16 novembre 2020

Lisa Lang

Inserita da Forbes Europe tra le Top 50 Women in Tech nel 2018, nonché nominata tra le 100 persone più influenti per la wearable tech, i 25 leader di moda & tecnologia del mondo e le 50 donne più importanti per innovazione e startup d’Europa, Lisa Lang ha rivoluzionato il mondo della tecnologia informatica digitale e dei nuovi media, passando dalla “tecnologia indossabile”. Crea la sua prima giacca smart quando è manager europea di Twilio, piattaforma di comunicazione cloud nonché unicom della Silicon Valley, e subito dopo, nel 2014, lancia il brand fashion tech ElektroCouture e, a ruota, nel 2017, fonda ThePowerHouse, agenzia di consulenza per il fashion e wearable tech, l’Internet of Things (IOT), l’industria 4.0 e la produzione di tessuti smart, dotata anche di un centro ricerca, uno spazio per designer e un’accademia per laboratori di fashion tech. Il tutto a Berlino. Nel 2019 si aggiunge la creazione di OFundamentO, un’impresa che unisce artigianato e tecnologia, dando vita a nuovi tessuti smart ed elettronici per una clientela B2B. La sua missione: portare la tecnologia nello stile.
Ha inoltre recentemente avviato il Master in Digital Fashion presso il Polimoda di Firenze: un programma innovativo dedicato alla formazione di professionisti specializzati nella digitalizzazione dei processi per la moda.
Relatrice internazionale, è sostenitrice dal 2012 delle Berlin Geekettes (Women in Technology), organizzatrice di importanti eventi (come la più grande “hackathon” europea per sole donne sponsorizzata da Coca-Cola), educatrice di programmi per giovani (Google mentorship, H&M Fashion Mentorship, European Fashion Council, Techstars, Startupbootcamp, Kryptolab). Ha inoltre sviluppato concetti educativi sul fashion tech per vari Fablabs e per le sedi del Goethe Institute in tutto il mondo.

Lei è, indubbiamente, una delle donne più influenti del fashion tech. Anzi, possiamo definirla la fondatrice di questo nuovo “movimento”. Come e quando è scoccata questa scintilla? E cosa rappresentano moda e tecnologia per lei?
Tutto è incominciato dalla frustrazione. Quando ero a casa vivevo in realtà e mondi diversi. Sono cresciuta in una famiglia di artigiani, nei laboratori; sono cresciuta creando delle cose con le mani e, infatti, da bambina volevo diventare falegname. Mi è sempre piaciuto il pragmatismo degli artigiani e degli artieri, impegnati a fabbricare prodotti e lavorare con i materiali. Ma allora non c’erano posti di lavoro, perché provengo da una regione in cui un tempo era fortemente predominante l’industria del tessile. Faccio, comunque, parte dell’ultima generazione che è stata costretta ad andarsene.

Alla fine sono diventata una software engineer, cosa abbastanza buffa. Sono sempre stata molto interessata alla fotografia e alle mostre, ma la cosa più importante per me era entrare all’università, alla MERZ Academy di Stoccarda. Ciò che mi hanno insegnato al college corrisponde ai principi della Bauhaus, ovvero che un artista è uno che fa, e uno che fa è un artista. All’epoca, non c’era niente tipo corsi di web design o software engineering; non esisteva nulla di tutto ciò. La mia università fu una delle prime a cercare di mettere insieme arte, storia e ingegneria.

Bene, nel primo semestre, dovevamo tutti frequentare i vari corsi e io ho frequentato quello dei video e nuovi media, oltre che graphic design. Ma non avevo nessuna maledetta idea di cosa fossero i computer. Di solito li rompevo, sa com’è! Penso sia questo il motivo per cui il team di assistenza informatica abbia iniziato subito a conoscermi. E questo è stato probabilmente anche il motivo per cui ho imparato a riparare i computer e ad occuparmi dei macchinari; li rompevo così spesso che dopo mi sentivo a disagio.

Ma torniamo alla mia storia. Ho fatto il mio primo corso di programmazione ed è stato fantastico. Sono anche stata fortunata perché il capo dipartimento dei nuovi media era una donna programmatrice russa, che è stata effettivamente una delle prime artiste online a fare arte per internet, guadagnandoci anche. Era eccezionale. E mi diceva sempre: “Lisa, questo è il futuro, buttati. Sarà dura ma è il futuro”.

