06 luglio 2020

Nasir Kassamali

Nasir Kassamali è, da oltre 40 anni, il principale importatore, distributore e divulgatore di design europeo negli Stati Uniti. Simbolo di una visione innovativa della cultura del progetto. Nel 1974 fonda a Miami, insieme alla moglie Nargis, uno showroom per presentare al mercato americano i principali marchi europei all’avanguardia di illuminazione. In brevissimo tempo, Luminaire si afferma come il punto di riferimento del good design in America e i suoi ideatori ne diventano i principali portavoce attraverso le conferenze, i seminari, le mostre e i programmi educativi che organizzano nei suoi spazi. Oggi, gli showroom multibrand – o meglio i centri di ricerca sul design come i due illuminati imprenditori preferiscono definirli – sono in tutto 4, equivalenti a oltre 6000 metri quadrati: a Miami, il flagship di Coral Gables su progetto di Mateu Architects del 1984 e il Lab, nel Design District, creato nel 2002 come vero e proprio centro di sperimentazione e ricerca; a Chicago e a Los Angeles gli altri due aperti rispettivamente nel 1989 e 2018. Sono spazi dove il design si dilata andando a interagire e fondersi con altre discipline, l’arte in primis. Anche il valore architettonico degli uffici e degli showroom è stato apprezzato attraverso i diversi premi e riconoscimenti conferitigli che si vanno ad aggiungere a quelli personali, tra cui nel 2007 quello dello Wolfsonian-FIU che elegge Nasir e Nargis “Florida Design Legends” e nel 2009 il Business and Culture Award dell’ICE per la promozione del design italiano in America. Membro di prestigiose società internazionali, Nasir Kassamali è stato anche parte dei consigli consultivi dell’AIGA, della Scuola di architettura e Design della FIU e del consiglio amministrativo del Wolfsonian-FIU, oltre che parte di diverse giurie di premi internazionali, tra cui quello della rivista tedesca Designreport che si è tenuto per oltre una decina d’anni all’interno del SaloneSatellite.

Lei è uno dei massimi rappresentanti della scena del design in America, l’emblema del good design. Quando ha scoperto questa sua passione?
Mio padre era una persona unica, con un grande interesse per i viaggi, sempre alla scoperta del mondo, e con un gusto impeccabile. Proprio come lui, anche io sono nato a Mombasa, in Kenya, e nel 1946 mio padre fu il primo della nostra comunità a fare un viaggio negli Stati Uniti e in Canada. All’epoca andare in Europa era un’avventura. I viaggi fuori dal Kenya erano soggetti a forti restrizioni. Al ritorno da ogni viaggio ci portava libri sugli argomenti più diversi. Per me si trattava sempre di un libro di architettura oppure di una rivista che acquistava all’aeroporto di Londra. Riconobbe subito questa mia passione e mi incoraggiò a coltivarla. Quando avevo solo 8 o 9 anni mi portava in cantiere con lui, dove lo ascoltavo parlare con gli architetti e già da bambino riuscivo a capire i progetti. A 14 anni mi portò un libro sulla Bauhaus che mi cambiò completamente la vita. Ero affascinato dal processo cognitivo e questo segnò l’inizio di un viaggio alla scoperta del fatto che il “good design” influenza la vita delle persone, proprio come è successo a me. Da allora in poi sono sempre stato determinato a scoprire di più sul design e ancora adesso, a 73 anni, la mia ricerca continua.

Nasir Kassamali sta a Luminaire come Leonardo sta alla Gioconda. Ci racconti i punti più salienti di questa sua lunga e prolifera esperienza.
Mi sento molto lusingato e oggi mi sento una delle persone più fortunate al mondo. Sto vivendo il sogno creato per me quando ero molto giovane. Mia moglie è al mio fianco da 50 anni e, come molti di voi sapranno, ha sconfitto il cancro per ben 5 volte. Oggi viviamo secondo il mantra che ogni giorno va celebrato come se fosse l’ultimo, quindi abbiamo condiviso molti importanti traguardi. Uno di questi è la “Love series”, un progetto che abbiamo creato 15 anni fa per sensibilizzare il pubblico sulla ricerca sul cancro. I nostri amici del mondo del Design, provenienti da ogni angolo del pianeta, hanno partecipato con tutto il cuore e siamo riusciti così a donare oltre $ 1.000.000 al Sylvester Comprehensive Cancer Center dell’Università di Miami per la ricerca. Nel corso della mia carriera, ho avuto il grande onore di lavorare con i fondatori di alcune delle migliori aziende del mondo del Design, che ci hanno sempre trattati come amici e partner, non come semplici distributori. Ho anche incontrato e sono amico di alcuni dei più talentuosi architetti e designer al mondo con i quali ho avuto il piacere di collaborare. Naturalmente, aprire il nostro primo negozio nel 1974 e lavorare al suo successo fu una grande soddisfazione. Poi nel 1984 nacque il Flagship showroom, progettato e costruito per noi. Potrei dire che si realizzò così il mio sogno di una “chiesa” dove le persone potessero sperimentare ed entrare in contatto con il “good design”. Nel 1989, inaugurammo lo showroom di Chicago. Nel 2000, fu costruito per noi un centro di distribuzione all’avanguardia per il design a Miami, che tuttora rappresenta il punto nevralgico di tutte le nostre attività. Nel 2006 creammo il “Lab” nel Design District di Miami, seguito infine da un bellissimo showroom a Los Angeles, realizzato alla fine del 2018. Ogni conferenza o mostra ha una grande importanza per me, poiché è un modo per sensibilizzare il pubblico sul concetto che il “good design” influenza e migliora la vita delle persone. La partecipazione ai consigli di architettura e design di entrambe le nostre università di Miami per influenzare e indirizzare gli studenti è parte integrante della nostra mission volta a promuovere l’adozione di un approccio olistico al design e all’insegnamento dello stesso. Vedere i giovani designer del SaloneSatellite di Marva e addirittura aiutare alcuni di loro a raggiungere nuove vette nelle loro promettenti carriere è per me un immenso piacere.

