16 marzo 2020

Matteo Ragni

Il lavoro, ormai ventennale, di Matteo Ragni ci consente di dire che il design italiano contemporaneo non si è totalmente perso nei meandri di certe art direction omologate o nel decorativismo dello stylism. Ragni infatti, assieme a uno sparuto gruppo di colleghi, prosegue sulla via indicata dai maestri, progettando “per” e “con” l’industria oggetti afferenti a varie tipologie (anche molto particolari), ma caratterizzati sempre da un senso di necessità e di “evoluzione della specie”. Nato a Milano nel 1972, formatosi come architetto presso il Politecnico di Milano, inizialmente socio di Giulio Iacchetti, con cui ha vinto ben due Compasso d’Oro (nel 2001 per la posata usa e getta “Moscardino” e, nel 2014, per i tombini stradali prodotti da Montini) Matteo Ragni progetta autonomamente dal 2007. Ha disegnato, tra gli altri, per Danese, Fantoni, Poltrona Frau, Campari, Guzzini, De Vecchi, Coop. Inoltre, svolge sovente l’attività di art director e di promotore di iniziative culturali legate al design (rimane paradigmatica la collezione “Tobeus” in cui coinvolse più di 100 colleghi designer nel progetto di un’automobilina in legno per bambini). Volutamente senza proclami e senza manifesti, evitando atteggiamenti da designer “sovraesposto”, Ragni porta avanti l’ideale di un vero design industriale e quindi democratico.

Per molti anni, ben oltre un realistico limite anagrafico, sei stato considerato un “giovane” designer italiano: che cosa ha significato per te?
Aver cominciato questa professione molto presto (il mio primo prodotto è stato presentato al Salone quando avevo 22 anni) credo abbia influito notevolmente sulla mia identità di “giovane designer”.

Essere giovani non è un merito, ma una pura e semplice constatazione anagrafica e, ahimè, questo “riconoscimento”, inesorabilmente destinato a finire, non definisce, per default, la qualità di un progetto. Purtroppo però il nostro bel design italiano è viziato da definizioni anagrafiche di questo tipo, tanto facili quanto superficiali. All’estero non è così: credo che nessuno abbia mai chiamato i fratelli Bouroullec in quanto “giovani designer”, mentre la mia generazione soffre ancora di questa sindrome di Peter Pan.

Anni fa, proprio per rompere l’incantesimo di cui sopra, ho progettato un tavolo per Poltrona Frau, una delle aziende più classiche e established sullo scenario internazionale. Ora ho finalmente qualche capello bianco e quasi nessuno osa ancora considerarmi un giovane designer…. oltretutto il mio primogenito è più alto di me!

I tuoi primi progetti sono stati realizzati a quattro mani con il collega e amico Giulio Iacchetti: ragioni di un sodalizio e ragioni per la fine di un sodalizio?
Ci siamo conosciuti nel 1998 al Politecnico di Milano dove eravamo entrambi cultori della materia in un corso di progettazione; avevamo già fatto un pezzo di strada come solisti (Giulio ha 6 anni più di me e quindi ha cominciato prima), ma abbiamo subito capito il valore del confronto, schietto, affilato e ironico, cosa che ha fatto di noi una coppia professionalmente affiatata e ha consolidato una amicizia che dura da più di 20 anni. Non mi piace quindi parlare della fine di un sodalizio, piuttosto di quell’evoluzione che inevitabilmente porta i professionisti a confrontarsi con tematiche e sfide diverse. Il segreto della nostra amicizia credo sia da attribuire al fatto che non abbiamo mai voluto costituire una società: siamo e saremo sempre libere teste pensanti, con il piacere di condividere i progetti quando ne sentiamo la necessità.

Dal 2007 ognuno di noi ha il proprio studio, ma ogni tanto affrontiamo ancora insieme qualche appassionante brief aziendale o, ancor meglio, certe sfide culturali.

Tra i designer della tua generazione sei uno dei pochi che ha continuato nel solco della tradizione di Zanuso, di Sapper, giusto per citare due nomi che tutti conoscono, progettando sia alla scala del furniture che alla scala del product eppure il mondo contemporaneo pare mettere delle decise distinzioni tra arredo e prodotto.
L’assunto “dal cucchiaio alla città” di E.N.Rogers penso sia assai attuale. Appartengo all’ultima generazione di architetti analogica per formazione e designer per passione e credo che si tratti di un enorme vantaggio, che posso mettere a disposizione delle aziende con cui lavoro. Oggi più che mai non vi è solo necessità di prodotti ma, in un mercato sempre più complicato e competitivo, di progettare la propria identità.

Oserei quasi ipotizzare un nuovo slogan che potrebbe suonare “dal cucchiaio all’identità”, qualcosa di simile a ciò che noi Milanesi siamo soliti chiamare creative direction.

Possiamo dire che esiste in te una propensione a indagare tipologie “minori”, dal gioiello al tombino stradale, dagli occhiali al leggio, dai giocattoli alle bacinelle per stendere il bucato, non ti converrebbe disegnare “un altro” divano?
In realtà abbiamo ancora bisogno di nuovi divani su cui riposare comodamente! La strada è in fondo quella tracciata dai maestri del design: una strada grande e sicura, anche se il grado di innovazione in questo campo risulta essere ormai a livelli “omeopatici”. Comunque, ironia della sorte, al prossimo Salone presenterò un nuovo divano…. come conseguenza però di una direzione creativa atta a valorizzare un brand noto per la produzione di letti.

In un tuo ironico “manuale di metodologia progettuale” (in realtà una sequenza di pagine bianche), pubblicato dall’editore Corraini, citi Confucio: “Se ascolto dimentico/ Se vedo ricordo/ Se faccio capisco” e questa quindi la tua “metodologia”?
Sono nauseato dall’imperante supponenza di chi vuole insegnare come fare qualsiasi cosa, dalle ricette di cucina al progetto di un prodotto, peraltro spesso senza mai averne disegnato uno di successo. Il mio “manuale” è ironico, ma tremendamente serio nel suo significato. Learning by doing è l’unico metodo per diventare se stessi e costruire quindi qualcosa di realmente nuovo; tutto il resto è oggi un indistinto magma di colori pastello, tendine, vellutini, marmorini e ottoni.

Non solo progettista dunque, ma sovente art director (tra l’altro con la specificità di non disegnare per le aziende che segui o comunque di non trasformati in un vorace “unico-designer”): che differenza c’è tra progettare direttamente e far progettare gli altri? Tra progettare un brief e progettare un prodotto?
Credo fermamente che il grande valore di un direttore creativo sia lavorare con e non per un una azienda. E quindi osservare, ascoltare, interpretare, intercettare e connettere i migliori talenti. Progettare prodotti è solo la punta dell’iceberg, io vorrei invece spostare silenziosamente la massa sommersa: operazione a volte faticosa, ma di grande soddisfazione. Mi piace pensare che il mio lavoro possa essere paragonato a quel tale (il direttore d’orchestra) che, in un concerto di musica classica, agita le mani apparentemente senza senso, mentre i suoi musicisti ne ricavano una sublime sinfonia.

www.matteoragni.com/

#Matteo Ragni, #design, #industrial design