E, naturalmente, ero in pratica l’unica donna nel corso. È stata dura; non avevo nessuna maledetta idea di quello che stavo facendo e, onestamente, mi sentivo smarrita. Per farla breve, ecco come sono finita nel software engineering: ho ricevuto una borsa di studio dal governo tedesco per fare un semestre di tirocinio. E ci dicevano sempre di uscire dalla Germania e andare in un paese diverso. Siccome avevo famigliari all’estero e sono cresciuta con le cartoline provenienti dall’Australia, sono partita per quello che doveva essere un periodo di 6 mesi in Australia, poi diventato di 5 anni.

Così ho conseguito lì la mia laurea. Poi ho iniziato a lavorare nel mondo delle cosiddette “tech startup”. C’era tutto un nuovo scenario di tech startup nel campo dell’Intelligenza Artificiale, ed era come essere trasportati nel futuro.
È lì che ho imparato a fare networking. È lì che ho iniziato a vivere il futuro. Ho lavorato come manager di programmazione e poi ho avuto un lavoro da alto dirigente in un’importante startup. Come direttrice della programmazione gestivo il dipartimento di pubblicazione dei testi didattici. Quindi dovevo essere in grado di organizzare e dare letteralmente un bel calcio sul sedere ai techies per stimolarli. Ma d’altro canto, ero sempre una donna. Una donna tedesca (che incuteva timore), che aveva per la prima volta una posizione di leadership in quella società.
Ero nel settore delle startup tecnologiche, ma era un mondo proprio dominato dai maschi. Anche se non ho mai avuto problemi a lavorare con gli uomini, perché cresciuta con le costruzioni e il design, che facevano parte della mia vita, apprezzando sempre il pragmatismo. Quindi, non ho mai avuto problemi. Se sei giovane non ci fai caso, ma via via che cresci, si nota di più. E anche in questo non ho mai avuto problemi; potevo sfidarli con un niente e fargliela vedere. Con facilità.

Ma con la moda ho sempre avuto un rapporto molto emotivo. E in questo settore ancora di più. Perché il mondo di una tech startup ha l’uniforme fatta di jeans e t-shirt. C’erano pochissime donne che lavoravano lì, ma ho notato che eravamo tutte simili. E non mi piaceva, né volevo che fosse così.

Tutte le mattine, quando mi vestivo, era come indossare un’armatura, perché avevo un lavoro davvero duro. Quindi dovevo contare su come mi vestivo, sentendomi a mio agio, ma forte allo stesso tempo. Ed è questo che dovrebbe farti sentire la moda, forte e soprattutto a proprio agio nel sentirsi forte.

Pertanto, ho iniziato a indossare solo vestiti, perché ho detto loro che non è solo perché portavo il rossetto, lo smalto e i tacchi alti che non potevo sfidare la loro competenza tecnica, e questo non significava che non valevo quanto loro.

Era una cosa che mi dava veramente noia. L’altro aspetto era che a quell’epoca, stavano emergendo le prime tendenze di moda tecnologica, con gli smartphones, gli orologi fitness ecc... Ma tutto ciò che era associato alla tecnologia e alla moda era brutto, senza senso estetico, come se non fosse possibile coniugare bellezza e intelligenza allo stesso tempo.

Ed ecco che mi sono detta: “Ok, voglio essere carina, ma carina non vuol dire stupida; carina vuol dire che ho un aspetto determinato, funzionale; mi sostiene e riesco a essere meravigliosa e potente anche in rosa”.

Provavo tutte queste sensazioni ma non sapevo come canalizzarle, perché ero una grande nerd tecnologica. Tuttavia, ho cominciato a fare le mie ricerche. Quando mi sono trasferita a Berlino, mi sono registrata al FabLab, un’ideazione del MIT, dove offrivano workshop con macchinari e sperimentazioni libere. Era come ritornare a casa, perché mi ricordava così tanto dell’odore delle officine e del rumore delle macchine. Ma c’erano dei nuovi odori, come quelli delle macchine per il taglio laser, delle stampanti 3D, e così via...