Il design per lei, non è solo business e passione ma ha anche un ruolo educativo. Già nel suo primo showroom, infatti, organizzava conferenze, seminari, forum aperti anche ai non addetti ai lavori. Un design democratico, quindi?
Quando ci trasferimmo negli Stati Uniti nel 1973, mi preoccupava la grande differenza esistente all’epoca nell’accessibilità al “good design”. Vi erano alcune aree dedicate al design nelle città principali (i Design Center), dove al pubblico era vietato l’accesso se non accompagnati da un designer d’interni. E i prezzi erano riservati solo ai designer. Era un concetto per noi incomprensibile, quindi quando aprimmo Luminaire a marzo del 1974, i prezzi erano accessibili a tutti. Visto che tutti i prodotti che vendevamo erano di importazione, i prezzi erano estremamente ragionevoli. Molti designer ci dissero che, poiché non dedicavamo loro sconti speciali, non saremmo mai sopravvissuti. Il nostro primo negozio, dove vendevamo esclusivamente elementi di illuminazione provenienti dalla Scandinavia, era uno spazio di 50 mq. e noi dovevamo assolutamente sopravvivere. Quindi iniziammo un percorso di educazione dei nostri clienti, uno alla volta, percorso che negli ultimi 46 anni non è mai cambiato.

Il design è linguaggio, non stile. Vuole ampliare questo suo pensiero?
Sin dalla mia infanzia a Mombasa, ho sempre sostenuto l’idea che il Design non è un oggetto ma una filosofia di vita, completa e omnicomprensiva. A febbraio del 1987, invitammo Massimo Vignelli a tenere una conferenza sul Design a Miami. È stato affascinante sentire il suo punto di vista. Ospitammo anche una mostra dei suoi lavori e di quelli di Lella al Flagship showroom di Coral Gables. Da quel giorno e fino alla sua morte ho avuto con Massimo un rapporto veramente unico che porterò sempre con me. Fu proprio lui, tanti anni fa, a dirmi che “Gli stili vanno e vengono. Il Design non è uno stile. È un linguaggio”. Da allora, questo è diventato un concetto ricorrente nelle mie conversazioni.

Arte e design: che cos’è l’una e che cos’è l’altro?
Assonanze e dissonanze. In altre parole, che rapporto esiste tra queste due realtà, oggi indubbiamente strettamente connesse? Il Design non è Arte. Il Design è un compromesso. Si tratta di ridurre, finché un buon designer sa quando fermarsi. L’Arte è un legame unico tra l’artista e il suo mezzo. L’artista inizia da una lavagna vuota per poi aggiungere a essa finché non sa esattamente quando fermarsi. Tuttavia, sono il primo ad ammettere che oggi la linea di confine tra arte e design sta diventando sempre più indistinta. Con il boom delle fiere d’arte, quale Art Basel, i “good designer” sono stati incaricati di realizzare pezzi d’arte in edizione limitata, e ciò ha avvicinato le due discipline. Ma le regole che definiscono il Design sono tuttora valide. Tuttavia, ora il Design è anche diversificato.

