18 dicembre 2019

Virgil Abloh

Classe 1980, americano con origini ghanesi è uno dei personaggi cult del momento, adorato dai teenagers, apprezzato dai millennials e ben conosciuto da chi è nel mondo della moda, del design e della creatività. Ed è già entrato definitivamente nel gotha della storia con i suoi milioni di fan sui social, le sue immaginifiche collezioni, le sorprendenti sfilate, gli arredi per pochi e per molti, ma soprattutto con la sua personalissima cifra di pensiero, ricca di riferimenti artistici ed elementi sovversivi, una reinterpretazione di storia e tradizione portate in un contesto contemporaneo. Un rivoluzionario dei canoni della moda contemporanea che ha lanciato sul mercato il perfetto mix tra lusso e streetwear, come la collezione capsule The Ten per Nike. Ed è stato proprio un edificio di Rem Koolhaas nel campus dell’università in cui studiava architettura a fargli scattare quella scintilla di curiosità verso il mondo fashion con cui ha poi incendiato i cuori di un pubblico sempre più vasto. Architetto, dicevamo, ma anche laureato in ingegneria civile nonché stilista – nel 2013 crea Off-White, brand con sede a Milano, creativo – nel 2018 è nominato Direttore artistico di Louis Vuitton linea Uomo; e designer – firma la collezione Markerad in edizione limitata per IKEA, rivisitando una serie di oggetti di uso quotidiano, e per il suo brand Off-White crea la linea furniture; artista – per la Galerie kreo di Parigi realizza pezzi d’arredo unici. Una figura decisamente eclettica, multidisciplinare che ama mettere in discussione le certezze e sovvertire le aspettative. A lui ha reso omaggio la recentissima mostra "Figures of Speech," al Museum of Contemporary Art of Chicago.

Inizialmente cosa ti ha portato a voler studiare architettura? È una passione nata durante l’infanzia o che si è sviluppata dopo?
È stata la mia curiosità che mi ha portato a studiare architettura. Dopo aver conseguito una laurea in ingegneria civile, ero ancora curioso e desideroso di saperne di più sulla storia dell’arte e sul design in generale. Quindi ho frequentato un Master in architettura all’Illinois Institute Of Technology. Allo stesso tempo, all’inizio dell’adolescenza, per me era altrettanto importante quello che stava accadendo nel mondo della cultura pop, dell’arte e della musica, e anche della moda degli anni ’90, che infatti è diventata la mia religione.

In che modo la tua formazione nel campo dell’architettura ha influenzato il tuo metodo di lavoro, arrivando così ad una ben più ampia definizione di design che comprende anche moda e arte?
Ha influenzato moltissimo il mio metodo di progettazione. Il mio modo di pensare e la mia formazione sono quelli di un architetto. L’architettura è universale nella mia mente, rappresenta una serie di domande e risposte interiori che mi pongo e risolvo da solo per fondere insieme diverse discipline in un unico messaggio sfaccettato.

Il tuo approccio creativo sposa l’idea di un orientamento interdisciplinare, abbattendo le frontiere tra diversi campi e formati senza gerarchie. Quanto è difficile al giorno d’oggi fondere arte, design e moda per plasmare nuove esperienze culturali?
In realtà penso che al giorno d’oggi sia più difficile rimanere all’interno di un solo percorso piuttosto che lavorare in diversi ambiti. Naturalmente e semplicemente il mondo non esiste in laboratorio. Ora sappiamo che una disciplina influenza l’altra. Specialmente nell’era di internet, dove l’informazione si è diffusa ormai a livello globale, più veloce che mai. Il mio approccio all’arte e al design è decisamente volto a evidenziare questo momento nella nostra cultura. Per me stiamo attraversando un nuovo genere di rinascimento.

Qual è la visione più ampia o il messaggio (se esiste) che lega le tue opere nel tempo e tra settori diversi?
La visione più ampia è che il mondo, come lo conosciamo, è opera dell’uomo. Siamo noi ad aver progettato la nostra scatola in cui vivere. Le mie opere intendono mostrare come questa scatola possa essere ricreata a livello individuale e possa esistere all’interno e all’esterno di un contesto più ampio. Che si tratti del mondo della moda, della musica, dell’arte o dell’arredamento, posso lasciare una traccia della mia esistenza in uno o in tutti i mondi. Il mio fine ultimo è di modificare la storia futura della creatività, e questo è possibile solo in stretto contatto con la generazione più giovane.
In un certo senso sto de-programmando quello che da giovane pensavo fosse impossibile, in modo che la next generation possa continuare ad abbattere le barriere dei pensieri antiquati.

Hai modificato e reinventato molti dei prodotti più iconici di Vitra per immaginare la casa di un giovane adulto nel 2035. Visto che la linea che separa la casa e il posto di lavoro è sempre meno netta, come sarà lo spazio domestico del futuro?
Secondo me il futuro domestico sarà un collage di cose del passato e del futuro. Penso che il modo in cui noi, esseri umani, usiamo gli spazi e gli oggetti cambierà, e ci sarà un rapporto diverso tra questi due elementi rispetto al passato. Tra 10 anni un’economia basata sul noleggio sarà molto più logica che possedere determinati oggetti.

Alla fine hai trovato una risposta alle domande “Cosa caratterizza una prima casa?” e “Che tipi di design soddisfano le esigenze pratiche e le aspirazioni emotive necessarie a fare uno statement nell’ambito della propria casa?”
Tutto ciò che porta a una soddisfazione emotiva in quanto vicino a una persona caratterizza una casa. Potrebbe essere un cellulare o una password del WiFi proprio come un divano o un oggetto di found art. Il fatto che questa sia una verità moderna mi ispira infinitamente.

Anche casa tua ha quel tocco inaspettato che tanto amiamo nei progetti/collezioni di Virgil Abloh?
Sì, casa mia è la mood board di tutte queste idee, a cui sono arrivato vivendo all’interno di questa mentalità.

Un messaggio per i Millennial e la Generazione Z
I giovani vinceranno sempre.

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