Trascorrevo tutte le mie serate e i weekend nel laboratorio perché ero veramente felice. Iniziata come un hobby, è diventata un’ossessione, una passione, qualcosa che mi faceva sentire realizzata e felice. E avevo sempre l’ossessione della luce, forse a causa del mio interesse per la fotografia, ma mi piaceva molto creare e vedere la luce nelle cose.

Quindi, per farla breve, ho iniziato a raffinare le mie tecniche e ogni giorno che passava ero sempre più entusiasta di quanto stavo imparando.

Finché non ho creato il mio primo articolo di gioielleria. Quella fu la primissima versione di Frozen. È con questo che ha avuto inizio tutto. Non pensavo alle opportunità imprenditoriali, lo facevo per me stessa. Non prevedevo di diventare un’imprenditrice; mi hanno sempre educata a diventare una buona casalinga. È successo così. Quindi ho creato un gioiello che luccicava. E per lavoro, all’epoca, dovevo partecipare a molti eventi. È qui che diventa divertente la cosa. Indossavo sempre i miei gioielli. E quando luccichi nel buio ti fai notare, soprattutto dalle pochissime donne che sono in sala. E la gente ci andava matta perché era un bellissimo gioiello! E risplendeva e tutti dicevano: “Ma che c....?” Molti si avvicinavano per chiedermi se avessero potuto acquistarlo per le loro ragazze. Ed è stato in quel momento che mi sono sentita realizzata e ho capito che sì, finalmente, possiamo sentirci belle, completamente potenti e intelligenti nello stesso tempo.

Non vogliamo più ricevere degli elettrodomestici eleganti in regalo. Vogliamo una moda elegante che ci si addica.

Mi sono anche resa conto che sul mercato non c’era niente del genere e che questo settore non era molto sfruttato. Alla gente piaceva vedere oggetti e articoli diversi.

Ho iniziato a fare altre ricerche concentrandomi su come migliorare la moda, dandole nuovi significati. Ho notato che molti settori tradizionali come la musica, la sanità, i trasporti, la radio, i film e molti altri si sono evoluti e rinnovati col tempo. Al contrario, il settore della moda non ha avuto innovazioni per anni. C’è quest’idea che la moda sia intoccabile ed esclusiva... ma sembra anche essere morta. Non è successo niente in questo nel campo della moda. Per esempio, qual è stata l’ultima vera rivoluzione? Una tanto importante quanto la macchina da cucire o la cerniera lampo?

Ho avuto quindi questa rivelazione. Era come se tutto si fosse rallentato e ho sentito un angelo cantare! Ho pensato che ci potesse essere qualche spiraglio!

Ecco quando tutto ha avuto inizio e mi sono resa conto che era ciò che volevo... che era assolutamente incredibile, fantastico e mi rendeva veramente felice e pronta alla sfida.

Quindi la mia ossessione è cresciuta sempre più al punto che ne ho parlato con il mio capo. Non riuscivo a pensare a nient’altro. Non riuscivo a fare nient’altro, e sono andata avanti. Ho detto a tutti che avrei avviato la mia impresa. Naturalmente avevo timori e dubbi. Ma non volevo essere associata a una generazione di persone che a 80 anni si siedono su una panchina al parco rimpiangendo di non aver realizzato certe cose.

Anzi, la paura per non averci provato è più grande della paura del fallimento. Ho fatto perciò un salto nel buio e mi sono buttata.

Questo è lo spirito imprenditoriale.

La sua vasta esperienza e le tre realtà imprenditoriali da lei create – ElektroCouture, ThePowerHouse e OFundamentO – l’hanno portata a diventare punto di riferimento del governo tedesco sullo sviluppo della moda e consulente esperta della Commissione Europea per la strategia della European Creative Industry. Che cosa significa in pratica?
A questo proposito, a questo punto, non si tratta solo del governo tedesco. Ora sono consulente della Commissione Europea. Ancora una volta, è tutto successo in modo naturale. Quando inizi a essere molto brava in un campo, e cominci a esserne ossessionata, a parlarne, ad apprendere sempre di più sull’argomento, e a trovare il modo di diffonderlo maggiormente, la gente comincia a notarti. Questo è il trucco, entrare in scena e parlarne.

