01 luglio 2019

Piero Lissoni. L'intervista

Architetto, designer, grafico, Piero Lissoni è uno dei creativi italiani più noti al mondo. A prima vista, di lui colpisce il suo essere un po’ dandy e un po’ intellettuale, la sua libertà di pensiero e la sua conversazione brillante, a tratti pungente. Della sua produzione conquista la leggerezza, lo stile rigoroso e quel tocco di imperfezione che deriva dal suo sottrarsi alla relazione obbligata tra forma e funzione che definisce così insopportabilmente tedesca. Esteta di fatto, non rinnega tuttavia l’errore che per lui è fondamentale in quanto specchio della nostra capacità di apprendere e di migliorarci. “'La chiave progettuale sta nel cercare l'errore e trasformarlo in punto di forza. Se non alzi l’asticella e non vai oltre il limite, rimaniamo immobili”, commenta in un’intervista. Nel suo carnet, nomi eccellenti del Made in Italy – Alessi, Boffi, Cappellini, Cassina, Fantini, Flos, Glas Italia, Kartell, Lema, Living Divani, Poltrona Frau, Porro, Tecno e tanti altri ¬– che è uno dei suoi mantra: lavora solo con clienti che producono, costruiscono e pensano italiano. Firma per loro progetti contemporanei e minimali, volumi puri e forme discrete, che, in sé, celano una complessità tecnologica frutto di un’accurata ricerca su materiali e tecniche produttive. E che nascono sempre da un serrato e inteso dialogo quotidiano con i suoi interlocutori.

© Veronica Gaido

Com’è il suo rapporto con la progettazione, e come si sono evoluti, sono maturati i suoi progetti nel tempo?
Il progetto è un percorso intellettuale, una disciplina, un processo: si studia, si prova, si cambia, e di nuovo si studia, si prova, si cambia e comincia il progetto. Poi ogni progetto nasce da un dialogo e da un dibattito quotidiano, da una strettissima collaborazione con il committente. Posso dire che c’è stata un’evoluzione quando sono diventato con gli anni un po’ più sicuro e ho cominciato a vedere una sorta di continuità nelle cose che disegnavo. Poi, se devo essere onesto fino in fondo, di tutto quello che ho disegnato non c’è nulla che mi piaccia.

La sua “filosofia dell’errore” ha qualcosa di poetico: cosa rende un probabile sbaglio un progetto di design riuscito?
Il bello dell’errore è che non lo puoi controllare, se no non sarebbe più un errore. Ciascun progetto ha questa capacità meravigliosa di costruire, generare, far nascere degli errori, alcune delle volte in maniera totalmente inconsapevole, fatti magari con leggerezza perché alcune cose vengono sottovalutate o sono prese in considerazione troppo tardi: una proporzione, una profondità, un’altezza, ci sono tanti elementi… Alcune volte il materiale che si comporta in maniera differente però, misteriosamente, in virtù proprio del fatto che l’errore non è controllabile, se no non sarebbe tale, questo ingrediente entra dentro la formula alchemica - perché non è precisa come la chimica - e improvvisamente quello che a prima vista sembrava un errore diventa il pregio del progetto.

Cosa hanno in comune il suo essere architetto, designer e progettista d’interni?
Per me non è possibile discernere queste cose tra loro. Culturalmente parlando, fa parte di un approccio molto umanistico, datomi dal Politecnico di Milano, un approccio che ti insegna ad essere versatile e tutte queste cose insieme. Progetti un edificio, poi disegni gli spazi all’interno dell’edificio e infine disegni qualcosa da inserire negli spazi all’interno dell’edificio. Tutto è connesso.

Come art director di Alpi, Boffi, De Padova, Living Divani, Lema, Lualdi, Porro e Sanlorenzo, racconta tante storie o diverse pagine della stessa storia? E in questo caso, di quale storia?
Ogni azienda ovviamente è una storia a sé. Come dicevo, ogni progetto nasce da un dialogo quotidiano, è un lavoro di squadra, ma ogni azienda funziona in modo diverso e ogni azienda ti insegna cose nuove. Essere art director fa sempre parte di quell’approccio umanistico capace di mettere insieme diversi aspetti: disegni oggetti, disegni allestimenti, disegni la grafica, disegni la comunicazione. Ma sempre con la paura di sbagliare da un lato, e dall’altro un forte senso di responsabilità, perché da art director rispondi per il lavoro di molte persone.

Lavorare a Milano, New York e in Cina: come queste “scenografie” hanno influito sul suo modo di progettare e qual è la sfida più grande che una geografia le ha imposto?
Intanto per me lavorare in giro per il mondo vuol dire comunque essere sempre me stesso. La differenza è che di volta in volta mi devo adattare… In realtà è un po’ come se facessi il cercatore d’oro, scavo o setaccio e alcune volte mi escono delle cose e altre volte no. Però la cosa interessante è che in qualsiasi luogo della Terra in cui mi muovo, che sia l’Italia o la Cina o gli Stati Uniti, mi adatto ai luoghi. Quindi cerco in qualche maniera di salvare l’anima locale, quella che una volta si chiamava genius loci, ma a livello intellettuale e culturale. Se sono in Cina non faccio il cinese, però prendo e metto a mia disposizione alcuni elementi, possono essere estetici o produttivi, industriali o di materiali. Ma lo stesso se sono in Italia, a Parigi o a New York.

Lei è un Maestro affermato e dal suo studio sono usciti designer oggi molto importanti: come si pone davanti ai giovani e che cosa consiglia loro?
Intanto credo sia fondamentale che i giovani capiscano che fare design è un mestiere, una professione, un lavoro che richiede molta disciplina e tantissima curiosità. Oltre che tantissima responsabilità.
Poi penso che sia importante avere rispetto e conoscenza della propria tradizione, se no non hai accesso al futuro. Senza una conoscenza sofisticata e approfondita della tua storia e cultura, è impossibile capire cosa sarà il futuro. A quel punto sarai in grado di accedere a nuove tecnologie, a nuovi materiali… Ma senza la cultura le idee non avranno successo.

Opening: Piero Lissoni © Matthias Ziegler

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