo piena e totale consapevolezza per un comprensibile timore ma si tratta di un potente cambiamento. E come artista mi appassionerà moltissimo seguire l’uomo in questo nuovo cammino che anche io dovrò percorrere. Anche per l’arte si apre una nuova epoca, e ci sarà ancora molto da scoprire sull’umanità. Io ero (e sono rimasto) ottimista anche quando scrissi questo testo che accompagnava un vecchio ciclo di lavori intitolato “I dimenticati”. L’uomo resta immobile davanti al pericolo, sperando che le cose tornino come prima, spontaneamente. Ma questo non succede mai, la storia procede sempre avanti nel suo cammino. Solo quando il pericolo si avvicina sempre più, nasce in noi un istinto di sopravvivenza pura. Si uniscono forze, menti, energie, paure. A volte tutto esplode e va in pezzi, ma quando la nube di polvere si dissipa, la “tettonica a placche” dell’Umanità si ricompatta in una struttura più stabile, più matura, più evoluta e ci si incammina verso un futuro nuovo.

Hai affermato di essere un artista intuitivo. Cosa significa?
Il cervello lavora perlopiù in maniera intuitiva o inconscia, il problema nasce quando si vuole razionalizzare troppo la realtà e controllarla. Anche se il tipo di pittura e disegno che pratico sembrerebbe far pensare a un controllo totale del mezzo, io mi affido alle mie mani, loro sanno già cosa fare, agiscono in automatico.

Resilienza e antropocene, sono due termini molto in voga in questo periodo, ma si ravvedono anche nella tua arte.
Sì, sono entrambi temi di cui mi occupo perché mi stanno molto a cuore. Come dicevo, l’uomo è al centro della mia produzione artistica in tutti i suoi aspetti e sicuramente la relazione tra uomo e natura è presente in molte mie opere. Come artista mi limito a denunciare quanto sia diventata pericolosa questa relazione, sia per l’uomo sia per la terra, che poi vuol dire la stessa cosa, la nostra sopravvivenza è la sopravvivenza del pianeta. Lo faccio utilizzando il mio linguaggio visivo che è surreale e diretto al tempo stesso, a volte molto forte ma non nel senso di voler fare una provocazione fine a se stessa quanto più per scuotere e far riflettere, almeno così mi auguro.

Digitale, tecnologia e intelligenza artificiale rischiano di travolgere arte e creatività?
Non è un timore che provo come artista. Ti dirò di più. Guardando al passato, la tecnologia nella sua accezione etimologica ha sempre accompagnato gli artisti: ad esempio, se penso a Brunelleschi e alla sua cupola, egli ha dovuto trovare delle soluzioni tecniche ai suoi problemi molto complessi. Oggi, ovviamente lo sviluppo tecnologico ha un’accelerazione senza precedenti che può fare paura, ma questo avviene per tanti fenomeni quando si temono senza conoscerli e si subiscono anziché viverli creativamente. Ti parlo della mia esperienza con la tecnologia 3D. Come artista ho realizzato diverse sculture avvalendomi di questa tecnologia che offre delle soluzioni con risultati che sarebbe impensabile ottenere dai materiali e dalle tecniche di scultura tradizionali. Questo significa esplorare certi limiti e le possibilità offerte da qualcosa di completamente nuovo. Vedo la stampa 3D come uno strumento utilissimo per il mio lavoro, allo stesso modo in cui un pittore considera il suo pennello uno strumento (che, tra l’altro, utilizzo anche molto). Se subiamo la tecnologia otteniamo un risultato estetico molto diverso da quello che possiamo ottenere se utilizziamo la tecnologia con creatività e spirito di sperimentazione.

Cosa ne pensi dell’art-design e qual è il tuo rapporto con il design?
Io dico viva le contaminazioni! Penso, ad esempio, a Dalì che, oltre ad essere stato pittore, scultore era anche un designer. Tutti ricordiamo i suoi oggetti dall’aspetto stravagante che sono diventati dei ricercatissimi mobili e complementi d’arredo. La possibilità di godere di oggetti belli che danno al nostro vivere giornaliero, nella ritualità degli spazi, un appagamento emozionale la trovo un’esperienza molto bella, per questo il mio rapporto è ottimo, devo dire che personalmente mi sono cimentato, quando ne ho avuto tempo, nel disegno e nella realizzazione di oggetti e mobili per la mia casa-studio.

In testata: Photo by Ernesto Blotto
Home page: Photo by Emanuele Scilleri

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