Ne ho parlato così tanto, che hanno iniziato a notarmi e hanno cominciato a pensare che sarebbe stato meglio capire, dando ascolto a queste nuove idee, perché rappresentano il nostro futuro. È così che è successo tutto.

C’è una parte del mondo politico che non è ancora completamente pronta ad accettare certi termini e certe invenzioni. Ci può essere un punto d’incontro fra due industrie, per esempio, fra moda e tecnologia. Non ci sono regole, né manuali, né normative o leggi, perché non ci sono competenze adeguate. E per qualcuno come me, in cerca sempre di qualche opportunità nel caos, questa è una posizione formidabile.

Quindi, il mio ruolo, in quanto esperta del settore, è essenzialmente quello di comunicare e spiegare delle cose che sono piuttosto complesse e complicate, utilizzando termini semplici e accessibili, così che tutti possano apprendere e comprendere appieno. Penso sia per questo che ho stretto una grande amicizia con politici e decisionisti, perché assimilano tante informazioni ogni giorno, continuamente. Il solo fatto che di un qualcosa di complesso e superscientifico io riesca a farne una storia più accessibile, rende la comunicazione più semplice e facile. Ho fatto consulenze a politici e governi per molto tempo, perché questi intrecci richiedono nuove strategie e nuove politiche. Perché le conoscenze esistono, solo che non sono collegate.

Infatti, questo è uno dei compiti che ThePowerHouse svolge oggi. Pubblichiamo dei libri bianchi su argomenti molto complessi, come la definizione di ‘smart textile’. Una delle nostre missioni è quella di informare e aiutare la politica e la Commissione a trovare soluzioni per queste innovazioni. Oltre alla Commissione Europea e ai politici, lavoriamo anche con musei, centri di ricerca e università a cui forniamo consulenza.

Oltre a essere impegnata nell’innovare l'industria manifatturiera attraverso la digitalizzazione dei flussi di lavoro e lo sviluppo di nuovi processi produttivi per tessuti intelligenti ed elettronici, è molto attratta dall’artigianalità (suo padre era un artigiano, vero?) che ha poi subito coniugato con l’alta tecnologia. Come possono convivere queste due realtà?
Questa è una bella domanda. Temo che richiederà una risposta molto lunga.

Credo fermamente, soprattutto in Europa, nella tradizione delle capacità artigianali femminili, perché si tratta di ingegneri, sa? Gli artigiani capiscono come fare le cose.

Infatti, sono molto critica a questo proposito. Non mi piacciono le startup tecnologiche che rivendicano di voler distruggere tutto e dimenticano tutto ciò che è stato costruito e sviluppato nel corso degli anni. Ritengo che sia davvero inefficace e francamente irrispettoso, perché io sono cresciuta nel mondo dell’artigianato e il rispetto è davvero importante.

Ho un grande rispetto per l’artigianato tradizionale, perché per me è arte e scienza messe insieme. E per poter inventare nuovi prodotti, abbiamo bisogno del sapere di questi artigiani. Per me, avere delle persone matte e delle persone tradizionali che si piacciono a vicenda e lavorano insieme sulla base del rispetto reciproco e della comprensione è un mix stupendo. E questo è effettivamente molto efficace, perché consente di accelerare, soprattutto se l’hardware è resistente.

Per esempio, per i gioielli con parti elettroniche, è ovvio che avrò bisogno di un orefice tradizionale che realizzi la custodia che deve ospitare il prezioso metallo delle parti elettroniche. Avrò, però, anche bisogno di un ingegnere elettronico con una formazione tradizionale per realizzare il microchip da inserirvi. Perché sì, devono convivere. E soprattutto per coloro che hanno origine europea, è così importante comprendere che tutti hanno il proprio spazio per emergere, e insieme siamo più forti, ed è in questo punto d’incontro che io vedo molte opportunità.

Allo stesso tempo, c’è un problema con la manifattura, specialmente nella produzione della moda di lusso. Vede, se va a parlare con le fabbriche che lavorano nel lusso, il loro problema più grave è che non hanno dei giovani che siano disponibili a imparare il mestiere. Questi ultimi sono solo orientati al digitale. Ma ciò che dobbiamo fare è trovare un modo per rendere l’industria manifatturiera e l’artigianato seduttivo e accessibile alle nuove generazioni, perché è così maledettamente ‘cool’.