Chi è Nasir Kassamali quando esce dai suoi Luminaire, che lei stesso ha definito i parchi giochi per l’anima? Continua a giocare anche altrove?
La mia vita ruota intorno alla filosofia del Design, quindi esploro gli altri mondi con la stessa consapevolezza, cercando di ampliare la sua portata per vedere se riesce a toccare tutti i sensi. Mia moglie Nargis e io amiamo viaggiare, spingendoci oltre i confini del mondo per scoprire culture a noi sconosciute e comprendere il loro modo di pensare, assimilandolo al nostro per poterle conoscere e apprezzare meglio. Ogni anno scegliamo una nuova città da visitare. L’ottobre scorso, per il suo 70° compleanno, siamo andati a Naoshima e Teshima, in Giappone, per scoprire le opere di Tadao Ando, che incontrammo per la prima volta nel 1997 a Osaka. L’esperienza dei suoi spazi è meditativa e mi dà un piacere immenso riuscire a sentire gli spazi. Amo la musica, assemblandola nella mia mente come è stata composta dall’artista. Sono molto interessato all’IA e all’influenza che avrà sulle nostre vite in futuro. Sono affascinato dalla robotica, specialmente dal modo in cui contribuisce a creare un’aura di fascino intorno al nostro settore.

Che cosa rappresentano per lei l’Italia, Milano e il Salone del Mobile?
Mia moglie e io andammo in Europa dal Kenya per la prima volta nel 1970. Sbarcammo a Copenhagen e fu proprio lì che ebbi l’idea di un concept store che sarebbe poi diventato Luminaire. Ebbi la possibilità di scoprire di persona le opere dei Grandi Maestri che fino ad allora avevo visto solo in foto. Poi andammo a Londra, a Parigi e infine a Milano. Eravamo studenti ma eravamo affascinati dalla cultura, dal cibo e dal talento della gente, oltre che dal patrimonio artistico del Paese. Fu proprio là che vidi per la prima volta le opere di Magistretti, Scarpa e altri. Per molti anni abbiamo scelto come meta una parte d’Italia che non avevamo ancora visitato o esplorato. Alcuni luoghi sembrano intrappolati nel tempo, un’esperienza fantastica tutta da scoprire. Milano è anche la città dove abbiamo il maggior numero di amici, e siamo legati ad alcuni di loro da un’amicizia che dura da più di 35 anni. Prima di vendere prodotti italiani, importavamo elementi d’arredo, d’illuminazione e accessori dalla Scandinavia. Il mio primo Salone fu a settembre del 1977. Quell’anno iniziai ad acquistare da Eugenio Perazza (Magis) e da un’azienda chiamata Thalia & Co. Il prodotto era la seduta Petalo di D’Urbino De Pas Lomazzi. Tutti i più importanti brand di Design erano impegnati in esclusiva nei confronti di importatori di New York che avevano showroom nelle maggiori città del Paese. Nessuno di loro voleva venderci i propri prodotti. Da quel momento in poi partecipai al Salone ogni anno, arricchendo così la nostra offerta con linee di arredo e di illuminazione di marchi di design secondari. Nel 1984, realizzammo il nostro flagship store di Coral Gables. Questo ci diede prestigio e le cose iniziarono a cambiare. Il primo marchio di Design (esclusivo) disposto a venderci i suoi prodotti fu Zanotta. Nel 1987, la nostra formula era ormai ampiamente riconosciuta, ed esponevamo quasi tutti i migliori marchi italiani, olandesi, tedeschi e scandinavi per il design di arredi, illuminazione e accessori. Questo ci aiutò a democratizzare la distribuzione del Design, insieme agli altri Distributori, presenti nel resto degli Stati Uniti, che fino a oggi si sono uniti al movimento. La precedente location del Salone limitava le dimensioni degli stand e consentiva un numero minore di partecipanti. Era gestibile. Ma le cose cambiarono quando la fiera si spostò a Rho. I maggiori spazi espositivi lasciarono più libertà all’ispirazione per il design degli stand.

Un sogno irrealizzato? Una speranza futura? Un messaggio al mondo?
Questa pandemia ci ha insegnato molto. Vivevamo in un mondo fatto di eccessi e di punto in bianco ci siamo ritrovati dietro sbarre immaginarie insieme ai nostri cari. Ogni giorno abbiamo guardato le nostre case, mettendo in discussione le cose che abbiamo accumulato nel corso delle nostre vite. Erano importanti? Casa nostra era un rifugio dagli elementi oppure un santuario per l’anima? Con il passare dei giorni, abbiamo deciso di rendere la nostra casa più “essenziale”. Ci siamo resi conto che questo eccesso di lusso era parzialmente spinto dal desiderio di mostrare la propria agiatezza. Ma non c’era nessuno al quale mostrarla. La filosofia del Design è estremamente potente e ci insegna a mettere in discussione tutto ciò che vediamo e tocchiamo. Per via di questa pausa, ci sentiamo liberi e possiamo respirare profondamente questa nuova cultura, sobria e priva del superfluo, chiamata “casa essenziale”. Spero che la nuova normalità amplifichi tutti i nostri sensi affinché possiamo “vivere” di nuovo con umiltà.

Immagine in testata: photo by Kris Tamburello

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