E quando la vecchia generazione lavora insieme alla nuova generazione su qualche progetto è bellissimo. E questo è decisamente patrimonio europeo. Ed è questo che dobbiamo davvero valorizzare. Ma vuol dire che entrambe le parti devono essere aperte a fare le cose in modo un po’ diverso per potersi ritrovare.

Non è che dobbiamo insegnare agli insegnanti, non è così. Dobbiamo lavorare con gli insegnanti e se le generazioni dei giovani se ne renderanno conto, avremo un mondo con un grande potenziale.

Il 2002 è indicato come l’anno di svolta della tecnologia indossabile, per la messa in commercio degli auricolari bluetooth. Dall’industria ai servizi, dalla medicina allo sport, dall’educazione fino alla vita quotidiana, i “wearable” stanno permettendo di vivere in una maniera diversa, più semplice. Dove prevede che si arrivi? Pensa che il wearable abbia le potenzialità di essere la tecnologia che potrà sostituire tutti gli altri dispositivi? Penso semplicemente all’abito che avverte il medico se hai un infarto in corso, pensato da una “sua” stilista/ingegnere.
Beh, ci sono due considerazioni da fare. La prima da comprendere è la domanda “Che cosa è la tecnologia ‘wearable’ per lei?”

Perché se io parlo di tecnologia wearable e dell’uso che se ne può fare, probabilmente non pensiamo alle stesse cose. Per esempio, i suoi occhiali sono tecnologia wearable. Hanno fatto abbastanza clamore quando sono stati prodotti per la prima volta, e gli occhiali sono stati considerati una grande invenzione. Non solo, le pantofole sono tecnologia wearable. Le tasche sono tecnologia wearable. La definizione di tecnologia wearable è come aggiungere una funzione che valorizzi il design e renda la vita più facile.

In ogni caso, per me, la tecnologia wearable, e come è stata realizzata finora, non è che vada proprio bene. In realtà, la maggior parte delle invenzioni, tipo i lettori di fitness e via dicendo, sono decisamente molto brutte.

Per me, la tecnologia wearable veramente valida deve essere anche alla moda, anche se quando la indosso, la relativa funzione è disattivata. È qualcosa che anche se è funzionale, deve essere bella, indossabile, comoda e può far parte della mia vita in diverse situazioni.

Volendo dare delle definizioni, l’arte invita a riflettere, il design è lì per servire e la tecnologia è uno strumento. E quando tutto questo funziona insieme è bellissimo. E, allora, è tecnologia wearable. La finalità è quella di rendere più semplice la vita, ma con bellezza e comodità.

Infatti, abbiamo una tecnologia wearable veramente valida. E il punto, a oggi, è che abbiamo molti dispositivi che fanno solo una cosa: risolvono un problema, ma ne generano altri. E questo è uno dei motivi, secondo me, per coinvolgere i designer, che sono dei veri esperti di fruibilità.

Ovviamente, la gente ha paura delle evoluzioni. Temiamo l’intelligenza artificiale. C’è il concetto che le macchine potrebbero sostituirci e nessuno vuole sentirsi meno umano. Naturalmente è un giusto timore, abbiamo tutti paura dell’ignoto.

Ed è per questo che i designer ora sono molto più importanti che mai, ma vuol dire che abbiamo bisogno di designer che intendano la tecnologia come strumento. Quindi devono re-imparare in un certo senso. È esattamente quello che è successo quando è stata inventata la macchina da cucire. Erano considerate dei robot, e le macchine da cucire furono bruciate perché considerate tali, da persone che ne avevano paura.

Ora è normale. È uno strumento che fa parte della normalità, che ci ha offerto enormi potenzialità e ci ha aiutato a crescere.

Ciò che è successo nel 2002 è che la tecnologia è andata avanti e il design è rimasto indietro. Ecco perché abbiamo avuto tutti quei gadget di wearable tech: la tecnologia è stata più veloce del design. Ora dobbiamo far sì che i designer seguano questa evoluzione. L’industria della moda al momento è completamente stagnante. Il nuovo compito dei designer sarà quello di creare qualcosa di funzionale, protettivo e attraente. E la tecnologia è pronta per essere sfruttata.

Io sono molto, molto entusiasta della nuova generazione di designer; ci sono enormi possibilità di innovazione. Il futuro sarà quello in cui la tecnologia e il design produrranno una wearable tech che ci aiuti a essere più felici, sani, efficienti e veloci.

Il Master che ha istituito al Polimoda di Firenze è un corso all’avanguardia, fondamentale per comprendere le nuove tecnologie, la nuova produzione e ripensare l’intero sistema. E a pensare fuori dagli schemi e cambiare il mondo in modo sostenibile. Oltre all’insegnamento vero e proprio, che consigli e suggerimenti dispensa ai giovani?
Per me, non importa avere davanti uno studente di ingegneria o di fashion design; la cosa più importante è restare con la mente aperta. Avere curiosità. Ed essere consapevoli di quanto si è appreso finora; potrebbe non essere del tutto utile o applicabile in questi tempi attuali, ma occorre esserne consapevoli e accettarlo.

Viviamo in un momento pazzesco, dove le vecchie regole non funzionano più, dove i vecchi manuali e i testi scolastici non servono più. Se si vuole avere un certo impatto bisogna fare le cose in modo diverso. E per fare le cose in modo diverso, si deve essere in grado di dialogare ed essere aperti con le persone più varie rispetto a quanto si farebbe di solito.

Si tratta di andare in fabbrica, sedersi accanto a una macchina. Parlare con una sarta, parlare con le persone che fanno effettivamente le cose! Andare in una fattoria dove si coltiva il cotone. Capire come vengono fatte le cose.

Cosa fa il designer? Un designer va per il mondo dove altre persone non possono andare. Va in luoghi dove non tutti possono andare e prendere qualcosa da portare indietro. Abbandona la propria comfort zone e fa nuove esperienze.

Ma questo vuol dire che devi andare fuori e fare qualcosa per avere una nuova esperienza, così che puoi avere qualcosa da portare indietro.

Ed è questo che devi fare. E non aspettarti che il successo ti venga servito su di un piatto d’argento. Devi raccogliere i pezzi da solo. Non puoi pretendere di partecipare a un corso per conoscere tutto ciò che c’è da sapere, devi scoprire il sapere da solo. È questo che devi fare attualmente. E non ci sono scuse, ora c’è quel maledetto internet.

In un’intervista passata ha dichiarato che “Stiamo vivendo un nuovo momento entusiasmante in cui è necessario ripensare, ripristinare e riapprendere: le regole devono essere infrante e devono esserne stabilite di nuove”. Quali sono le nuove regole e per chi valgono?
Non ci sono regole.

Infatti, sa perché le persone hanno bisogno di regole? Perché le regole ti forniscono una scusa e ti danno sicurezza. L’idea che “Purché rispetti le regole non ci saranno problemi” è la peggiore in assoluto.

Se davvero vuoi avere un impatto, devi accettare di non sentirti tranquillo nel fare qualcosa che quasi certamente sarà un fiasco. E che riceverai delle critiche, ti rideranno dietro, sarai ridicolizzato, sembrerai uno stupido. Ma questo è il prezzo che occorre pagare per fare qualcosa di innovativo.

E poi naturalmente, a un certo punto, ci sarà una serie di nuove regole. Le regole che TU crei.

Ciò che io dico è: non entrare mai nello spirito delle regole, per amor del cielo! Perché se rispetti una regola per la regola stessa, è solo una scusa.

In breve: Non si tratta di regole. Si tratta di mentalità. Lei è la pioniera del wearable tech ed è stata definita futurista, fondatrice, inventrice, tecnologa, visionaria e fusionista. Ma chi è la vera Lisa Lang, quella che chiude la porta di casa dopo un’intensa giornata di lavoro?
Oh, questa è davvero una domanda adorabile!

Per quanto mi riguarda, non mi considero diversa da quella che sono, ma ci sono alcune cose che appartengono solo a me. Però, una cosa è certa, mi piace come sono!

Sono passionale; mi piace intrattenere e ascoltare la gente. Mi piace davvero tanto tutto questo. Mi piace avere i miei momenti di divertimento e non preoccuparmi di altre cose quando sono nella mia intimità.

Do grande importanza al mio tempo libero. E mi piace stare da sola fra i miei pensieri. Solo mio marito e i miei amici hanno accesso a me in questi momenti. Mi piace essere tranquilla e riflessiva. Amo lavorare! Amo il mio lavoro in modo assoluto. Mi piace guardare documentari su come vengono realizzati gli oggetti o i documentari storici. Mi piace guardare Antiques Roadshow (così poco cool), ma mi piace molto. Mi piace semplicemente imparare e assimilare cose nuove continuamente!

Un altro elemento interessante su di me è che almeno per un giorno alla settimana, non parlo. Di solito di sabato o di domenica, non parlo per nulla. Perché sono come una batteria, e ovviamente, mi occorre un giorno per ricaricarmi!

D’altro canto, mi piace stare con gli amici e fare quattro risate e bere qualcosa insieme. Mi piace discutere di molte cose che hanno a che fare con la filosofia. Si va dalle unghie delle mani al mistero dell’atterraggio sulla luna, alle teorie complottiste, alla politica, alle ricette della torta al limone!

Mi piace toccare le pietre e gli alberi. Quando andiamo in vacanza, o andiamo in qualche luogo storico (dove posso toccare le vecchie pietre) o in una tenuta vinicola o in montagna. Deve essere un posto in cui posso essere vicina alla natura.

Sì, per dare una risposta breve: ecco chi sono.

Una volta ha detto che “è difficile immaginare la vita senza la cerniera lampo” e che la sua creazione “non è stata un’invenzione ma un lungo ed elaborato processo”: qui siamo a cavallo tra moda e design, due mondi sempre più vicini. Molti brand di moda hanno infatti da tempo creato vere e proprie collezioni di arredi, pensa che un giorno anche lei potrebbe/vorrebbe… esporre al Salone del Mobile di Milano?
Si si, assolutamente! Infatti, c’è tutta una serie di nuove opportunità per questo tipo di tecnologia innovativa. Va molto al di là della sola moda.

Ed effettivamente, è interessante il fatto che l’interior design sia in realtà un po’ più avanti del fashion design. Questo perché la definizione completa di smart home, soprattutto ora con il lockdown, gli oggetti domestici, i mobili, l’interior design, tutti questi settori sono diventati più attraenti e importanti, nel senso che diventano sempre più intelligenti.

Quindi, per esempio, diversi anni fa, la Microsoft aveva già brevettato un divano ‘smart’. Il concetto è che ti siedi sul sofà che ha dei sensori nel tessuto. E sulla base di una certa sensibilità, riesco effettivamente ad avvertire delle cose nel modo in cui una persona si siede. Solo nel modo in cui ci si siede si può sapere se chi si siede è un nonno, nonna, madre, figlio o persino il gatto.

E ti può dire se ti siedi adottando la giusta postura, se c’è la temperatura corretta.

Vedo grandi opportunità nei mobili di lusso. Perché è la stessa cosa con il wearable tech. Se guardi tutti i gadget di una Smart Home, stanno diventando più graziosi. Ma penso ci siano enormi opportunità per rendere la tecnologia di gamma superiore e avere un’estetica bella e piacevole.

Del resto negli affari c’è una regola: le persone vogliono pagare per avere comodità. Quindi, se mi posso sedere su un sofà e non mi devo alzare per spegnere la luce, è stupendo!

Infatti, ritengo che il mercato dei mobili di lusso possa andare molto lontano con la tecnologia e le possibilità sono infinite. La maggiore funzionalità che la tecnologia può fornire è incredibilmente interessante.

Questo è il lusso che la gente richiede. Un’esperienza del lusso che fa sentire le persone più tranquille e a posto con se stesse. Questo è il lusso. E per me ciò comprende la realizzazione degli aspetti tecnologici. E la tecnologia disponibile attualmente è troppo maledettamente brutta.

Per questo insisto con i designer di arredamento di lusso perché alzino l’asticella e non abbiano paura di prendersi la briga di sfruttare la tecnologia.

In futuro, saremo ripagati.

Immagine in apertura e homepage: Headshot by Polimoda Firenze, 2019

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